Freewheelin’ DJ – il vostro umilissimo B.D.

L’autunno del patriarca del rock, Robert Allen Zimmerman alias Bob Dylan, continua a scorrere dolce. Dopo la primavera degli anni ’60 e la rigogliosa estate degli anni ’70, dagli anni ’80 è cominciato questo lungo autunno che sembra non finire (in concomitanza con il suo neverending tour) e non condurre mai a quel freddo dell’inverno che nessun amante della musica può augurarsi. I suoi ultimi dischi sono sempre lievi e lieti, non cadendo mai nel vicolo cieco del rimpianto e/o del “ri-masticamento”. La scorsa primavera è uscito Together Trough Life, pieno di perle nascoste che, come lascia intendere il titolo, è un perfetto album “di accompagnamento”: chi usa ascoltare la musica in automobile, nei lunghi viaggi, può comprendere meglio quanto sto affermando. Nello stesso cofanetto del CD la Columbia ha pensato bene di inserire una “chicca”: la puntata sul tema “Amici e vicini” del programma Theme Time Radio Hour. Di che cosa si tratta?

dylanI fan di Dylan sanno già di cosa sto parlando: negli ultimi tre anni il nostro è diventato (o, si è rivelato) uno splendido radio disk jockey. Infatti tra il maggio 2006 e l’aprile 2009, Dylan ha realizzato con cadenza quasi settimanale una puntata di un’ora per il programma Theme Time Radio Hour  (TTRH) sul XM Satellite Radio, un servizio su abbonamento della radio satellitare, ora chiamato Sirius XM Radio, dopo il suo acquisto e la fusione con la concorrente Sirius Satellite Radio. TTRH è stato originariamente trasmesso ogni mercoledì alle 10:00. La serie si è conclusa con la puntata del 15 aprile 2009 (e il tema della puntata era, ovviamente, “Goodbye“).

Il successo è stato grande e il fatto è ovviamente diventato oggetto di culto e girano fuori e dentro il web raccolte più o meno complete dell’intera esperienza di Dylan alla console. Ma come funzionava il programma? Beh, avete presente le Officine di BombaCarta? Ecco, qualcosa di simile: per ogni puntata il buon Bob ha scelto un tema e le relative 15-20 canzoni che lo “sviluppassero”, quindi se il titolo di questo articolo (che fa il verso al titolo di un famoso album di Dylan del ’63) significa “D.J. a ruota libera”, in realtà bisogna dire che il programma è quanto di più serio e rigoroso ci possa essere. Il fatto è che Dylan con questo “intermezzo” nella sua lunga carriera ha rivelato un altro grande talento. Non è facile fare il D.J. e Dylan ha dimostrato di essere bravissimo anche in questo.

Innanzitutto, la voce: non più quella gracchiante, fatta di sabbia e carta vetrata, adorata da quei matti dei suoi fan, ma una voce calda, profonda, suadente, quasi sexy. E’ la stessa voce che è stato possibile ammirare nel docu-movie No Direction Home di Martin Scorsese, per intenderci. Ascoltarlo mentre inserisce i brani è un vero piacere, perché è evidente che è lui che si sta divertendo più di tutti. A volte canticchia pure il motivo per introdurlo o per salutarlo o anche, mentre inserisce una canzone, ne canticchia un’altra che per motivi di spazio non ha potuto mettere nella selezione di quella puntata.

Poi, la fantasia dei temi scelti: ne ho citato già due, Amici e vicini e Goodbye, eccone un’altra manciata (c’è solo l’imbarazzo della scelta): la radio, padri, cibo, il n.1, nomi di donna, il clima, la morte e le tasse, conto alla rovescia, automobili, pistole, scuola, cuore, fortuna, bere, sonno, lacrime, risate, uomini ricchi e uomini poveri, natale e capodanno, diavolo, acqua, mamma, scarpe, strumenti musicali, luna, fiori, mappe musicali, caffè, Bibbia, carcere, Texas

Terzo, la fantasia nella scelta delle canzoni. C’è veramente di tutto, dalle canzoni western o gospel dell’800 al rap di oggi. L’ago della bilancia tende, forse inevitabilmente, verso tutto ciò che ha preceduto Dylan, la musica del Time Out of Mind (per citare un altro suo grande album del ’97), del “tempo immemorabile” da cui il cantautore da sempre attinge senza sosta. E’ la musica folk e dintorni degli anni ’30, ’40 e ’50, una miniera sconfinata in cui Dylan si muove con precisione e sapienza senza mai scadere nella saccenteria o nella pedanteria. La cosa fondamentale è infatti questa: ascoltare una sua puntata è divertente, per tutti i 60 minuti. E’ davvero difficile trovare una canzone sballata, bolsa o appiccicata lì come riempitivo, ogni track sarà una sorpresa, magari disorientante, ma (specie per il pubblico italiano) capace subito di creare curiosità e golosità.

Non si sa se e da quanti “ghost dj” Dylan si faccia aiutare in questa attività ma il risultato è senz’altro impressionante. Sembra che Dylan non abbia fatta altro, in questi 50 anni, che il dj.

Divertentissimo, ad esempio, quando introduce una canzone di Stevie Wonder in cui il noto cantante si esibisce anche in italiano, e il vecchio Bob si mette pure lui a canticchiare in italiano complimentandosi con il suo vecchio amico “Go, Stevie, go!”. C’è ovviamente spazio per molti suoi “amici” da Frank Sinatra a Elvis Presley, dai Beatles a Bing Crosby, dai Rolling Stones a Jimmy Hendrix fino al Boss (immancabile Cadillac Ranch nella puntata dedicata alle automobili).

In conclusione cosa dire? È una sorpresa ma non del tutto questo nuovo talento scoperto del vecchio Bob Dylan. In fondo Dylan ha sempre fatto il dj. Il suo primo disco del 1962 contiene una sola canzone sua (Song to Woody, una dedica al suo maestro Woody Guthrie) e una cospicua raccolta di cover. Diversi altri album, in questi 47 anni, sono stati raccolte di cover perché Dylan non ha mai fatto mistero di essere una “spugna” che assorbe e ripropone, salvando dall’erosione dell’oblio vecchie perle spesso coperte dalla polvere nella grande miniera della musica popolare. Anche la scelta di privilegiare canzoni del “tempo immemorabile”, di quegli anni che lo hanno preceduto e influenzato è particolarmente significativa. Mi viene in mente quello che altri artisti hanno affermato (da Spielberg a Scorsese allo stesso Springsteen), che cioè sono le immagini e i suoni che ci hanno colpito nei nostri primi anni a generare un’influenza che corre sotto traccia e produce i suoi effetti per tutto il resto della vita. Infine, anche come performer dal vivo, Dylan, che ormai da oltre 20 anni è impegnato nel suo tour infinito, non c’è concerto in cui non dedichi uno spazio ad una cover. E’ qualcosa che induce a pensare: non c’è autore più “autore” di Dylan, oltre 500 titoli di canzoni proprie, il più famoso “poeta” del rock.. eppure questo ometto baffuto non fa un passo senza citare qualcun altro, senza in qualche modo ringraziarlo. Cantare cover, fare il dj, può essere, in fondo, uno splendido e faticoso “lavoro” di grande umiltà.