Fuori fase

Nel canto XXXIV dell’Orlando furioso, il prode Astolfo, scortato da San Giovanni Evangelista, arriva sulla Luna a bordo del carro di Elia. Non risulta da alcuna fonte che abbia consultato un lunario per decidere se ci fosse una fase più propizia per questo suo viaggio. Doveva andare. Per portare a termine un compito importantissimo: recuperare il senno di Orlando e farlo tornare a combattere nella guerra contro i Mori.

Così anche ET, nella sua avventura sulla Terra, ad un certo punto ha la necessità di tornare a casa, lassù nel cielo universo e, seduto nel cestino della bicicletta di Elliot, si alza verso l’alto, sullo sfondo di un’incredibile luna piena.

Anche in questo caso siamo piuttosto sicuri che i due protagonisti della storia che ci ha intenerito quasi quarant’anni fa non avessero fatto alcun calcolo astronomico.

Eppure le fasi lunari rappresentano la costanza di un susseguirsi temporale che disciplina le nostre vite. Leggi il resto »

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Pazienza

La coda all’entrata del supermercato aveva continuato ad allungarsi da quando ero arrivata. Ci si guardava negli occhi – l’unica parte del viso scoperta – in attesa del proprio turno e solo un paio degli avventori più annoiati cercavano di intrattenere una qualche sorta di conversazione. Tre o quattro persone e sarebbe toccato a me. Cominciò ad alzarsi un vento freddo. Mi ripetevo la lista della spesa e cercavo di ricordare in quale scaffale trovare i singoli prodotti. Bisogna risparmiare tempo. Sentii la prima goccia sulla fronte. È bel tempo, non ci sarà bisogno di portare l’ombrello, avevo pensato prima di uscire di casa. Ecco la breve storia di come mi sono ritrovata davanti alle porte scorrevoli del supermercato vicino casa, sotto un acquazzone, inerme. Nessuno sembrava propenso a perdere il proprio posto in coda per ripararsi, tutti guardavamo in cielo. Una nuvola passeggera, era la speranza di tutti. Bastava aspettare che smettesse di piovere o che arrivasse il proprio turno.

Nel trovarmi in questa situazione, qualche giorno fa, non ho potuto fare a meno di chiedermi: quand’è che abbiamo imparato a rimanere impassibili sotto la pioggia? O meglio, siamo forse diventati, in un certo senso, più pazienti?

Questi sono indubbiamente “tempi d’attesa” e forse non era così complicato, in un primo momento, evitare che divenissero anche “tempi morti”. Più, però, la nostra attesa si protrae, più quello “state a casa” diviene una sfida costante, più è necessario tenere duro, resistere. Portare pazienza. Certo, non abbiamo molta scelta, ci sono i decreti, i controlli, ma anche la necessità, la coscienza, la paura, che ci mantengono – più o meno – in riga. Eppure, credo, poco potrebbero questi elementi, se decidessimo di cedere. Aleksandr Radiscev scrive in Viaggio da Pietroburgo a Mosca:

Ho capito che troppo spesso la ragione è schiava dell’impazienza.

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2001 – A Space Odissey

Andando diretti al concetto di attesa, si potrebbe in una prima analisi distinguere quattro macrocategorie: un’attesa che qualcuno (o qualcosa) arrivi o l’attesa di arrivare noi stessi; e in secondo luogo, se alla fine dell’attesa c’è il ricevere qualcosa o il dare qualcosa.

C’è l’attesa del bambino per il suo regalo di compleanno, c’è l’attesa dei Magi di consegnare Oro, Incenso e Mirra, c’è l’attesa del nonno che riceve la visita dei nipoti e c’è l’attesa dell’esploratore di arrivare alla sua meta. Ebbene, la mia impressione è che, al di là di questioni contingenti, queste attese abbiano qualcosa di profondissimo ed essenziale in comune.

Un’opera che, a mio avviso (in uno dei suoi molti livelli interpretativi), parla bene di attesa è 2001: A Space Odyssey . Il film di Kubrick gioca molto su questo aspetto, quasi ubiquo nella pellicola. [Continua »]


Mundus patet

Il mundus cereris era una fossa scavata nel Santuario di Cerere e consacrata agli dèi Mani, ossia alle anime dei defunti. Tale sito era legato a uno dei riti più caratteristici della religione romana arcaica, ossia alla cosiddetta apertura del mundus (“mundus patet” significa infatti “il mundus è aperto”).

Quando il 24 agosto, il 5 ottobre e l’8 novembre la fossa veniva aperta, mettendo così in comunicazione il mondo dei vivi con quello dei morti, le anime dei defunti si impossessavano della città, e così ogni attività ordinaria veniva sospesa, le persone si rinchiudevano in casa, era proibito dare battaglia, celebrare matrimoni, perfino le porte dei templi erano chiuse.

I romani chiamavano il tempo corrispondente all’apertura del mundus il “tempo sospeso”.

Se per gli antichi romani questa condizione di sospensione del tempo e della vita durava solo per un giorno, oggi ci ritroviamo a esperire questa dimensione come vero e proprio orizzonte mentale da più di un mese e mezzo, senza avere la certezza di una data di ripristino della normalità. Viviamo in attesa, in un tempo che potremmo anche noi, come i romani, definire “sospeso”.

Ma di che tipo di tempo si tratta? Che tipo di sospensione stiamo vivendo esattamente? [Continua »]


Tensioni

L’attesa con cui oggi stiamo facendo i conti è strana e difficile da definire: da una parte ci sentiamo inchiodati nel presente, dove siamo costretti ad aspettare, dall’altra siamo trascinati verso il futuro dove avverrà ciò per cui attendiamo, anche se non sapremmo dire cosa attendiamo (se veramente attendiamo) e soprattutto se questa attesa ha un senso. Ci troviamo “stesi”, o meglio, tesi  tra questi due poli, il presente e il futuro, come panni appesi a un filo, tenuti per le estremità soltanto da due mollette di legno, aspettando il bel tempo.

È questo il clima in cui poco tempo fa mi sono ritrovata a leggere un romanzo di Benjamin Tammuz, Il minotauro; il significato profondo del libro mi è sembrato essere racchiuso proprio in un’attesa, apparentemente insensata:

Sulla parete era appesa un’acquaforte, un regalo spedito loro da Parigi, dove si vedeva un mostro dalla testa di toro e dal corpo di uomo, che si piegava sulle ginocchia in un’arena, pronto a morire. Dalla tribuna vicina una donna gli tendeva  la mano, come cercando di toccare la testa dell’essere agonizzante; tra la mano tesa e la testa gigantesca era rimasta una piccola distanza, e Aleksandr sapeva che se la mano avesse toccato la testa, il moribondo si sarebbe salvato. Aspettò a lungo, forse il miracolo sarebbe accaduto e la mano, nonostante tutto, avrebbe toccato la testa. Ma il miracolo non accadde e Aleksandr chiuse gli occhi.

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Dinamica della stagnazione

In fin dei conti, se non fossi stato arrestato dalla polizia turca sarei stato arrestato dalla polizia greca. Non avevo scelta: potevo fare solo come mi diceva lui, Harper. È successo tutto per colpa sua.

Tokapi di Eric Ambler si apre con una giustificazione: nulla di ciò che leggeremo nelle pagine seguenti è stato voluto o deciso dal protagonista. Arthur Simpson è in balia degli eventi, della sfortuna, dei capricci di alcuni e degli abusi di altri – ed è, di conseguenza, innocente. Eppure il romanzo lo porta ad attraversare confini militarizzati, contrabbandare armi, mentire alla giustizia di (almeno) due paesi e partecipare in combutta con una gang internazionale a un furto clamoroso. È in maldestro equilibrio su una fune che oscilla pericolosamente, circondato da opzioni terribili e scelte tutte sbagliate.

Arthur vive suo malgrado un’avventura: un’avventura da cui vuole uscire prima possibile – ma pur sempre un’avventura. E ne uscirà, come si intuisce dalle prime righe del romanzo, in un modo assolutamente stupefacente: tale e quale a come era prima. [Continua »]


Una curiosità dell’anima

Che stai aspettando? Cosa ti aspetti dalla vita? Chi aspetti? Sono domande che ci hanno fatto o che ci siamo fatti almeno una volta nella vita. Passiamo moltissimo del nostro tempo ad aspettare qualcosa o qualcuno: l’autobus alla fermata, un amico che è in ritardo, il nostro turno allo sportello postale. Stiamo aspettando anche adesso che siamo relegati nelle nostre case, solo che è cambiato il nostro modo di aspettare.

Nel film Il mistero di Bellavista diretto da Luciano De Crescenzo l’attesa si configura come opportunità, occasione. Bellavista (Luciano De Crescenzo) e il marchese Filiberto Bonajuto di Pontecagnano (Riccardo Pazzaglia) si trovano a casa del marchese per prendere un caffè. Mentre aspettano che il caffè sia pronto i due hanno la possibilità di parlare:

MARCHESE — Professo’ i giovani di oggi sottovalutano l’attesa, la ritengono una perdita di tempo… e invece l’attesa è preziosa perché ci consente di parlare e quindi di conoscerci.

BELLAVISTA — Quindi secondo voi noi dovremmo essere grati alla caffettiera napoletana che ci mette più tempo per far scorrere il caffè.

MARCHESE — Ma certamente

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