Una bella sorpresa

Inizia “quasi” così la lettera che ho ricevuto qualche giorno fa nella mia casella di posta. Per l’esattezza il titolo della lettera di Michele è: “Estate ragazzi con gli Iracheni: una bella sorpresa”.

Leggere notizie, avventure, riflessioni di Michele è sempre una bella sorpresa.

Ho aspettato a leggere questa mail: l’ho fatto a fine giornata, con calma. Come meritano di essere trattate le lettere degli amici.

Michele è un caro, carissimo amico. Un “vecchio” compagno di scuola. İnsieme al liceo, insieme sui banchi in quegli anni difficili in cui non si è ancora niente, nessuno eppure si ha dentro concentrata tutta l’energia del mondo: fiumi di parole sul senso della vita, sui sogni, sui desideri, sugli scenari del futuro, discussioni sulla politica, sulla fede. Libri, compiti, un’adolescenza che adolescenza non è più. İmprovvisamente grandi, la maturità, le scelte e la fine della quotidianità dei banchi di scuola. Michele, però, fa una scelta “diversa” da tutto il resto della classe: una scelta importante, coraggiosa. Entra nell’ordine salesiano. Diventa sacerdote. Viaggia, insegna, fa esperienza con i giovani, con i ragazzi. Vive agli estremi geografici della mia vita. Oriente, estremo Oriente, Cina e poi Gerusalemme.

In tutti questi anni Michele mi ha sempre cercato, ha cercato tutti noi suoi ex-compagni di scuola: addirittura si è fatto promotore della cena del ventennale dalla maturità e ha trovato tutti, ha rimesso tutti in contatto…

Io, in verità, non lo vedo da tantissimo tempo: ci siamo scambiati qualche foto, per aggiornarci sugli interventi della vera maturità sui nostri visi. In una foto è in piedi vicino ad un ulivo nel sole accecante della terra d’Israele, con il profilo di Gerusalemme alle spalle. Ci scriviamo ogni tanto. Per darci reciproche notizie. Nonostante vite così diverse, così lontane.

E qualche giorno fa arriva questa lettera semplice e bellissima: non c’era ragione perché io la tenessi nascosta nel mio archivio di e-mail, al buio e sotto silenzio.

Riporto per intero il testo:

«Il direttore una sera mi dice: “So che a luglio pensavi di poter curare la pubblicazione di un libro di teologia che ti è stato richiesto, di preparare gli esercizi che dovrai predicare alle suore e di raccogliere materiale in inglese per i corsi dı teologıa che farai da settembre. Beh, c’è un piccolo cambio di programma: don **** doveva andare a Istanbul a luglio per dare una mano, ma non ha ottenuto il visto…”.

A Gerusalemme a metà giugno avevamo appena finito la fatica di organizzare le ordinazioni dei nostri diaconi e novelli sacerdoti. La celebrazione con il cardinal Martini era stata solenne e festosa e avergli fatto da cerimoniere mi sembrava motivo sufficiente per catalogare anche questa mia estate come “memorabile”: in fondo poter dire al cardinal Martini cosa deve fare – anche solo durante una Messa – è un’esperienza rara.

Eccomi invece a Istanbul, che secoli fa si chiamava Bisanzio e prima Costantinopoli.

Il mio incarico per un mese è dare una mano in parrocchia, soprattutto per la Messa in inglese.

In comunità c’è un chierico siriano, Dany Kerio, al quale ho insegnato teologia alla Crocetta e mi ha invitato a partecipare alla vita dell’Estate Ragazzi.

Sono 150 ragazzi iracheni, figli dei profughi che a centinaia di migliaia affollano la Turchia, la Siria e altri paesi vicini.

Parlano arabo e sono tutti Cattolici, di rito Caldeo. Hanno una grande fede: un giorno Dany ha proposto di dire insieme una decina del rosario, alcuni giovani hanno detto: perche solo una decina? Diciamolo intero.

Tutte le loro famiglie sono in attesa di un visto. Parlando in inglese con gli animatori vedo che i loro sogni hanno tre nomi: USA, Canada o Australia. Paesi non perfetti, ma senza autobombe al mercato. Per qualcuno è già un sogno.

Le attività sono la solita bellissima globalizzazione salesiana: quattro squadre con animatori; magliette con scritto “don Bosco”; giochi a punti, preghiere, lavoretti manuali, Olimpiadi, gite, caccia al tesoro nel parco.

Quando li vedo seduti in fila indiana a ripetere i vari urli dell’estate ragazzi, con le loro T-shirt colorate e gli animatori adolescenti davanti a un chierico sudato con il fischietto e il megafono so che in tutto il mondo sta avvenendo lo stesso.

C’è un quadro di Maria Ausiliatrice sul muro. Sorride.

Forse solo le Estati Ragazzi di Don Bosco, i MacDonalds e la Coca Cola si trovano uguali in ogni paese: di cosa altro ha bisogno un ragazzo per essere felice?

Mai scrivere cose banali, insegnano. Ma una permettetemela: per me trascorrere i pomeriggi con questi ragazzini iracheni è scoprire una immagine diversa dell’Iraq rispetto a quella del telegiornale.

Il cortile dell’oratorio è un po’ piccolo per accontentare tutti.

Qualche ragazzino fa disperare.

Gli animatori passano più tempo a chiacchierare con le animatrici che a seguire le attività.

Il chierico deve discutere con l’economo che voleva distribuire ottime merendine (“scadute ma ancora buone”).

Un giorno i vicini hanno telefonato protestando che la musica era troppo forte.

L’altro giorno hanno guardato un film con i sottotitoli in Arabo: “Marcellino pane e vino”. Quando hanno acceso le luci c’erano tanti occhi lucidi.

Poi i bimbi iracheni sono usciti in cortile a inseguire un pallone.O meglio, sette palloni, tutti allo stesso tempo e nello stesso cortile.

Un altro miracolo salesiano, per ripetere al mondo: “abbiamo vinto”.

Don Michele Ferrero».

Non c’è molto da aggiungere. È una bella storia questa di Istanbul. Niente affatto banale.

Una sorta di cortometraggio che scorre veloce e luminoso sullo schermo: un video di speranza.

Adesso, per me, è davvero iniziata l’estate.

L’immagine dei bambini che danno calci ai palloni in uno spazio sicuro, senza bombe, che sognano una vita “normale” e che giocano al gioco più bello e naturale del mondo è qualcosa che toglie il fiato. E fa sperare in estati piene di luce, in bambini sereni e in un mondo dove non c’è posto per la paura.

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