Buon 2009! Buon Anno Nuovo da tutta BombaCarta!

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Yad Vashem: una notte fonda piena di stelle

Circa un anno fa uno scrittore israeliano aveva affermato che la Shoah fosse diventata un oggetto di marketing e che l’eccessivo numero di romanzi ispirati allo sterminio avesse addirittura dato luogo ad un nuovo genere letterario. Questa possibilità mi aveva molto colpito, anche se la questione veniva posta essenzialmente per denunciare le conseguenze di una commercializzazione della memoria dell’Olocausto sulla percezione dell’identità ebraica, tanto in Israele quanto all’estero. Non so quali discussioni siano seguite a questo grido d’allarme, ma nel frattempo sono usciti altri libri ispirati dalla Shoah e i protagonisti di queste narrazioni sono risultati troppo unici e irripetibili per corrispondere a uno stereotipo: testimonianze come Sonderkommando di Shlomo Venezia e Necropoli di Boris Pahor, ma anche romanzi di autori di seconda generazione che raccontano le conseguenze della tragedia sui figli delle vittime e sui loro figli come La storia dell’amore di Nicole Krauss (moglie di Jonathan Safran Foer, già autore del notevole Ogni cosa è illuminata) o Un difetto impercettibile di Nancy Huston (moglie di un pensatore illustre come Tzvetan Todorov che ha scritto molto sulle tragedie provocate dai regimi totalitari del ’900) o come La storia di una famiglia, il romanzo dell’israeliana Lizzie Doron in imminente uscita per le edizioni Giuntina. [Continua »]

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Pace (e guerra)

Questa mattina a Gerusalemme non si può accedere alla spianata delle Moschee e il quartiere musulmano è gravato da un silenzio che punge, le botteghe chiuse per protesta, i soldati israeliani con gli M16 attenti al più piccolo movimento. La tensione congela il pensiero e il corpo è pronto a scattare al minimo segno. Forse è il giorno adatto per postare sul blog questo breve, bellissimo, raro racconto di Eraldo Affinati intitolato “Pace (e guerra)”, apparso quest’anno su una pubblicazione della Regione Toscana dedicata alle parole della Costituzione.

La scuola stava per finire. Cominciava a far caldo. I finestroni erano spalancati, ma noi sentivamo freddo. Avevo appena letto in classe, a voce alta, un brano del Sergente nella neve di Mario Rigoni Stern: la battaglia di Nikolaevka! I russi non vogliono far passare gli alpini in ritirata e questi si fanno largo, in mezzo alle isbe, correndo da un carro armato all’altro con le bombe a mano, i fucili, la mitragliatrice sulle spalle. Le pallottole s’infilano a terra miagolando. Gli uomini entrano nelle case, piazzano i mortai sui tavoli coperti da tovaglie ricamate. I feriti si lamentano. I bambini piangono. [Continua »]

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Le parole semplici e la grazia della parola

Trascrizione di una conferenza che ho tenuto a Settignano (FI) il 22.10.2008 sul tema “Ogni letteratura è sacra? La grazia della parola” e pubblicata a stampa in un fascicolo a tiratura limitata.

1. Premessa

Il tema di cui vi parlo oggi non è per me un tema astratto. Lavoro per una rivista, La Civiltà Cattolica, e sono chiamato a scrivere di letteratura e cristianesimo. Per me è proprio vitale chiedermi che cosa ha a che fare la letteratura con il cristianesimo. Una cosa è leggere un autore e filtrarlo alla luce della teologia cristiana; altro è sentire invece che una poesia, un romanzo, un racconto, a volte anche solo un verso entra a pieno titolo all’interno della tua vita spirituale. Il primo è un livello di puro studio, il secondo è un livello per cui la parola poetica diventa carne della tua carne, diventa in te esperienza spirituale.
Nella mia ricerca spasmodica di modelli, di punti di riferimento, di autori significativi, ho trovato un teologo che si chiama Karl Rahner che è uno dei più grandi teologi del ’900, il quale ha scritto di poesia e di letteratura, ma questi suoi saggi in Italia si sono come persi nel nulla. Da qui la decisione di ripresentarli al pubblico italiano scrivendo il mio saggio La grazia della parola (Jaca Book, 2006).

2. Tendere l’orecchio a un silenzio

Karl Rahner si è chiesto come avviene l’incontro dell’uomo con la volontà di Dio nella sua persona in concreto. In altre parole: come facciamo io e la volontà di Dio ad incontrarci? Come faccio io ad incontrare Dio? In fin dei conti è questa la domanda. Che cosa faccio io per ascoltare la parola di Dio? Rahner dice che, al di là di ogni altra considerazione, questo incontro ha sempre bisogno che noi tendiamo l’orecchio a un silenzio. [Continua »]

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Sussurri… ninnananna

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Fuori o oltre la grotta?

Perché i graffiti di Altamira, queste figure di animali dipinte 17.000 anni mi colpiscono tanto? Perché li sento così reali? Sono attratto da qualcosa in loro che non saprei definire. I colori sono forti, ricordano la carne viva, la pelle di uomo, quasi un tatuaggio su una schiena. L’occhio del bisonte sembra guardarmi. E mi rendo conto che la loro forza espressiva dipende anche dalla forma e dalla consistenza della roccia. Se mi trovassi dentro la grotta l’emozione sarebbe ancora più intensa per via degli odori, dei suoni o della temperatura nella grotta. Ne Lo spirituale nell’arte Vasilij Kandinskij scriveva: Non dobbiamo ingannarci e pensare che riceviamo la pittura solo attraverso l’occhio. No, la riceviamo, a nostra insaputa, attraverso tutti e cinque i nostri sensi. E come potrebbe essere altrimenti? Fatto sta che con mio grande stupore queste pitture del neolitico hanno il potere di coinvolgermi in un’esperienza sensoriale che mi fa apprezzare una realtà spirituale nascosta nelle pitture stesse. [Continua »]

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Non solo western: il cinema di John Ford tra dannazione e redenzione

John Ford (con la pipa) e il cast di Un uomo tranquilloIl mio nome e’ John Ford. Faccio western“. Questa forse è la battuta più celebre di Sean Aloysious O’Feeney, nato alla fine dell’800 da emigranti irlandesi e diventato famoso per le decine di film che hanno raccontato l’ultima grande epica della storia moderna, quella del far-west e della violenta e avventurosa nascita degli Stati Uniti d’America. Come osservava Ludovico Alessandrini, compianto e illuminato dirigente della Rai, se si mettessero insieme tutti i migliori film western di Ford se ne ricaverebbe una sorta di poema epico, degno di Omero, capace di raccontare attraverso i  diversi “canti” (il primo film di Ford è del 1917, l’ultimo del 1966) la nascita di una nazione sorta da quel continuo affrontare e superare la frontiera, il mondo selvaggio, l’ignoto, la sfida dell’integrazione e del “melting pot”. Con il solito acume il poeta argentino Borges ha riassunto molto bene la questione affermando che: “Seppure per motivi commerciali, Hollywood ha salvato l’epica“, e a John Ford spetta senz’altro il ruolo maggiore in questo lavoro di salvataggio. [Continua »]

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Which is the religiousness in Andy Warhol?

Andy Warhol has been defined as “the United States in the moment the United States became the world” (1), that is, just over the first half of the 20th century. How can one not recall his TV sets reproducing his now famous Campbell tomato cans, or the reproductions of popular “icons” such as Coke bottles, Marilyn Monroe or Marlon Brando? According to Artprice indexes, between 1997 and 2006 the price of his TV sets has increased by over 300%. Warhol is part of that group of American artists of the 60s that wanted to represent the reality around them “literally”. The pop art artists, in other words, of “popular art”, started to use parts of the language of the culture of masses, such as publicity images, comics, movies, television, consumer goods and fashion in a more educated level. Thus, the mass experience entered into the individual experience, making the artistic expression of each person leave his own territory and open it to a social, collective, massive and commercial dimension.

CONSUMER SOCIETY AND PRIVATE DEVOTION
Pop –”popular”- images are pictorially assumed and reformulated. Andy [Continua »]

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Il Magnificat di Tolkien

Nessun classico del Novecento può vantare tanti appassionati lettori quanti Il Signore degli Anelli. Ma a cosa si deve il successo di questo corposo romanzo, che ci si ostina a confinare nel genere “fantasy”? Potrà sembrare un paradosso, eppure una delle ragioni principali è il suo realismo. Perché chi scrive racconti fantastici, metteva in guardia Flannery O’Connor, deve prestare «un’attenzione ancor più rigorosa al particolare concreto, rispetto a chi scrive in chiave naturalistica – perché quanto più la storia forza i limiti della credibilità, tanto più convincente dovrà essere l’ambientazione». E Tolkien è stato di una meticolosità imbattibile: ci fornisce il calendario di viaggio dei protagonisti, appendici storico-sociali, alberi genealogici, tavole linguistiche, regole per la pronuncia, note di costume, una mappa dettagliata… Il puntiglio del filologo applicato alla multiformità dell’immaginazione. Tolkien non ne ha mai fatto mistero. Scrivere romanzi non era uno sfogo individuale, ma la diretta conseguenza dei suoi studi, al punto che alla base del suo capolavoro «c’è l’invenzione dei linguaggi. Le “storie” furono create per fornire un mondo [...] avrei preferito scrivere in elfico». Eppure tanta precisione non preclude il mistero. Al contrario. Gli basta la citazione improvvisa di un nome sconosciuto, fatta quasi en passant, per evocare nel lettore il senso d’infinite storie non raccontate ma presenti, che occhieggiano da dietro le quinte. Ecco un altro forte tratto di realismo: è quella “suggestione del non detto” – lo notò Erich Auerbach nel suo Mimesis – affluita nella letteratura occidentale attraverso la narrativa biblica. [Continua »]

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