Point à la ligne

Nel 1974 Gianni Rodari scriveva un filastrocca dal titolo “Il dittatore”.
La filastrocca dice:

Un punto piccoletto,
superbioso e iracondo,
“Dopo di me – gridava –
verrà la fine del mondo!”

Le parole protestarono:
“Ma che grilli ha pel capo?
Si crede un Punto-e basta,
e non è che un Punto-e-a-capo”.

Tutto solo a mezza pagina
lo piantarono in asso,
e il mondo continuò
una riga più in basso. Leggi il resto »

BombaCalendario

Officina di espressioni creative
Tema: PUNTO E A CAPO (A cosa serve la letteratura?)
30 SETTEMBRE ore 11.00 (fino alle 17 circa)
Via Panama 13, Roma
Laboratorio di lettura “O’Connor”
(prossima apertura)
BombaBibbia
(a ottobre: Via Panama 13, Roma)

BombaCinema
(a ottobre: Cappella Universitaria Sapienza)

BCLings – Scrittura creativa
Galleria d’arte “La Nuova Pesa”
Via del Corso 530, Roma

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Le cascate di Reichenbach

Le Reichenbachfall sono delle cascate del fiume Aar, alte più di duecentocinquanta metri, situate nei pressi del comundi Meiringen, in Svizzera. Sono celebri per motivazioni più letterarie che naturalistiche, in quanto teatro della morte di Sherlock Holmes nel racconto The final problem, improvvidamente tradotto come L’ultima avventura. La storia, come sempre narrata attraverso la voce del Dottor Watson, si apre con le seguenti parole: «È con cuore molto pesante che prendo la penna per scrivere queste parole, le ultime con le quali avrò mai più occasione di ricordare al mondo le straordinarie capacità che il mio amico Sherlock Holmes possedeva»; e si conclude con la colluttazione tra Holmes e il Professor Moriarty, suo antagonista. La lotta termina in parità, ossia con il sacrificio del detective, che precipita insieme a Moriarty proprio nelle cascate di Reichenbach. Le pressioni di pubblico e critica saranno però tali da costringere Doyle a resuscitare Sherlock Holmes in un racconto successivo, dove viene narrato il modo in cui egli scampa alla sua presunta fine. Le ‘parole, le ultime’ che Watson, e con lui Doyle, pensavano avrebbero dedicato alla narrazione delle arguzie del celebre investigatore, trovano invece una loro prosecuzione. Non un ‘punto e basta’, dunque, ma un semplice ‘punto e a capo’. [Continua »]


PUNTO E A CAPO

Ciao a tutti,
allora si riparte e siamo contenti di farlo a settembre (era un bel po’ che non ci riuscivamo).
Dunque prendete nota:

SABATO 30 SETTEMBRE
sempre dalle ore 11 alle 17 circa
sempre a via Panama 13

1^ Officina dell’anno 2017-2018
Tema: Punto e a capo

Più che una svolta è un approfondimento del tema annuale che riprenderà il tema dello scorso anno:
A cosa serve la letteratura?

(come fu anni fa nel caso dei verbi anche quest’anno ci sarà un “bis”).
Ci concentreremo, magari partendo proprio dalla “punteggiatura”, sul tema della pausa, del silenzio, del prendere fiato per ri-cominciare, del ritmo tra azione e riflessione… insomma, tanta bella roba.
Vi aspettiamo numerosi!


La poesia ai tempi (eterni) della guerra

Questa lunga estate calda volge al termine e il caldo non è stato solo quello atmosferico ma anche quello degli attentati e delle vittime di questa “guerra a pezzetti” che infiamma il mondo in tutti i suoi emisferi. Il mio pensiero non può non volare al grande tema della guerra. Penso ai greci, al verbo greco alalàzo che si può tradurre “lancio il grido in combattimento” o “marciare in battaglia cantando”. Mi è sempre piaciuto alalàzo, la mia “fame di epica” ha trovato in questo verbo sempre grande soddisfazione. La musica, il canto (e la poesia) da una parte, la guerra dall’altra. Ma forse entrambe sono rimaste dalla stessa parte per lunghi anni, millenni; in ogni esercito c’è sempre stato spazio per la musica, dai tamburi alle trombe, come elemento centrale dello scontro fisico.

Il primo grande poema dell’Occidente narra di una guerra e il secondo del ritorno del guerriero, ferito. La cicatrice di Ulisse e la conquista della terra promessa da parte degli Ebrei guidati da Giosuè (con le mura di Gerico che crollano al suono delle trombe) ci dicono del debito che la musica e la poesia hanno sempre contratto con la guerra. [Continua »]


Quel che resta del Fantasy

Il fenomeno più appariscente degli ultimi anni per quanto riguarda il mondo della televisione è senza dubbio il successo a livello mondiale delle serie ad episodi che ha investito tutti i generi dal poliziesco al sentimentale, dall’horror al distopico, dal politico all’apocalittico fino al fantasy. Di quest’ultimo il caso più eclatante è senz’altro Game of Thrones (in Italia nota col titolo de Il Trono di Spade), tratta da Le Cronache del Ghiaccio e del Fuoco la fortunata saga di George R.R.Martin, una serie che rappresenta forse il più grande successo a livello mondiale come dimostrano i suoi “numeri” a partire da quei centonovantatre premi accumulati e le centosettantatre nazioni in cui è stato simultaneamente trasmesso il secondo episodio della quinta stagione. [Continua »]


Uscire, osservare, rientrare

C’è una poesia di Carver che dice così. «Si esce e si chiude la porta / senza pensarci. E quando ci si volta / a vedere / quel che si è combinato / è troppo tardi». Il primo passo è sempre segnato dall’uscire, dall’abbandono di una realtà chiusa e confortevole per «l’alto mare aperto» del mondo, ignoto e pauroso. Questa esperienza di ‘uscita’ si accompagna necessariamente a un ‘ingresso’ – si lascia un’abitazione per entrare in un’altra, più ampia e variegata – ed è ciò che avviene quando si inizia una storia. Aprire un libro, aprirlo veramente, significa lasciare il nome dell’autore, e con esso tutte le nostre precedenti convinzioni, dietro la porta della copertina.

Un uomo esce di casa, chiude la porta alle sue spalle, si accorge di aver dimenticato le chiavi all’interno dell’abitazione. Piove, vuole comprensibilmente tornare dentro, ma per un lungo momento si ferma, sorpreso, per osservare la propria esistenza dall’esterno. [Continua »]


[Report] Officina di aprile 2017

La catastrofe nelle storie

Andrea

La catastrofe, lo diceva bene l’editoriale, “disattiva” la volontarietà, ha a che fare con la categoria degli “eventi”: accade qualcosa per cui la tua volontà, indirizzata verso un fine, viene sviata o del tutto azzerata.
C’è un regista che forse più di altri ha realizzato un cinema “catastrofico”, ed è Blake Edwards. Tutti i suoi film parlano di eventi (e di personaggi) “catastrofici”, qui vediamo la famosa scena del castello distrutto da Peter Sellers tratta dal suo capolavoro Hollywood Party. [Continua »]


Esercitare, esercitar-si

Esercito è sia un sostantivo che un verbo. Come sostantivo mi ha sempre affascinato, sin da quando da bambino giocavo “alla guerra” e la parte più bella della battaglia era quella che precedeva lo scontro armato, cioè la parte dello “schieramento delle forze in campo”, un’espressione che mi ha sempre emozionato. Avevo dei soldatini dell’antica Roma, divisi per uniformi e postura, per cui messi uno accanto all’altro facevano un effetto potente di “schieramento”. Erano tutti uguali, quelli della stessa guarnigione o centuria o “arma” ma ogni guarnigione si distingueva soprattutto per i colori e l’effetto finale era potente. Capirete perchè quando poi vidi quei film di Akira Kurosawa (penso a Kagemusha o Ran) la mia felicità fu totale. L’esercito si dispiega, dispiega le sue forze disponendosi, ordinatamente, e cercando di occupare in tutti i punti chiave del campo di battaglia. Come un braccio si distende, dispiegando tutta la forza muscolare di cui è capace, così l’esercito nel momento in cui si schiera ha già impostato la battaglia e forse già determinato le sue sorti.

Esercito, come verbo, non mi ha mai affascinato. Bisogna innanzitutto distinguere tra “esercitare” ed “esercitarsi”. [Continua »]


Sulla catastrofe

Prima di dare qualche spunto di riflessione sul tema del mese, mi sembra opportuno raccontare l’evento scatenante della scelta del tema. Non avevamo le idee chiare e si era indecisi su temi più tecnici o formali come “atmosfere”, “gesti”, o “il colpo di scena”, “punti di svolta o di rottura”, pensavamo a come continuare la narrazione di quest’anno su “a cosa servono le storie” e ci concentravamo su particolari forse troppo astratti, cioè troppo isolati rispetto all’esperienza concreta. Poi a cena mentre chiacchieravamo ci siamo ricordati di un episodio divertente, di quando durante una recente partita di calcio un ragazzo, Francesco, riceveva un passaggio filtrante, e si trovava libero, vicino l’area avversaria; l’azione era tesa ad un unico sviluppo: il tiro in porta. Risultato finale: un liscio clamoroso, con gamba in aria, gemito goffo e palla che rotola via indifferente ed intatta. Quel ricordo comico capitava a fagiolo, proprio lì “cascava l’asino” insomma. Ed ecco scelta la parola chiave: la catastrofe.

Il “liscio”, il colpo fallito, la caduta, da Adamo a Fantozzi, permea la vita dell’uomo e le sue storie, che non avrebbero sapore e vita senza il costante pericolo della rovina. L’oggetto in questione è piuttosto grosso: si può parlare generalmente di fallimento, caduta, di movimento verso il basso di qualcosa che “non regge più”, come suggerisce il prefisso “katà”. Si può parlare, ancora più in generale e senza connotazioni negative, del “voltarsi” (“strofein”), del cambio di punto di vista e si potrebbe parlare della catastrofe come conversione.
Gli scrittori hanno dimestichezza con le catastrofi. [Continua »]