L’inflessibile tenerezza di Czesław Miłosz

Nasceva un secolo fa Czesław Miłosz, poeta, saggista e premio Nobel per la Letteratura nel 1980. Polacco d’origine ma statunitense di adozione, come già Isaac B. Singer, Milosz aveva chiesto asilo politico in seguito alla definitiva rottura con il partito comunista che manovrava con compatta naturalezza l’intera élite intellettuale del Paese. Le sue successive riflessioni sui meccanismi attraverso i quali il totalitarismo sovietico riusciva subdolamente a infiltrarsi nei cervelli falsificandone i concetti, raccolte nel volume La mente prigioniera (1953), sono a oggi giustamente celebri. Valga a esempio il sobrio brano posto in epigrafe: «Se due litigano e uno ha un buon 55% di ragione, benissimo. E se uno ha il 60% di ragione? È una meraviglia, una grande felicità. E che dire del 75%? I saggi affermano che è molto sospetto. Bene, e il 100%? Uno che dice di avere ragione al 100% è un brigante, è l’ultimo dei farabutti». Nei successivi anni della contestazione, con Lech Walesa alla guida del movimento Solidarnosc, Milosz assurse a simbolo nel proprio Paese nonostante l’esilio, tanto che gli operai trascrivevano le sue poesie ai piedi del monumento dedicato ai 39 lavoratori uccisi dalla polizia del regime durante gli scioperi del ’70.

Ciò nonostante non bisogna credere che il significato politico di Milosz sia stato preponderante nell’assegnazione del Nobel. A riprova, il Milosz più grande non è – almeno a mio vedere – il pur enorme saggista, né il vergatore di squisiti zibaldoni, ma il poeta. In Italia sono stati tradotti parecchi suoi volumi di prosa, ma della produzione poetica rimane in commercio solo l’antologia Poesie (Adelphi 1983), impeccabilmente tradotta da Pietro Marchesani. Altre raccolte, pubblicate in preziosi edizioni numerate, sono finite in mano ai collezionisti, mentre il volume di poesie inedite che pure venne presentato in anteprima mondiale proprio a Roma – da Ryszard Kapuscinsky, poche settimane prima della morte – non fu mai tradotto nel nostro Paese. Iosif Brodskij definì Milosz uno dei maggiori poeti del secolo. E la sua influenza fu effettivamente decisiva: pensiamo solo a Raymond Carver e Wyslawa Szymborska. Sia lo scrittore americano che la poetessa polacca sono stati talvolta presentati come autori “minimali” perché affondano lo sguardo nel piccolo e nel banale. Solo che all’interno vi trovano l’universo. Attraversano il minimalismo per sbucare nel massimalismo. Ed è questa la lezione che entrambi hanno appreso da Milosz, poeta totalmente immerso nei drammi della storia eppure ancora capace di tenerezza per quella quotidianità che non passerà mai alla storia. Szymborska ci da un significativo ritratto del maestro nelle ultime pagine di Letture facoltative. Il grande poeta, ormai famoso e idolatrato, entra in un ristorante e ordina… una bistecca con patate: ma la sua capacità di gustare e godere anche un piatto così semplice diventa per Szymborska un’icona del suo intero atteggiamento verso la realtà. Carver lo cita numerose volte, ma su tutte ama una sua poesia in particolare, Dono, scritta a Berkeley nel 1971:

Un giorno così felice.
La nebbia si alzò presto, lavoravo in giardino.
I colibrì si posavano sui fiori del quadrifoglio.
Non c’era cosa sulla terra che desiderassi avere.
Non conoscevo nessuno che valesse la pena d’invidiare.
Il male accadutomi, l’avevo dimenticato.
Non mi vergognavo al pensiero di essere stato chi sono.
Nessun dolore nel mio corpo.
Raddrizzandomi, vedevo il mare azzurro e le vele.

Pochi versi, sensazioni tattili, fisiche, visive, sensoriali. La felicità resa percepibile. Un titolo elementare – “dono” – che è una constatazione. Tutto questo è dono, niente è stato fatto per riceverlo, nulla è richiesto in contraccambio. Pura beatitudine. La consonanza spirituale di questi versi con uno degli ultimi componimenti di Carver – Una pacchia – è davvero notevole. Eppure in Milosz c’è anche la tensione brechtiana verso la storia, la necessità di stornare gli occhi dalla bellezza dei meli in fiore per rendere duro lo sguardo da opporre alla dittatura. Sono noti questi versi della sua poesia Prefazione (Cracovia, 1945) anche se non tutti citano la strofa successiva:

Cos’è la poesia che non salva
I popoli né le persone?
Una complicità di menzogne ufficiali,
Una cantilena di ubriachi, a cui fra un attimo verrà tagliata la gola,
Una lettura per signorinette.

Che volevo una buona poesia, senza esserne capace,
Che ho capito, tardi, il suo fine salvifico,
Questo, e solo questo è salvezza.

La tensione tra il bisogno di una giustizia intramondana e la necessità di una salvezza ancora più ampia, capace di salvare l’esistenza dalla propria ineluttabile fragilità, non si spegne mai nei versi di Milosz. Viaggiando con l’immaginazione indietro nei secoli, ammirando «barche di faggio, specchi di metallo levigato, / acquedotti, ponti e cattedrali», contemplando i millenni di glorie e d’infamie nelle quali l’umanità si è avvoltolata, nel cuore di Milosz si raggrumano «amore e rabbia, / schifo, riconoscenza e adorazione». Un conglomerato di sentimenti irrisolti su cui domina una finale nota dolceamara: «C’è molta morte e perciò la tenerezza / per trecce, gonne colorate al vento, / barchette di carta non più durevoli di noi stessi…» (Consigli). Il sentimento della precarietà dell’essere – dalla farfalla che dura pochi giorni alla piramide che dura pochi secoli – induce a una tenerezza che è laica pietas e allo stesso tempo invocazione di una religiosa salvezza. Riconoscimento di appartenere al tempo e contemporaneo desiderio di sottrarvisi. Umiltà e ribellione. Conclude Milosz nella sua celeberrima Ars poetica? (Berkeley, 1968):

L’utilità della poesia sta nel ricordarci
quanto sia difficile restare la stessa persona,
perché la nostra casa è aperta, la porta senza chiave,
e ospiti invisibili entrano ed escono.

Ciò di cui parlo non è, d’accordo, poesia.
Perché è lecito scrivere versi di rado e controvoglia,
spinti da una costrizione insopportabile e solo con la speranza
che spiriti buoni, non maligni, facciano di noi il loro strumento.

Si può fare poesia con ciò che non è poesia? Ma cosa non è poesia? Proprio l’apparente impoeticità – tratto poi comune tanto a Carver come a Szymborska – sarà la caratteristica capace di riavvicinare il lettore comune alla poesia, riconciliando vita e letteratura attraverso versi scritti «di rado e controvoglia». Perché nell’uomo abitano non solo viscere, ma pure spiriti. Così come lo abitano gesti del passato e del futuro. Infinite possibilità che si rincorrono e rinnovano da secoli. L’irrisoluta precarietà che abita nell’uomo non è destinata a spegnersi nella cenere, ma a cercare costantemente quel «compimento» di cui l’arte – e tutte le opere dell’uomo – non sono che una approssimazione, come scrive Milosz nell’inedita Cieli (già riportata QUI). Ma è con un’altra poesia che voglio concludere: Tarda maturità, una delle ultimissime composizioni dell’autore che speriamo – in occasione di questo anniversario – di vedere presto raccolta in volume:

Non subito
perché solo attorno ai novanta
si è aperta dentro di me la porta
e sono entrato nella chiarezza del mattino.
Sentivo allontanarsi da me una dopo l’altra
come fossero ladri le mie vite anteriori
con il loro tormento. Apparivano,
concessi al mio cesello, paesi, città, giardini,
golfi di mare, per venire descrittin9
meglio di tutti. Non ero
separato dagli uomini, ci univano
rimpianto e pietà, e dicevo:
Abbiamo dimenticato che siamo tutti
figli di un re, poiché veniamo da dove ancora
non c’era divisione tra il sì e il no,
né divisione tra c’è, ci sarà, c’è stato.
Siamo scontenti e facciamo uso
cento volte di meno del dono
che abbiamo ricevuto per il nostro lungo
viaggio. Atti di ieri e di secoli fa
– il colpo di una spada, il dipingerci
le ciglia davanti a uno specchio di lucido
metallo, lo spago mortale di un moschetto,
lo schianto di una caravella sugli scogli –
abitano dentro di noi e aspettano
il loro compimento. Ho sempre
saputo che sarei stato il lavoratore
di una vigna così come tutti gli uomini
che vivono il mio tempo, consapevoli
di ciò oppure inconsapevoli.

(traduzione di Giovanni Panfilio. Questo articolo è comparso su ZENIT 24/05/2011)

  • Carlo M.

    Bellissimo, grazie!

  • Andrea Monda

    meraviglia! voglio leggere tutta la poesia “Consigli”! dove la trovo?

  • Emanuela Scicchitano

    “L’utilità della poesia sta nel ricordarci / quanto sia difficile restare la stessa persona,/perché la nostra casa è aperta, la porta senza chiave,/ e ospiti invisibili entrano ed escono”. Questi versi di Milosz mi hanno colpita per la forza con cui dipingono lo scopo della poesia: denudarci, ricordarci le nostre contraddizioni senza giudicarle impietosamente. la poesia ci rammenta che siamo uomini in quanto confini reciproci di diversità. Non siamo, insomma, monadi ma zone liminari, in cui si intersecano incontri; varchi direbbe Montale, che usava a tal proposito l’immagine della casa dei doganieri in cui non si sa chi resta e chi parte.

  • Paolo Pegoraro

    “confini reciproci di diversità”… “zone liminari in cui si intersecano incontri”… wow, queste sono definizioni degli esseri umani che schiudono orizzonti imprevedibili!
    quando la poesia ci fa sperimentare questo, ecco cosa m’interessa della letteratura

    @ Andrea: “Consigli” è nella raccolta Adelphi “Poesie”

  • valerio

    Non conoscevo Milosz, se non per citazione. Questa presentazione mi ha fatto vedere la somiglianza con gli amati Carver e Szimborska, ma la diversità : mi pare più nitido nelle espressioni poetiche. Non per fare il critico, ma per dire l’esperienza che questa lettura mi ha fatto fare…

  • Paolo Pegoraro

    http://www.flickr.com/photos/magaripotessi/4306796053/

    Campo dei Fiori

    A Roma in Campo dei Fiori
    Ceste di olive e limoni,
    Spruzzi di vino per terra
    E frammenti di fiori.
    Rosati frutti di mare
    Vengono sparsi sui banchi,
    Bracciate d’uva nera
    Sulle pesche vellutate.

    Proprio qui, su questa piazza
    Fu arso Giordano Bruno.
    Il boia accese la fiamma
    Fra la marmaglia curiosa.
    E non appena spenta la fiamma,
    Ecco di nuovo piene le taverne.
    Ceste di olive e limoni
    Sulle teste dei venditori.

    Mi ricordai di Campo dei Fiori
    A Varsavia presso la giostra,
    Una chiara sera d’aprile,
    Al suono d’una musica allegra.
    Le salve dal muro del ghetto
    Soffocava l’allegra melodia
    E le coppie si levavano
    Alte nel cielo sereno.

    Il vento dalle case in fiamme
    Portava neri aquiloni,
    La gente in corsa sulle giostre
    Acchiappava i fiocchi nell’aria.
    Gonfiava le gonne alle ragazze
    Quel vento dalle case in fiamme,
    Rideva allegra la folla
    Nella bella domenica di Varsavia.

    C’è chi ne trarrà la morale
    Che il popolo di Varsavia o Roma
    Commercia, si diverte, ama
    Indifferente ai roghi dei martiri.
    Altri ne trarrà la morale
    Sulla fugacità delle cose umane,
    Sull’oblio che cresce
    Prima che la fiamma si spenga.

    Eppure io allora pensavo
    Alla solitudine di chi muore.
    Al fatto che quando Giordano
    Salì sul patibolo
    Non trovò nella lingua umana
    Neppure un’espressione
    Per dire addio all’umanità,
    L’umanità che restava.

    Rieccoli a tracannare vino
    A vendere bianche asterie,
    Ceste di olive e limoni
    Portavano un gaio brusìo.
    Ed egli già distava da loro
    Come fossero secoli,
    Essi attesero appena
    Il suo levarsi nel fuoco.

    E questi, morenti, soli,
    Già dimenticati dal mondo,
    La loro lingua ci è estranea
    Come lingua di antico pianeta.
    Finché tutto sarà leggenda
    E allora dopo molti anni
    Su un nuovo Campo dei Fiori
    Un poeta desterà la rivolta.

    Varsavia, Pasqua 1943

    (Czesław Miłosz)

  • Paolo Pegoraro

    sicuramente! è un argomento che mi interessa approfondire, Valerio.

    a me la divergenza che colpisce di più è nell’approccio alla Storia. Carver praticamente la ignora, la sua poetica scava fino al cuore dell’assoluta unicità del momento presente e dell’esistenza individuale. Szymborska diluisce questo dato nel divenire universale, antecedente la comparsa dell’uomo: quindi l’importanza poetica che riconosce a cosmogenesi, preistoria, pianeti, animali, ecc. in cui il fenomeno umano è piccola parte.

    Milosz invece ha un vero sentimento della Storia. riesce a tradurla in materia poetica. sicuramente perché ha vissuto, militato, patito le conseguenze di una dittatura – e tuttavia anche perché è riuscito a non assolutizzare il suo vissuto, ma ha fatto combaciare le svolte della Storia con quelle della natura umana (penso a brani come “Campo de’ Fiori”).

    è come se dopo di lui – e dopo Brodskij, e la loro generazione – si fosse aperto un bivio tra individualità e collettività, tra esistenza e storia, tra ripiegamento e rivolta, tra poetica e politica. e questo sì che è un vero ostacolo, per l’una come per l’altra.