Ho visto cose (che voi umani…)

Il primo giorno del nuovo lavoro, ancora frastornato dai cambiamenti e dagli obblighi burocratici, la responsabile mi ha condotto nella stanza di A., la collega con più anzianità di servizio, dove – nel giro di circa un’ora – ho ricevuto un estremo sunto degli ultimi venti anni di storia dell’ufficio. A., prossima alla pensione, rappresenta la nostra memoria storica e, di conseguenza, si è rivelata come un’autentica miniera di aneddoti e ricordi, inesauribili nel numero e inestimabili nel valore, oltre che nella passione con cui sono stati riferiti.

Mi piace iniziare con un esempio tratto dal quotidiano – simile a tanti di cui tutti abbiamo avuto esperienza – che ci consenta di cogliere un primo e inequivocabile dato sul tema scelto per questo mese: non è necessario aver osservato i “raggi B balenare nel buio vicino alle porte di Tannhäuser” per poter affermare che “ho visto cose”. La citazione scelta questo mese riprende, ancora una volta, un grande classico della cinematografia, ossia Blade Runner, che nelle scene conclusive raggiunge il proprio climax nel dialogo/monologo, rivolto dal replicante Roy Batty al cacciatore di automi Deckard:

“I’ve seen things you people wouldn’t believe, attack ships on fire off the shoulder of Orion, I watched c-beams glitter in the dark near the Tannhäuser Gate. All those moments will be lost in time, like tears in rain. Time to die.”

Roy Batty, di fronte all’incapacità (molto umana) di fronteggiare la morte imminente e certa, ripensa alle proprie esperienze sensibili, cioè a quei “dati” che lo differenziano da ogni altro individuo e che da replica(nte) lo rendono, in realtà, unico. “Ho visto cose” rinvia dunque al racconto della propria esperienza che per lasciare traccia – per non morire con il proprio autore, scivolando via, appunto, come lacrime nella pioggia – deve essere riferita. Il racconto quale momento ultimo e imprescindibile dell’esperienza, in grado di trasformarla da ricordo intimo a storia comune, narrazione nella narrazione, che ritorna più volte nella letteratura. Così Ulisse, prima di poter far ritorno a Itaca, deve condividere e dunque vivere nuovamente – presso la corte dei Feaci – il faticoso viaggio compiuto. Così il vecchio marinaio della Ballata, dopo aver esperito il divino e la sua punizione, è condannato a un eterno racconto della propria colpa che ne rappresenta, al contempo, la via per la redenzione. Così ancora Ismaele, che solo sopravvive “per poterlo raccontare”, narratore di se stesso e della folle caccia di Achab.

E, d’altro canto, il racconto è condannato a rivelarsi come mera rappresentazione dell’esperienza: dunque non solo quantitativamente più limitata (parafrasando il paradosso del cartografo di Borges, per descrivere perfettamente una giornata sarebbe necessaria una giornata), ma anche qualitativamente traslata (perché potremo sempre scegliere cosa comunicare dell’esperienza e come comunicarla, e comunque sia potremmo non essere compresi). Roy non è infatti interessato ad alcun racconto – o forse più semplicemente, è il tempo a difettargli – limitandosi a una scarna elencazione esemplificativa. E in ogni caso, ci dice, non potremmo neanche immaginarle le cose che ha visto, mostrando come la questione debba, in definitiva, essere declinata in termini di comunicabilità/incomunicabilità dell’esperienza.

Si palesa, per un verso, l’esigenza di far sopravvivere la memoria attraverso il racconto della stessa e, per altro, l’impossibilità di riferirla tutta e in modo perfettamente fedele. Il racconto o non riesce a dire o dice troppo, esagera, trasla il senso, inventa. Ma simile è la natura e la bellezza propria del racconto.

In tale direzione, occorre dunque riprendere (e parzialmente contraddire) il monologo di Roy Batty, che contrappone due locuzioni, e quindi due verbi: “ho visto cose” che “non potete immaginare”. In realtà, se l’esperienza è (stata) visibile solo per il testimone della stessa, tutto ciò che rimane al destinatario è proprio il potere dell’immaginazione, che rappresenta, al contempo, un tradimento e una consacrazione del reale. Vedere e immaginare sono i due modi che abbiamo per relazionarci con il mondo che ci circonda: la vista – quale senso generalmente predominante – ci consente di compiere l’esperienza, ma è l’immaginazione che – tramite il ricordo e il racconto – impedisce a “tutti quei momenti” di scivolare via, “come lacrime nella pioggia”.

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