Il dolore che scioglie la maschera

PirandelloIl dolore è una molla di riconquista della vita? Sì, può esserlo. Nel maggio del 2000 l’Officina di BombaCarta ha accolto una testimonianza straordinaria su questo tema. Maria Pia Ladi, medico con esperienza quarantennale, malata di cancro, scrittrice, ci ha parlato del proprio viaggio nel dolore e di quello di Luigi Pirandello, sposo di una donna gravemente malata di schizofrenia. Alla fine del 1997 Maria Pia scopre di essere malata di tumore e scrive per otto mesi un diario della propria vita in un ospedale oncologico che costituisce buona parte del suo libro Riconquisto la mia vita (Edizioni Cittadella). Nel frattempo, tra un ricovero e l’altro, si laurea in Lettere con una tesi dedicata all’esperienza psichiatrica nell’opera dello scrittore siciliano, studio che la porta a scoprire quanto l’esperienza del dolore in famiglia avesse favorito la riflessione di Pirandello sulla scoperta del proprio vero io e la caduta di quella maschera che definiva la metafora di se stessi. Il rigore di questa ricerca, ispirata dagli anni vissuti accanto a una madre paranoica, ha portato Maria Pia a recuperare la cartella clinica della moglie di Pirandello, ricoverata per quarant’anni in un manicomio (per volere del figlio maggiore) dopo venticinque anni di convivenza difficilissima con il marito che ne aveva condiviso con pazienza e premura la malattia. Nella storia personale di Maria Pia Ladi e in quella nascosta nel matrimonio di Luigi Pirandello il dolore è la via che conduce ad una piena conoscenza di se stessi e degli altri.

Di Maria Pia Ladi (che ci ha lasciato il 18 ottobre 2002) ecco il testo di uno splendido racconto breve ispirato dalla sua esperienza di medico condotto nella Carnia delle miniere di piombo e zinco.

Di Luigi Pirandello, invece, la citazione offerta da Maria Pia Ladi stessa nel corso dell’incontro di Officina tratta dai Quaderni di Severino Gubbio: Ah se ognuno di noi potesse per un momento staccare da sé quella metafora di sé stesso che, inevitabilmente, dalle nostre innumerevoli finzioni, coscienti o incoscienti, dalle interpretazioni fittizie dei nostri atti e dei nostri sentimenti siamo indotti a formarci! Si accorgerebbe subito che questo lui è un altro. Un altro che non ha nulla o ben poco a che vedere con perché il vero lui è quello che grida dentro, l’intimo essere, a volte costretto a restarci per tutta la vita ignoto. Vogliamo ad ogni costo salvare, tenere in vita quella metafora di noi stessi, nostro orgoglio e nostro amore. E per questa metafora soffriamo il martirio e ci perdiamo. Quando sarebbe così dolce abbandonarci, vinti, arrenderci al nostro intimo essere che è un dio terribile se ci opponiamo ad esso, ma che diventa subito pietoso di ogni nostra colpa appena riconosciuta e prodigo di tenerezze insperate. Ma questo sembra un negarsi e cosa indegna di un uomo. E sarà sempre così finché crederemo che la nostra umanità consista in quella metafora di noi stessi.