OpenLab virtuale – pt. 2: Lucia Berlin

Prosegue l’OpenLab nella sua versione virtuale, adatta al momento che stiamo vivendo e sperimentazione di un “modello” per la condivisione e il commento di un testo a distanza.

Tiziana – La lavanderia a gettoni di Angel, in La donna che scriveva racconti (Lucia Berlin)

“Per mesi, da Angel, io e l’indiano non ci rivolgemmo la parola. Ce ne stavamo seduti l’uno accanto all’altra su due sedie di plastica gialla, attaccate, come quelle degli aeroporti. Le sedie scivolavano sul linoleum pieno di crepe con un rumore che faceva stridere i denti. Lui stava seduto e ogni tanto beveva un sorso di Jim Beam, e mi guardava le mani. Non direttamente, ma nello specchio di fronte a noi, sopra le lavatrici Speed Queen. All’inizio la cosa non mi dava fastidio. Un vecchio indiano che mi fissava le mani attraverso lo specchio sporco, tra il cartello ingiallito Stiratura 12 capi $ 1,50 e le preghiere della serenità in arancione fosforescente: Dio concedimi la serenità di accettare le cose che non posso cambiare.

Ma a un certo punto cominciai a chiedermi se per caso non avesse un’ossessione per le mani. Mi innervosiva il fatto che mi guardasse mentre fumavo, mi soffiavo il naso o sfogliavo riviste vecchie di anni. Lady Bird Johnson che scendeva le rapide di un fiume. Alla fine non potei fare a meno di fissare anch’io le mie mani. Gli vidi affiorare un mezzo sorrisino sulle labbra perché mi aveva sorpresa a farlo. Per la prima volta i nostri sguardi si incrociarono nello specchio, sotto Non sovraccaricare le macchine. Nel mio sguardo, il panico. Mi fissai nello specchio, poi abbassai gli occhi sulle mani. Orrende macchie di vecchiaia, due cicatrici. Mani per nulla indiane, nervose, sole. Ci vedevo bambini, uomini e giardini, nelle mie mani. Le sue mani, il giorno che avevo fissato le mie, erano appoggiate sulle cosce blu e rigide. Di solito erano scosse da un forte tremito, e lui le teneva in grembo e le lasciava tremare liberamente, ma quel giorno cercava di fermarle. Le nocche color adobe gli erano diventate bianche per lo sforzo di frenare il tremore.”

Ho fatto fatica a selezionare il testo (avrei voluto “esagerare”) ma mi sono imposta un limite perchè, a ben guardare, la mia scelta è legata esclusivamente alla bellezza dell’immagine, del fotogramma disegnato dalle parole: una specie di istantanea di un momento quotidiano, di un gesto consueto. Una scrittura semplice, “aperta” nel senso di sincera e immediata: non viene nascosto nulla e tutto viene davvero “guardato” più che visto.
Il tema centrale delle mani mi ha colpito fin dalla prima lettura: una parte di noi che dice molto, moltissimo di noi. Le mani, una storia di creatività, di giorno per giorno; le mani che hanno segni e lasciano segni; le mani che uniscono e allontanano; le mani che sanno e comprendono il dolore, la difficoltà dell’altro.
Questo frammento mi regala un senso di pace: un’amicizia che nasce, un confronto che diventa possibile, due mondi che trovano un punto di contatto, di attenzione. In un luogo fisico deputato alla pulizia, come in una sorta di bisogno di nettarsi per ricominciare. Ogni giorno.

Cecilia

Anch’io sono stata molto colpita dall’immagine. Ad una prima lettura il testo proposto mi è sembrata una descrizione inserita come abbellimento, un dettaglio estetico. Poi però mi sono ricordata di un passatempo, di una sorta di gioco che mi aiuta spesso a superare la noia, soprattutto quando sono sui mezzi pubblici: cerco di indovinare lo stato d’animo delle persone dalla loro espressione. Non ci capita molto spesso di osservare qualcuno che non sia un nostro interlocutore, senza avere l’opportunità di sapere dalle sue parole quello che pensa, e per questo non ci accorgiamo di quanto sia grande la nostra capacità di cogliere i segni della comunicazione non verbale, di notare i dettagli e di leggere tra le righe. Siamo così focalizzati sulla nostra mente che non ci rendiamo conto del fatto che il nostro corpo risente e parla del nostro stato emotivo e anche della nostra storia. Nel brano si legge proprio di questo, di una persona che non dal viso, che in qualche modo può ancora riflettere il pensiero, ma addirittura dalle mani lascia trapelare se stesso. L’osservatore attento si rende addirittura conto dei movimenti del suo sguardo e da quelli coglie l’imbarazzo del protagonista, a cui risponde in una conversazione articolata ma silenziosa  Dell’espressività delle proprie mani alla fine si accorge però anche l’indiano. E di fronte a questa consapevolezza entrambi i personaggi si sentono a disagio e cercano di nascondere i segnali del proprio corpo, come se sentissero che la propria sfera privata non esistesse più. La diffidenza è istintiva e non cosciente. La consapevolezza che la nostra descrizione fisica non è solo estetica, ma un elemento che parla di noi, è spaventosa per ogni essere umano, altrimenti non porremmo così tanta attenzione all’aspetto nell’atto di presentarci agli altri.

Greta

Mi ha colpito molto il passaggio di sguardi (“Alla fine non potei fare a meno di fissare anch’io le mie mani. […] Per la prima volta i nostri sguardi si incrociarono nello specchio”), mediato dalle mani, elemento centrale in questo testo. Mi piace come proprio attraverso le mani la voce narrante riesca a scoprire qualcosa di sé che le mette timore, che le provoca addirittura panico: la sua vecchiaia, le sue ferite, i suoi nervi, la sua solitudine e poi, alla fine, quasi a sorpresa questa frase: “Ci vedevo bambini, uomini e giardini”.
Chissà se anche l’indiano aveva visto tutto questo! Di certo è grazie al suo sguardo che lei trova il coraggio di guardare così in profondità, oltre l’evidenza di macchie e cicatrici.
Non si sono detti nulla, ma in un certo modo si sono già rivelati l’uno all’altra, hanno già stabilito un contatto, un legame fondato in qualche modo su una forzatura: quella di lei di guardare cosa hanno da mostrare davvero le sue mani, nonostante non le piaccia, e quella di lui di non farle tremare più, nonostante sia più facile lasciarle fare.

Nicoletta

Per quanto riguarda il testo, mi limito, per cominciare, a piccolissime e banalissime osservazioni post-prandiali, che riprendono un po’ quanto detto da Tiziana e Greta.
L’intera ambientazione (un luogo dove lavare i “panni sporchi”, condito da fastidiosi scricchiolii, dalla presumibile scomodità delle sedie dal colore quasi imbarazzante, uno specchio sporco e riviste datate) trovo che sia un contenitore perfetto per questa scena, che, personalmente, mi sembra gridare: «Paura dell’intimità». È vero che le mani, ad un primo impatto, sembrerebbero le protagoniste della pagina; a me, però, pare di percepire piuttosto gli occhi come attori principali: Per la prima volta i nostri sguardi si incrociarono nello specchio, sotto Non sovraccaricare le macchine. Nel mio sguardo, il panico.
Non sovraccaricare le macchine… le mani mi sembrano in questa scena un comodo sostituto degli occhi. Guardarle, una fuga. Un tentativo di non fare (e farsi) troppo male, di andarci piano, sondare il terreno, quando quello che si vuole è guardare l’Altro, conoscerlo, ma non siamo sicuri che ce lo permetta. L’intera scena si regge su verbi come fissare e guardare, non a caso accompagnati da tremare, fermare, frenare. Abbiamo paura che l’altro, vedendo i nostri occhi, veda la nostra nudità – Dio concedimi la serenità di accettare le cose che non posso cambiare – e i nostri panni sporchi, e quindi abbassiamo lo sguardo (farei anche una digressione sul fatto che i personaggi si guardino attraverso uno specchio, ma vi risparmio il dolore). Le mani mi sembrano il soggetto logisticamente più prossimo da guardare (e, soprattutto, il più prossimo in termini espressivi) rispetto agli occhi, ma, comunque, meno “rischiosi”.
Ma magari l’indiano aveva solo un fetish per le mani.

Veronica

Quello che viene descritto, secondo me, è un momento di ‘epifania‘. Il momento in cui l’incontro con uno sconosciuto ci spinge, volenti o nolenti, a far verità su noi stessi. La protagonista all’inizio fa di tutto per non guardare le sue mani, il fatto che l’indiano le osservi all’inizio la incuriosisce, ma non ci dà molto peso, poi l’insistenza del gesto ripetuto inizia ad imbarazzarla, fino a darle fastidio. Ma l’indiano non demorde finché anche la nostra protagonista inizia a fare lo stesso: si guarda anche lei le mani! E ci scopre dentro la sua vita. Di più, sa dare un senso altro alla sua vita, perché riesce e a vedere oltre. Sulle mani, oltre le macchie di vecchiaia, riesce a leggere anche uomini, bambini e giardini. Le macchie di vecchiaia diventano in qualche modo preziose perché parlano di qualcosa, di un vissuto che è parte di noi e che solo riletto si e ci trasfigura.

Federico

Del brano mi è piaciuto molto il gioco di sguardi con lo specchio. Lui vede le mani di lei attraverso lo specchio e lei nota il suo sguardo fisso guardando a sua volta nello specchio. Di fatto, dopo mesi di anonima vicinanza, lo specchio diventa il tramite della loro relazione. È interessante anche lo sviluppo in crescendo della tensione che, partendo dall’indifferenza di lei, sfocia nella frase paranoica:  “un’ossessione per le mani”, nel nervosismo e infine nel panico. Ermetico il sorriso dell’indiano, che sembra voler indicare la consapevolezza delle riflessioni e delle emozioni che sarebbero di lì a poco sorte in lei.

Diego

Ho vissuto la lettura del testo come il gentile convergere della pagina sul particolare delle mani e sulla storia della donna che si concretizza in questo dettaglio anatomico. “Mi fissai nello specchio, poi abbassai gli occhi sulle mani. Orrende macchie di vecchiaia, due cicatrici. Mani per nulla indiane, nervose, sole. Ci vedevo bambini, uomini e giardini, nelle mie mani”. Questo è per me il centro della pagina, il cuore caldo che irradia energia. Una storia, una vita raccolta in tre parole: uomini, bambini, giardini. Tutto è raccolto e riunito nelle mani, che immagino appoggiate aperte in grembo, aperte, vulnerabili, a coppa, per offrire e per raccogliere.

 

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