Bisogna saper scegliere il tempo

C’è un racconto breve di Buzzati, Appuntamento mancato, in cui il protagonista giunge sul luogo designato dopo dodici anni e chiede se qualcuno per caso abbia visto una ragazza ferma in attesa.

Ma tu c’eri quel giorno? Mi hai aspettato? E se mi hai aspettato, quanto? Io correvo per arrivare in tempo, ansimando, incespicando, mi potevano prendere per pazzo. Ma sarebbe occorso che volassi. Ero lontano, sbalzato via inopinatamente dalla vita, a una distanza spaventosa da te, che non sapevi.

Tra i passanti solo uno ricorda, incredibilmente, quella ragazza con un paltò blu e un cappellino a fiori, graziosa, graziosissima, che aveva atteso un’ora sotto la pioggia, prima di essere accompagnata a casa dal passante stesso e, col tempo, diventare sua moglie. L’occasione mancata dal protagonista rappresenta, al rovescio, la svolta esistenziale dell’altro. Se da un lato, quindi, il racconto mostra la tipica nostalgia buzzatiana per le possibilità smarrite, dall’altro finisce per esaltare, quasi inconsapevolmente, una qualità spesso sottovalutata, ossia il tempismo. Leggi il resto »

BombaCalendario

Officina di espressioni creative
Attività sospesa per l’emergenza coronavirus
OpenLab: laboratorio di lettura e di cinema
Lunedì 24 maggio – ore 19.00
Appuntamento online
(per link: [email protected])
Durante la sospensione delle attività dal vivo potete seguirci sul sito, sui nostri social e su BombaMag:
BombaMag n. 5: “Me, myself & I”

Seguici su

Gnommero o labirinto?

È “divertente” indugiare tautologicamente su questo concetto: è complicato parlare di complessità…

Siamo abituati ad usare come sinonimi questi due aggettivi, complicato e complesso, eppure esistono delle piccole ma precise sfumature linguistiche. I due participi passati hanno derivazioni diverse: complicato, dal latino cum + plicare, ovvero ‘piegare’; complesso, dal latino cum + plecti (plector), ossia complecti, ‘abbracciare, comprendere’.

Visivamente restituiscono entrambi un’immagine di “chiusura” che si riverbera in tonalità di significato che vanno dall’oscuro, profondo al molteplice, composito.

Carlo Emilio Gadda lo fa spiegare (appunto) molto bene al commissario Francesco Ingravallo (Quer pasticciaccio brutto de Via Merulana):

[…] Sosteneva, fra l’altro, che le inopinate catastrofi non sono mai la conseguenza o l’effetto che dir si voglia d’un unico motivo, d’una causa al singolare: ma sono come un vortice, un punto di depressione ciclonica nella coscienza del mondo, verso cui hanno cospirato tutta una molteplicità di causali convergenti. Diceva anche nodo o groviglio, o garbuglio, o gnommero, che alla romana vuol dire gomitolo. Ma il termine giuridico «le causali, la causale» gli sfuggiva preferentemente di bocca: quasi contro sua voglia. L’opinione che bisognasse «riformare in noi il senso della categoria di causa» quale avevamo dai filosofi, da Aristotele o da Emmanuele Kant, e sostituire alla causa le cause era in lui una opinione centrale e persistente: una fissazione, quasi […] La causale apparente, la causale principe, era sì, una. Ma il fattaccio era l’effetto di tutta una rosa di causali che gli eran soffiate addosso a molinello (come i sedici venti della rosa dei venti quando s’avviluppano a tromba in una depressione ciclonica) e avevano finito per strizzare nel vortice del delitto la debilitata «ragione del mondo». Come si storce il collo a un pollo. […]

[Continua »]


BombaMag n. 5: “Me, myself & I”

I quasi cinque mesi che separano l’uscita di questo numero di BombaMag dal precedente segnano concretamente la “fatica” cui siamo sottoposti in questo periodo. L’impatto violento con la pandemia, anche nel suo risvolto apparentemente paralizzante del lockdown, ci ha chiamati a una qualche forma di reazione. Dopo oltre un anno – esaurite le spinte attive, quelle reattive e, forse, anche quelle inerziali – galleggiamo tutti in uno strano brodo tiepido in cui le cose si confondono.

Si mescolano così in modo ineffabile le cicatrici della malattia e i germogli della guarigione, la paura e la speranza, ma soprattutto l’anomalia e la normalità: il “ritorno” a quest’ultima, che ci era così vivida alcuni mesi fa, inizia a somigliare al ritorno di Ulisse a Itaca. Stiamo inseguendo un’immagine diventata progressivamente uno spettro, mentre una nuova normalità si faceva silenziosamente largo nelle nostre esperienze senza che ce ne rendessimo conto? Quanto è cambiato nei rapporti che abbiamo con l’ambiente (primo fra tutti l’ambiente digitale), fra di noi, financo con noi stessi, in questo anno abbondante di pandemia?

La nostra piccola redazione informale ha attraversato anch’essa questi turbamenti: a un certo punto la matassa si è rivelata più imbrogliata del previsto e trovarne il bandolo, che pensavamo di avere ben saldo in mano, si è rivelato improvvisamente difficile.

Il risultato è un numero anomalo, che abbiamo deciso di qualificare come “monografia” più che come “magazine” vero e proprio e che non poteva che partire, per ripartire, dall’elemento più essenziale: il nostro Io che, spaesato, si (ri)guarda allo specchio e si specchia – cercandolo – nell’altro.


A partire da… Why I am not a painter di Frank O’Hara – pt. 3

Cosa dicono le parole arancio e sardine di chi – o cosa – sia un poeta? In Why I am not a painter di Frank O’Hara dicono tutto. Due parole in apparenza con eguale peso specifico, divengono nella poesia di O’Hara la sintesi di due processi creativi ben diversi: quello del pittore e quello del poeta. Probabilmente la scelta di forme espressive differenti – da una parte l’arte figurativa, dall’altra la scrittura – basterebbe a dare una definizione generica delle due figure, ma ciò che O’Hara vuole mostrare al lettore sembra più una somiglianza, che una distanza. Il poeta, infatti, non esordisce presentandosi come tale, bensì come un “non-pittore”. Quasi, insomma, come un pittore mancato.

InWhy I am not a painter, le parole sono inizialmente il punto di partenza comune, divenendo poi il discriminante, non per il loro significato, ma per la quantità: sia O’Hara che l’amico e pittore Mike Goldberg partono da un’unica parola, ma, mentre nel quadro di Goldberg SARDINE diviene troppo, per O’Hara “ci dovrebbe essere molto di più, non d’arancio, ma di parole”.

Se O’Hara si identifica nel ruolo di poeta, ciò avviene attraverso l’immagine di pagine colme di parole. Si potrebbe quindi facilmente immaginare la crisi che provocherebbe in lui il rimanerne a corto. Dopotutto è noto il terrore che qualunque scrittore – prima o poi – si trova a provare, quando, di fronte ad una pagina bianca, le parole sembrano essersi esaurite. La riflessione che Paul Auster esprime in merito attraverso lo stravagante personaggio di Stillman in City of Glass, va però ben oltre il “semplice” blocco dello scrittore: [Continua »]


A partire da… Why I am not a painter di Frank O’Hara – pt. 2

“Mad about painting” exhibition

Nella raccolta Racconti brevi e straordinari, compilata da Luis Borges e Adolfo Bioy-Casares, figura un testo che i due intitolano Lo studioso, tratto dalle Cento vedute del monte Fuji del pittore Katsushika Hokusai:

Fin dall’età di sei anni ho sentito l’impulso di disegnare le forme delle cose. A circa cinquanta, ho esposto una collezione di disegni; ma niente di ciò che ho raffigurato prima dei settant’anni mi soddisfa. Solo a settantatré anni sono riuscito a intuire, pur se approssimativamente, la vera forma e natura degli uccelli, dei pesci e delle piante. Perciò, a ottant’anni avrò fatto grandi progressi; a novanta avrò penetrato l’essenza di tutte le cose; a cento, sarò sicuramente asceso a uno stato più alto, indescrivibile, e se arriverò a centodieci tutto, ogni punto e ogni linea, avrà vita. Invito quelli che vivranno quanto me a verificare se mantengo queste promesse. Scritto all’età di settantacinque anni da me, un tempo chiamato Hokusai, e oggi Huakivo-Royi, il vecchio impazzito per il disegno.

[Continua »]


A partire da… Why I am not a painter di Frank O’Hara – pt. 1

Nell’anno 2008-09 BombaCarta esplorò un “cambio di rotta” nelle sue Officine mensili. Invece di scegliere un tema generale e declinarlo in approfondimenti, decise di farsi guidare da opere d’arte: un libro, una scultura, un film, un dipinto… A distanza di oltre un decennio facciamo un’operazione analoga e, in attesa di riprendere le Officine “dal vivo”, abbiamo proposto una serie di brani in forma di “mini-officina”.

Stavolta ci siamo cimentati con una Why I am not a painter, una poesia di Frank O’Hara condivisa nel corso dell’OpenLab dello scorso novembre, che abbraccia la tematica della creazione e del processo creativo.

Ci “scontreremo” con questo testo nel corso di tre puntate, dalle quali emergeranno le sensazioni e le riflessioni – ora affini ora divergenti – che la lettura ci ha suscitato. [Continua »]


Come si fa una passeggiata?

Dicesi passeggiata il “cammino compiuto per diporto o per esercizio igienico, spesso in compagnia di una o più persone e senza meta fissa; talvolta associato a un’idea di facilità”. La definizione è del dizionario Devoto-Oli.

Cos’è dunque la passeggiata? Un cammino senza meta. Basta così? Tutto qui? Certo, dopo i grandi discorsi della vita intesa come viaggio e al viaggio inteso come figura della vita nel suo complesso, parlare di passeggiata sembra quasi inopportuno: è una figura che appare troppo “debole”. La passeggiata non richiede grandi decisioni né grandi sforzi.

Eppure Ignazio di Loyola, il santo spagnolo del XVI secolo, non faceva alcuna fatica a trovare anche nel pasear, cioè nel paseggiare, una metafora per l’esercizio spirituale. Per lui il passeggiare è comunque un “esercizio”. Ma a che scopo? A che serve passeggiare? Solo a rilassarsi, a distendersi? Sì, “serve” solo a questo, in effetti.

Ma non finisce qui. Se l’uomo si rilassa e si distende, allora si apre. Non più teso in uno sforzo con un obiettivo preciso o una meta prefigurata, chi passeggia può ritrovarsi preparato e disposto a ricevere qualunque novità: a vedere il mondo con occhi nuovi, ad accorgersi di ciò che esiste (al di là del suo immediato interesse), a scoprire nuove relazioni tra le cose,… La passeggiata dispone l’animo all’arricchimento improvviso o insospettato in un libero confronto tra l’uomo e il mondo, fino a raggiungere i “fiori lontani” (Luciano Erba).
[Continua »]