Uomo – Bestia: oltre i confini dell’identità

“Chi è incapace di vivere in società, o non ne ha bisogno perché è sufficiente a sé stesso, deve essere o una bestia o un dio.” Aristotele, Politica, IV sec. a.c.

Kynodontas by Yorgos Lanthimos

Kynodontas (di Yorgos Lanthimos)

Così il più influente filosofo dell’antichità definisce l’uomo sociale, tracciandone i limiti negativi, coniando dunque quella figura residuale in bilico tra bestialità e divinità che diverrà esemplare nei secoli a venire. Limiti, dal latino “limes”, come confini oltre i quali l’uomo non è più tale, al di là dei quali smette di essere uomo e diventa qualcosa d’altro. Ma non è forse proprio l’esistenza dei territori di frontiera a costituire la premessa concettuale di qualsiasi oltrepassamento?
Al di fuori di ogni logica tensione classificatoria, conosciamo infatti un uomo storico conteso tra due opposte pulsioni che lo dividono con forze alterne, chiamandolo dal profondo ad essere quello che non è, o ciò che forse potrebbe essere se solo superasse i suoi limiti: essere Santo o essere Bestia.

E allora ci domandiamo: si può essere ciò che non si è? Sembrerebbe un paradosso.

I confini tracciati dal grande filosofo cominciano a sfumarsi: improvvisamente osserviamo un uomo attraversato da quelle linee che dovevano delimitarlo, a cui abbiamo dato nome di santo e bestia, attraversato e come lacerato da questi richiami, che sono “in lui” e non al di fuori, territori dell’animo ad altezze e profondità ignote che la Storia e la Letteratura sondano incessantemente da quando l’uomo ha desiderato definire se stesso tramite le parole, mattoni per muri di confine invisibili e forse inutili.

Non è forse un uomo quello che uccide per il proprio alto ideale? Eppure i crociati ritenevano di essere santi, e lo stesso devono aver pensato prima dell’impatto contro le Torri gli attentatori musulmani. La creazione lucida di piccoli olocausti come “La peste” di Camus e “Cecità” di Saramago ci aiuta ad indagare i grandi olocausti della Storia, in cui uomini-bestia e uomini-santi si avvicendano sui cadaveri di uomini-uomini, tutti accomunati da un unico, determinante attributo, l’essere “umani”. La superficie delle definizioni comincia ad incrinarsi nel secolo breve, ma la questione è antica.

“E nasce in noi spontaneo il desiderio di rivolgerci a tutti i futuri Profeti dell’umanità e di dire loro: Cari Profeti! Lasciateci in pace, non risvegliate nel nostro animo i più nobili sentimenti umani, e non fate nessun tentativo di renderci migliori. Lo vedete anche voi: finché siamo cattivi ci limitiamo a piccole bassezze, quando diventiamo migliori, uccidiamo. [...]
Dovete capire, Profeti, che il meccanismo dei nostri animi umani è il meccanismo dell’altalena, infatti proprio a causa della spinta verso la Nobiltà dello Spirito si verifica un forte rimbalzo verso la Ferocia Bestiale.
L’aspirazione a lanciare l’altalena dell’animo verso l’Umanità, con il conseguente, immancabile rimbalzo verso la Ferocia, attraversa come una linea straordinaria, ma allo stesso tempo sanguinosa, tutta la storia dell’umanità, e vediamo che proprio le epoche particolarmente attive, che si distinguono per i forti slanci verso lo Spirito e la Giustizia, ci sembrano più terribili a causa del sovrapporsi di inaudite crudeltà e di diabolica ferocia.” M. Ageev, Romanzo con cocaina, 1936

Allora forse sbaglia lo stesso Pascal, quando dice che “L’uomo non è né angelo né bestia, e sventura vuole che chi vuol fare l’angelo faccia la bestia“, e sbagliamo noi quando portiamo fuori dall’uomo ciò che è l’uomo stesso, nella sua completa ed inaccettabile umanità, raramente più alta della santità, ma troppo spesso più bassa di qualsiasi bestialità immaginabile, arrecando così alle bestie un torto etimologico perpetrato da migliaia di anni: finendo per umanizzare loro, che innocenti non ne avranno mai coscienza.

11 commenti a “Uomo – Bestia: oltre i confini dell’identità”

  1. Andrea Monda scrive:

    molto stimolante questo editoriale, avrei molto da dire..vediamo un po’..
    Si inizia con una citazione di Aristotele ma il resto dell’articolo è di impianto platonico, purtroppo. Si parla solo dell’essere in quanto tale. L’uomo è, o non è. Giovanni tu ti chiedi “si può essere ciò che non si è?” e la domanda è retorica, ma direi che ancora una volta ha ragione lo Stagirita quando sottolinea il divenire. Secondo me l’uomo può diventare, anzi diventa sempre, si trasforma, e può divenire anche qualcosa di nuovo rispetto al se stesso di partenza. L’uomo come cantiere aperto, da costruire, definire.. continuamente.

    Poi: ardita ma anche semplificatrice la similitudine crociati-kamikaze dell’11 settembre. I crociati non si sentivano santi, ma anzi si sentivano dei peccatori che cercavano di difendere un luogo santo, il Santo Sepolcro. Ma questo punto è complesso (si dovrebbero considerare troppi fattori) e quindi mi taccio.

    Però è interessante che qui il binomio è diventato trinomio: santo-uomo-bestia. Meglio “santo” che non “angelo”, secondo me (e secondo Pascal, grazie per averlo citato) è l’angelismo, l’illusoria pretesa della purezza, che porta poi alle peggiori bestialità. Questa apertura trinitaria ci dice che appunto l’uomo, al contrario degli animali, è pasta duttile, malleabile, è apertura ad un divenire che lo può condurre oltre se stesso, nel bene (santità) e nel male, quella disumanizzazione che potremmo chiamare anche bestialità, senza irritare spero i sentimenti animalisti ormai sempre più diffusi.

    Ultima cosa, una domanda: il testo che hai citato, quello di Ageev, non dice proprio quello che dice Pascal che cioè quando l’uomo ha voluto creare paradisi in terra, ha voluto farsi angelo, o farsi Dio, ha poi realizzato dei veri inferni, bestiali e disumani (comunismo e nazi-fascismo giusto per fare un paio di esempi)? Perchè mi sembra che invece tu li accosti ma come se fossero in contrapposizione.. forse mi è sfuggito qualcosa, bell’editoriale ma molto impegnativo… dato il tema era più che giusto. Grazie Giovanni!

  2. Giovanni D'Aiuto scrive:

    Se l’uomo sia “in divenire” mi pare proprio il punto chiave della questione, e temo che non vi sia una soluzione unica: quello che io propongo sono delle ipotesi, partendo da quella che è una lettura del mondo e dell’uomo nel cui merito non entro. Pascal crede in questa possibilità plasmatrice dell’autocoscienza, mentre Ageev, come credo sia confermato in ogni punto del romanzo, mette in scena un’umanità insalvabile: la sua non è una rappresentazione della falsa bontà, ma la rappresentazione dell’impossibilità naturale del bene. Come a dire che in ogni carità si nasconda il verme di un inconfessabile egoismo, o di una escludente altezzosità.

  3. Lorenzo scrive:

    Giovanni ma secondo te tua madre quando ti ha fatto nascere e fatto crescere (faticando, lavorando sodo e rinunciando a parecchie cose) nascondeva il verme di un inconfessabile egoismo o di una escludente altezzosità? Lo ha fatto solo per FAR VEDERE che faceva del bene?

  4. Andrea Monda scrive:

    non avevo mai sentito parlare di questo Ageev, ma c’è un pizzico di verità in quello che sottolinea Giovanni, sulla “impossibilità naturale del bene”. Infatti, siccome il bene c’è e si vede ed è anche all’opera continuamente (vedi ad esempio l’amore della mamma di Giovanni di cui parla Lorenzo), allora la cosa non si spiegherebbe.. Ma forse c’è una soluzione: l’amore è soprannaturale. Solo in questa dimensione il bene e l’amore diventano possibili, “ridiventano naturali”. “Togliete il soprannaturale e resterà l’innaturale” (Chesterton)

  5. Lorenzo scrive:

    Mi è venuta in mente una frase forse ancor più pessimista/egoista (secondo alcuni), realista (secondo altri), ma comunque “forte/pesante” e del filone di Ageev (mi pare di capire):

    I “buoni”, i generosi che si occupano volentieri degli altri sono quasi sempre dei vanitosi, dei simpatici adorabili spacconi. La bontà è una forma speciale di vanità e di presunzione. La bontà è una versione nobile della vanità e della presunzione.
    E.M. Cioran, Quaderni (1957-1972)

    E cercando l’esatta frase mi sono imbattuto in Nietzsche.
    L’altruismo, cioè l’amore disinteressato per il prossimo, è valore fortemente esaltato dai cristiani. Nietzsche afferma invece che esso non è altro che una forma di egoismo sublimato: quando compiamo un atto buono e generoso nei confronti del prossimo, lo compiamo in realtà solo per amore di noi stessi. Siccome non è un atto moralmente elevato, lo trasformiamo in un’azione verso il prossimo (tipica concezione della sublimazione freudiana).

  6. Ruggero Maria Coppola scrive:

    In quanto parteciperò attivamente alla prossima officina, vorrei intervenire anche alla luce dei diversi ed interessanti stimoli che sono emersi nel dibattito.
    Mi sembra necessario ricordare che per quanto concerne il rapporto genitori-figli ci sarebbe almeno da tenere in considerazione quelle che sono teorie piuttosto ricorrenti sia in ambito scientifico che filosofico, ovvero quelle inerenti all’istinto di conservazione della specie secondo le quali questo fantomatico amore purissimo materno nei confronti dei figli sarebbe dettato da inconsci o comunque inconsapevoli impulsi puramente “animali” (comunque simili a quelli di una qualunque altra specie, dalla più infima alla più sviluppata e prossima all’uomo).
    Mi sento di aggiungere che, per quanto concerne il parallelo tra kamikaze musulmani e crociati, non sia poi così necessario, nell’ottica del discorso che Giovanni ha portato avanti nell’editoriale, andare a capire le ragioni che stanno dietro ai vari accadimenti dei singoli fenomeni. Il concetto mi sembra piuttosto l’utilizzo della violenza per fini presumibilmente giusti per chi ne sta facendo uso, indipendentemente dalla loro oggettiva giustezza e tanto più da un’identificazione o meno di questa con la santità (che mi è sembrata più un’espressione colorita scelta per dare un po’ di pepe al discorso e, inoltre, utile ad aprire un’altra dimensione nel confronto uomo-bestia che è diventato, come è opportunamente stato fatto notare, un trinomio uomo-bestia-santo). Forse è più utile considerare i due esempi come idonei per un confronto con quello che è il mondo “bestiale”, rispetto al quale i due fenomeni suddetti possono dirsi estranei.

  7. Lorenzo scrive:

    Quelle teorie sul rapporto genitori-figli sono ricorrenti nei filoni di pessimismo, nichilismo, scientismo, matematismo. Se vogliamo prenderle in considerazione dobbiamo contestualizzarle.

  8. Andrea Monda scrive:

    per essere utile alla costruzione dell’Officina (che pur deve rimanere un cantiere aperto) propongo di porci qualche domanda che mi sarei aspettato già nell’editoriale:
    1) ma l’uomo è un animale? (penso si possa escludere sia un vegetale o un minerale);
    2) cosa distingue l’uomo dagli animali? se comincio a pensarci l’elenco diventa lunghissimo…
    faccio un esempio: l’omicidio. Esso non è l’uccisione di un uomo, ma più precisamente l’uccisione di un uomo da parte di un altro uomo. Un terremoto uccide tanti uomini ma non commette omicidio. E anche i virus, le febbri, le tigri.. Allora ecco il paradosso: a livello morale l’uomo che compie un omicidio è un “bruto”, è meno di un uomo (in alcuni luoghi viene condannato a morte) ma solo un uomo può compiere l’omicidio. Ecco, ci sono alcune azioni che solo l’uomo può compiere. Come organizzare una crociata (per riprendere l’esempio dell’editoriale), andare sulla luna o ai Poli, scrivere una poesia, organizzare un attentato terroristico (cosa molto diversa da una crociata), sposarsi, cucinare… In fondo gli animali non “agiscono”, ma semplicemente “reagiscono”. Ecco, suggerisco di partire da qui.. cosa è che rende l’uomo unico e speciale? Se schiaccio con le mani due mosche non le distinguo nemmeno, ma se uccido una persona umana elimino l’unico e ultimo esemplare della sua “specie”. Pensiamoci un po’..

  9. Giovanni D'Aiuto scrive:

    Grazie mille Andrea per gli spunti interessantissimi che sollevi in complemento al mio controverso tentativo di primo editoriale, come puoi certamente capire la materia era così ampia e ghiotta da non poterne coprire tutte le possibili articolazioni, quindi ogni nuovo apporto è benvenuto!

  10. Andrea Monda scrive:

    se l’editoriale non è “controverso” sinceramente non mi interessa. Non si può nè bisogna accontentare tutti. Il tema è immenso e il tuo testo è ricco di spunti, quindi “perfetto”. Ho aggiunto domande “basiche”, perchè secondo me da quelle si deve partire o ripartire, in modo di allargare appunto la “base” della nostra riflessione (e anche delle collaborazioni e delle fruizioni).

  11. mmh… devo ripassare, mi sa, un sacco di cose.

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