Eroismo di una debolezza che sfida il fluire del tempo

046q04b1Una poesia remota e quasi sconosciuta, quale l’antica lirica cinese, rivive oggi grazie alla passione, all’umiltà e al talento di Claudio Damiani. La sua poesia, scegliendo come interlocutori i grandi lirici cinesi dell’epoca T’ang (618-906), ha mostrato come un’arte capace di toccare radicalmente i nervi dell’esistenza possa rendere naturale il dialogo tra uomini di ogni luogo e tempo. 

Nasce così la silloge poetica Sognando Li Po, (Marietti, 2007) in cui Damiani, a partire dalla traduzione di Martin Benedikter, riscrive in settenari il Canto dell’eterno dolore di Po Chü-i, poemetto composto per la tragica storia d’amore dell’imperatore Hsüan-tsung con la sua concubina. Precedono e seguono questo nucleo una serie di testi straordinari, liberamente ispirati al mondo della poesia cinese; testi nati da un’inaspettata attrazione e consonanza tra visioni esistenziali e poetiche lontanissime nel tempo e [Continua »]

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Il bambino con il pigiama a righe.

Paola Padula sul film di Mark Herman

Bruno ha otto anni. Sua madre ha la pelle chiara, liscia come porcellana. Suo padre, la divisa delle SS. La sua sorellina ne ha dodici, e si è invaghita del generale con i baffi, gigante immortalato tra le pareti della sua cameretta.
Io, invece, sono seduta in terza fila, da sola, al buio, su di una poltrona comoda, con il poncho che mi fa da coperta, per allontanare i brividi.
Non è abbastanza riscaldata, la sala di questo cinema. Eppure è piccolina. O sono io che ho sempre freddo, quando son seduta a guardare.
Bruno intanto si annoia in quella grande casa anonima, grigia come una caserma. Lui non ha più i suoi amici per volare ad esplorare l’avventura, librando le braccia come gabbiani.
Li ha dovuti lasciare, ha dovuto lasciare Berlino. Il suo papà ha avuto una promozione. Dovrà sovrintendere a dei lavori di rimozione presso un campo fuori mano, soprannominato la “Fattoria”.
Esce tanto fumo da lì, sistematicamente, e Bruno se ne accorge, mentre si spinge in alto sulla ruota volante, la sua altalena. [Continua »]

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APERTURE SU "SUNSET LIMITED"

porta_21SUNSET LIMITED (Cormac McCarthy, ed. Einaudi – 10 euro)

“Sunset Limited”, scritto nel 2006 dall’americano Cormac McCarthy, è un testo che cerca in ogni modo di rendersi intrigante.

Sceglie di collocarsi al crocevia tra piccolo romanzo e pièce teatrale. Un’unica scenografia: la cucina di un piccolo appartamento in un caseggiato popolare di un quartiere nero di New York. Fornelli e un grosso frigorifero. Sul tavolo una Bibbia e un giornale.

Due soli protagonisti: un nero corpulento e un bianco smilzo. Nessun nome. L’intera opera è costituita dal confronto spigoloso tra questi due appellativi generici, “bianco” e “nero”.

Il nero ha appena salvato il bianco dal suicidio. Di mattina presto, il bianco ha cercato di buttarsi sotto un treno, il “Sunset Limited” appunto. Il nero l’ha acchiappato per il bavero, l’ha portato a casa sua e trascorre buona parte della giornata a convincerlo dell’assurdità di quel gesto. Di più: questo nero ex carcerato e omicida redento indaga sulle origini della volontà autodistruttiva che attanaglia il bianco professore nichilista; tenta di fornirgli buoni motivi per tornare a credere nella vita. Senza successo.

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La febbre della suocera di Outlaw Pete

Chi è dunque Gesù Cristo nella narrazione del Vangelo? Un grande sapiente? Un genio tanto incompreso e invidiato da diventare la vittima innocente di uomini bugiardi e crudeli? Un uomo buono? Un benefattore? Un guaritore talmente generoso e pieno di risorse da portare anche la tachipirina alla suocera di Pietro per abbassarle la febbre? Entrato Gesù nella casa di Pietro, vide la suocera di lui che giaceva a letto con la febbre. Le toccò la mano e la febbre scomparve; poi essa si alzò e si mise a servirlo. (Mt 8,14-15). Questo episodio è molto chiaro: Gesù la guarisce e lei piena di riconoscenza si dà da fare. Niente di più lineare e ovvio, ma non mi basta. Se mi fermo al livello morale del racconto, Cristo diventa solo il portavoce di una norma etica di bontà. Certo, potrebbe essere molto gratificante e rassicurante identificarsi in questo modello, ma che barba! Il racconto evangelico sarebbe semplicemente uno spot di Gesù e del suo prodotto: l’amore per il prossimo. Tutto questo mi sembra tremendamente noioso. Ho bisogno di una lettura più emozionante, coinvolgente, capace di proiettarmi dentro al racconto e rendermi protagonista della scena insieme a Cristo. Lo voglio incontrare, sento il bisogno di accendermi e di vivere un’esperienza che mi consenta di scoprire chi è Cristo e chi sono io. Ho bisogno di vivere un rapporto umano che mi faccia prendere fuoco come quando mi innamoro da perdere la testa o mi arrabbio da sfasciare tutto. Non era stato Cristo poi a dire di essere venuto a portare il fuoco sulla terra (Luca 12, 49)? Un fuoco, non un’aspirina. E quanto vorrei che questo fuoco fosse una passione bruciante! Se Lui è questo, se il suo fuoco è questo, allora sì, mi interessa. [Continua »]

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Giovedì 19 febbraio, lab. O'Connor.

Giovedì 19 febbraio, dopo la ribalta televisiva, il laboratorio di lettura O’Connor ritorna alla sua straordinaria normalità.

L’appuntamento è in via San Saba 19 (Roma), dalle 19:00 alle 21:00.

Coloro che verranno dovranno scegliere una pagina di un testo che amano particolarmente o che li interroga o che non amano o che comunque li sollecita e portarne una decina di fotocopie. Durante l’incontro di laboratorio dovranno leggerlo a tutti i partecipanti e commentarlo in qualche punto (5/6 minuti) e poi lasciare spazio ai commenti degli altri. Per maggiori info sul laboratorio.

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Fidanzata in coma

giacTo E.

Nel ’98 usciva in Italia il romanzo dello scrittore canadese Douglas Coupland dal titolo Fidanzata in coma (Feltrinelli). Il titolo è ripreso da una canzone degli Smith: «Girlfrend in a coma I know, I know, it’s serious» e il testo è costellato da frasi tratte dai testi delle canzoni di Morrissey, il leader del gruppo. La copertina dell’edizione americana mostra il volto di donna evanescente e sfocato. La storia ha come protagonista un gruppo di ragazzi: Karen, Jared, Richard, Hamilton, Wendy, Pamela e Linus. Jared, una sorta di giovane dongiovanni, è colui che dà avvio al romanzo, ma in realtà nello sviluppo della trama è già morto durante una partita. La sua è come una voce dall’aldilà. La vita di questi ragazzi è semplice, spontanea, soprattutto senza fretta. Karen, improvvisamente, dopo alcune visioni inquietanti, cade in coma. Lascia i genitori, gli amici e soprattutto il suo ragazzo Richard in uno stato di apprensione che si arricchisce di ulteriori connotazioni quando si apprende che la ragazza è in cinta. Nascerà una bambina, Megan, senza che alla madre accada nulla di nuovo. Il tempo passa, la bambina cresce, il mondo cambia. I cinque amici rimasti passano dagli anni ’70 agli anni ’80 tra alcolismo, droghe, yuppismo per tornare sempre indietro, come in un terribile gioco dell’oca, senza concludere nulla: Pam e Ham si bucano, Wendy si butta anima e corpo nella routine quotidiana di lavoro massacrante, Linus vaga alla ricerca di un significato, Richard si limita ad ubriacarsi. Il racconto è in mano a quest’ultimo che descrive con cura le sue inquietudini e la sua situazione, i suoi pensieri e i suoi sentimenti nei confronti di una bambina che cresce e di una donna che cresce anche lei, ma è assente dal mondo della coscienza. Gli avvenimenti si susseguono come per inerzia e senza convinzione.

Dopo 6719 giorni, cioè nel 1997, Karen si sveglia miracolosamente: una vera e propria «epifania». Si guarda attorno [Continua »]

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Si e tabula a Benedicta picta (MCMXIX –MCMXXIV) Scaphae motoriae velocitas inscripta incipere volumus…

E charta Michaelae Carpi Rosa Elisa Giangoia vertit

Nomen libello dare, ardentes et vitales esse, artissime artem et vitam coniungere et maxime omnes artes aestimare (etiam artem coquinariam), creandi ratio consentiens et mutua, in multis regionibus pervulgari et magna mulierum frequentia, sunt solum nonnullae virtutes quae illum nostrum gregem cui nomen BombaCarta est cum illo grege qui Futurismus dicitur deligant. Primis edendi Libellum Futurismi saeculariis celebrantibus (a.d.X Kalendas Martias MCMIX) nos quoque laudem et honorem iis hominibus qui non solum gregem sed veram scholam fecerunt reddere volumus.

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A partire da… «Velocità di motoscafo», opera futurista, di Benedetta

velocità di motoscafo, bendetta

Velocità di motoscafo, Benedetta (1919-24)

L’adesione a un Manifesto, il carattere «esplosivo» e «vitale», la strettissima interrelazione tra arte e vita e la valorizzazione di tutte le forme d’arte (cucina inclusa!), una visione solidale e collettiva della creatività, la diffusione regionale e una forte componente femminile, sono solo alcuni degli aspetti che legano l’esperienza del Futurismo a quella di BombaCarta.
Nel centenario della pubblicazione del primo Manifesto del Futurismo (20 febbraio 1909) non potevamo dunque non omaggiare anche noi quello che fu non solo un «gruppo», ma un vero e proprio «movimento»: «Il Futurismo è un movimento, il movimento è vita», come scriveva Severini rispondendo alle critiche mosse da un’«antica, invincibile avversione di tutti per le novità e per l’audacia» (Tutta la vita di un pittore, 1946)…

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Canto una vita immensa (in passione)

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tratto da:
Walt WHITMAN, Canto una vita immensa, traduzione e introduzione  di Antonio Spadaro, Milano, Ancora, 2009.

Con il suo vigore e con il grande respiro dei suoi versi, mi mette in uno stato mentale di libertà, pronto a vedere meraviglie; mi porta, per così dire, in cima a una collina o al centro di una piana; mi scuote e poi mi getta addosso migliaia di mattoni”: queste le impressioni che lo scrittore Henry David Thoreau ricavava dalla lettura della poesia del suo contemporaneo Walt Whitman (1819-92). L’anno di esordio del poeta statunitense fu il 1855. A 36 anni Whitman a proprie spese pubblicava la prima edizione di Leaves of Grass (Foglie d’erba), l’opera poetica che lo avrebbe reso un gigante all’interno del canone letterario statunitense.

Cosa accadeva in quegli anni? Nasceva Pascoli, Carducci elaborava le sue Rime, e Baudelaire i suoi I fiori del male. Proprio in questi anni Whitman scriveva: “Gli Stati Uniti in sé, nella loro essenza, sono il più grande dei poemi. (…) Qui finalmente troviamo nell’umano operare qualcosa che risponde all’operare maestoso del giorno e della notte“.

Ad una prima lettura queste espressioni potrebbero comunicare l’idea di un orgoglio patriottico che scade nell’enfasi retorica. Dov’è l’intensità silente e meditabonda di tanta grande poesia? Dove il dramma della coscienza inquieta che trova la poesia nelle sfumature? Nulla del genere in Whitman e anzi, poco dopo l’uscita dell’edizione finale di Foglie d’erba (1892), c’era in Italia chi confidava che la “freschezza vitale” dei suoi versi fosse capace di liberare l’”asmatica e tisica nostra poesia” e di trasfondere in essa un po’ di sangue. [Continua »]

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