“Ah, mi dispiace: ma io so’ io e voi…”

Qual è il senso del nome che ognuno di noi porta, dal momento in cui nasce fino alla sua morte?

Certamente il nome è qualcosa di tuo, ma non sei tu a sceglierlo, poiché ti viene dato; né sei tu a usarlo, nonostante serva a te per distinguerti dagli altri. Sono proprio gli altri a dare senso al nome, nel momento in cui ci viene chiesto: “Come ti chiami?”, a cui rispondiamo con facilità.

Non è altrettanto immediato rispondere alla domanda “Chi sei?” perché la mediazione del nome sparisce e ci viene richiesto qualcosa di più complesso: la nostra identità. L’identità non ci viene data, ma si costruisce nel tempo, attraverso quelle stesse relazioni con gli altri che consentono a un individuo di trovare il suo senso d’essere.

Il Marchese del Grillo può affermare “io so’ io” proprio perché si confronta con altri, che non sono nulla. Nella frase “Io so’ io e voi non siete un ca**o” la relazione si fonda su una disparità tra due parti, anzitutto numerica – tra “io” e “voi” – e in questo caso specifico sociale, poiché l’uno è marchese e gli altri sono popolo. Leggi il resto »

BombaCalendario

Officina di espressioni creative
Sabato 18 aprile
 (11:00 – 17.00)
“Io so’ io e voi non siete un…”
Tema dell’anno: “In poche parole”

via Panama 13 – Roma
OpenLab: laboratorio di lettura e di cinema
Lunedì 20 aprile  (19:00 – 20.30)
Cappella Universitaria – Sapienza
Piazzale Aldo Moro 5 – Roma

BCLings – Scrittura creativa
Martedì 18 febbraio (18:15 – 21:00)
Galleria d’arte “La Nuova Pesa”
Via del Corso 530 – Roma

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OpenLab virtuale – pt. 6: Verga, il triangolo no

Prosegue l’OpenLab nella sua versione virtuale, adatta al momento che stiamo vivendo e sperimentazione di un “modello” per la condivisione e il commento di un testo a distanza.

Margherita: La coda del diavolo, in Primavera e altri racconti (Giovanni Verga)

“Questo racconto è fatto per le persone che vanno con le mani dietro la schiena, contando i passi; per coloro che cercano il pelo nell’uovo e il motivo per cui tutte le cose umane danno una mano alla ragione e l’altra all’assurdo; Per quegli altri cui si rizzerebbe il fiocco di cotone sul berretto da notte quando avessero fatto un brutto sogno, e che lascerebbero trascorrere impunemente gli Idi di Marzo; per gli spiritisti, i giocatori di lotto, gli innamorati, e i novellieri. E, per tutti coloro che considerano col microscopio gli uncini coi quali un fatto ne tira un altro, quando mettete la mano nel cestone della vita; per i chimici e gli alchimisti che da 5000 anni passano il loro tempo a cercare il punto preciso dove il sogno finisce e comincia la realtà, e a decomporre le unità più semplici della vita nelle vostre idee, nei vostri principi, e nei vostri sentimenti, investigando quanta parte del voi della notte ci sia nel voi desto, e la reciproca azione e reazione, gente sofistica la quale sarebbe capace di dirvi tranquillamente che dormite ancora quando il sole vi sembra allegro, o la pioggia vi sembra uggiosa – o quando credete d’andare a spasso tenendo sotto il braccio la moglie vostra, il che sarebbe peggio. Infine, per le persone che non vi permetterebbero di aprire bocca, fosse per dire una sciocchezza, senza provare qualche cosa, questo racconto potrebbe provare e spiegare molte cose, le quali si lasciano in bianco apposta, perché ciascuno vi trovi quel che cerca.

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OpenLab virtuale – pt. 5: Conrad, linea d’ombra

Prosegue l’OpenLab nella sua versione virtuale, adatta al momento che stiamo vivendo e sperimentazione di un “modello” per la condivisione e il commento di un testo a distanza.

Marta – La linea d’ombra (Joseph Conrad)

Solo i giovani hanno di questi momenti. Non intendo i giovanissimi. No. I giovanissimi, per essere esatti, non hanno momenti. È privilegio della prima giovinezza vivere in anticipo sui propri giorni in un ininterrotto flusso di speranza che non conosce pause né introspezione.
Ci chiudiamo alle spalle il cancelletto della fanciullezza – ed entriamo in un giardino incantato. Qui perfino le ombre risplendono di promesse. Ogni svolta del sentiero ha le sue seduzioni. E non perché questa sia una terra inesplorata. Sappiamo fin troppo bene che tutti gli uomini sono passati di qui. È il fascino di un’esperienza universale da cui ci attendiamo sensazioni non comuni o personali – qualcosa che sia solo nostro.
Andiamo avanti eccitati, divertiti, riconoscendo i segni lasciati intorno a noi da chi ci ha preceduti, accettando insieme la buona e la cattiva sorte – le rose e le spine, come si suol dire – il pittoresco destino che riguarda tutti gli uomini e che riserva così tante possibilità ai più meritevoli o forse ai più fortunati. Sì. Andiamo avanti. E anche il tempo va avanti – fino a quando distinguiamo di fronte a noi una linea d’ombra che ci avvisa che bisogna lasciarsi alle spalle anche la regione della prima giovinezza.

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Arte e quarantena

Nel 1995 usciva al cinema “Hello Denise” (“Denise calls up”), un film passato troppo inosservato sull’impatto che hanno avuto i cellulari sulla vita quotidiana americana. I protagonisti si chiamano l’un l’altro programmando incontri che – per imprevisti, rinunce all’ultimo momento, contrattempi – finiscono per essere sempre rinviati.

La reperibilità telefonica “permanente” anziché facilitare la relazione sembra quindi renderla più difficile: tutti siamo “a portata di mano” e questo non solo ci basta ma è quasi preferibile alle incognite e alle frizioni dell’incontro.

Attraverso una chiave ironica e una scrittura vivace, il film descrive un passaggio epocale che sarà vissuto nuovamente dalla generazione successiva con l’arrivo dei social. Ma più che facilitata/ostacolata, sarebbe corretto dire che la relazione si trasforma coi tempi e con le tecnologie a disposizione.

In questi giorni di isolamento forzato, “Hello Denise” mi è tornato in mente durante una riunione di BombaCarta in videoconferenza: i volti che si alternavano sullo schermo mi ricordavano quelli degli attori del film, con una importante differenza: lo strumento tecnico sopperiva, in quel caso, a una – altrettanto tecnica – impossibilità di incontrarsi. Eppure un brivido mi è corso lungo la schiena: e se questa diventasse la nuova normalità? [Continua »]


OpenLab virtuale – pt. 4: Baptiste Beaulieu, Alors voilà

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Ginevra – Baptiste Beaulieu,  Alors voilà: les 1001 vies des urgences

Faccio una piccola premessa al testo che state per leggere. Purtroppo una versione italiana non esiste, ma il brano mi piaceva troppo per non proporlo, quindi mi sono ingegnata e ho provato a tradurlo io, quindi scusate se magari stilisticamente non risulterà “piacevole” come avrebbe potuto esserlo se tradotto da un traduttore professionista. Si fa quel che si può…

Fabienne arrossisce, non è abituata a ricevere complimenti! Eppure, ne meriterebbe. Almeno quindici minuti al mattino e quindici la sera. 

Fabienne ha quarant’anni. Lavora come infermiera per le cure palliative da migliaia di anni. A tavola, quando un qualche invitato comincia a criticare il servizio pubblico, amo citare il caso di Fabienne. Una buona ragione per pagare le tasse.

Caricata a 100 000 volt, non vede che il lato buono delle persone. Io ci vedo una discreta e irresistibile forma di coraggio. Affronta la vita, la malattia e la morte, ma sempre con entusiasmo. Quando spinge il suo carrello per i corridoi, un facocero e un suricato la seguono cantando “Hakuna Matata”.

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OpenLab virtuale – pt. 3: Pascoli e fuochi nella notte

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Greta – Il focolare, in Primi poemetti (Giovanni Pascoli)

“È notte. Un lampo ad or ad or s’effonde,
e rivela in un gran soffio di neve,
gente che va nè dove sa nè donde.
Vanno. Via via l’immensa ombra li beve.
E quale è solo e quale tien per mano
un altro sè dal calpestìo più breve.
E chi gira per terra l’occhio vano,
e chi lo volge al dubbio d’una voce,
e chi l’inalza verso il ciel lontano,
e chi piange, e chi va muto e feroce.
Piangono i più. Passano loro grida
inascoltate: niuno sa ch’è pieno,
intorno a lui, d’altro dolor che grida.

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OpenLab virtuale – pt. 2: Lucia Berlin

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Tiziana – La lavanderia a gettoni di Angel, in La donna che scriveva racconti (Lucia Berlin)

“Per mesi, da Angel, io e l’indiano non ci rivolgemmo la parola. Ce ne stavamo seduti l’uno accanto all’altra su due sedie di plastica gialla, attaccate, come quelle degli aeroporti. Le sedie scivolavano sul linoleum pieno di crepe con un rumore che faceva stridere i denti. Lui stava seduto e ogni tanto beveva un sorso di Jim Beam, e mi guardava le mani. Non direttamente, ma nello specchio di fronte a noi, sopra le lavatrici Speed Queen. All’inizio la cosa non mi dava fastidio. Un vecchio indiano che mi fissava le mani attraverso lo specchio sporco, tra il cartello ingiallito Stiratura 12 capi $ 1,50 e le preghiere della serenità in arancione fosforescente: Dio concedimi la serenità di accettare le cose che non posso cambiare.

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OpenLab virtuale – pt. 1: Cortázar e le formiche

In periodo di quarantena, anche molte attività di BombaCarta diventano virtuali: iniziamo con l’OpenLab, che consiste nella condivisione e nel commento di un testo.

Valerio – Istruzioni per ammazzare le formiche a Roma, in Storie di cronopios e famas (Julio Cortázar)

Le formiche si mangeranno Roma, sta scritto. Fra le lastre di pietra vanno; lupa, quale corso di pietre preziose ti seziona la gola? Da qualche parte le acque qui escono dalle fonti, le ardesie vive, i tremuli cammei che a notte fonda biascicano la storia, le dinastie e le commemorazioni. Dovremmo trovare il cuore che fa pulsare le fonti perché si premunisca contro le formiche, e organizzare in questa città turgida di sangue, di cornucopie ritte come mani di cieco, un rito di salvazione affinché il futuro si limi i denti sui monti, si trascini ammansito e senza forze, completamente senza formiche.
Prima di tutto cercheremo di individuare la dislocazione delle fonti, cosa facile perché nelle mappe a colori, nelle piante monumentali, le fonti hanno anche zampilli e cascate celesti, basta cercarle bene e iscriverle in un recinto di matita blu, non rossa perché una buona mappa di Roma è rossa, come Roma. Sul rosso di Roma la matita blu traccerà un recinto viola attorno a ogni fontana, e solo così possiamo essere certi che ci sono tutte, che ne vediamo i fiorami.

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