Uscire, osservare, rientrare

C’è una poesia di Carver che dice così. «Si esce e si chiude la porta / senza pensarci. E quando ci si volta / a vedere / quel che si è combinato / è troppo tardi». Il primo passo è sempre segnato dall’uscire, dall’abbandono di una realtà chiusa e confortevole per «l’alto mare aperto» del mondo, ignoto e pauroso. Questa esperienza di ‘uscita’ si accompagna necessariamente a un ‘ingresso’ – si lascia un’abitazione per entrare in un’altra, più ampia e variegata – ed è ciò che avviene quando si inizia una storia. Aprire un libro, aprirlo veramente, significa lasciare il nome dell’autore, e con esso tutte le nostre precedenti convinzioni, dietro la porta della copertina.

Un uomo esce di casa, chiude la porta alle sue spalle, si accorge di aver dimenticato le chiavi all’interno dell’abitazione. Piove, vuole comprensibilmente tornare dentro, ma per un lungo momento si ferma, sorpreso, per osservare la propria esistenza dall’esterno. Leggi il resto »

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Officina di espressioni creative
Tema: USCIRE, OSSERVARE, RIENTRARE
SABATO 10 GIUGNO ore 11.00 (fino alle 16.30 circa)
Via Panama 13, Roma
Laboratorio di lettura “O’Connor”
Via Panama 13, Roma
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Cappella Universitaria Sapienza

BCLings – Scrittura creativa
Galleria d’arte “La Nuova Pesa”
Via del Corso 530, Roma

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[Report] Officina di aprile 2017

La catastrofe nelle storie

Andrea

La catastrofe, lo diceva bene l’editoriale, “disattiva” la volontarietà, ha a che fare con la categoria degli “eventi”: accade qualcosa per cui la tua volontà, indirizzata verso un fine, viene sviata o del tutto azzerata.
C’è un regista che forse più di altri ha realizzato un cinema “catastrofico”, ed è Blake Edwards. Tutti i suoi film parlano di eventi (e di personaggi) “catastrofici”, qui vediamo la famosa scena del castello distrutto da Peter Sellers tratta dal suo capolavoro Hollywood Party. [Continua »]


Esercitare, esercitar-si

Esercito è sia un sostantivo che un verbo. Come sostantivo mi ha sempre affascinato, sin da quando da bambino giocavo “alla guerra” e la parte più bella della battaglia era quella che precedeva lo scontro armato, cioè la parte dello “schieramento delle forze in campo”, un’espressione che mi ha sempre emozionato. Avevo dei soldatini dell’antica Roma, divisi per uniformi e postura, per cui messi uno accanto all’altro facevano un effetto potente di “schieramento”. Erano tutti uguali, quelli della stessa guarnigione o centuria o “arma” ma ogni guarnigione si distingueva soprattutto per i colori e l’effetto finale era potente. Capirete perchè quando poi vidi quei film di Akira Kurosawa (penso a Kagemusha o Ran) la mia felicità fu totale. L’esercito si dispiega, dispiega le sue forze disponendosi, ordinatamente, e cercando di occupare in tutti i punti chiave del campo di battaglia. Come un braccio si distende, dispiegando tutta la forza muscolare di cui è capace, così l’esercito nel momento in cui si schiera ha già impostato la battaglia e forse già determinato le sue sorti.

Esercito, come verbo, non mi ha mai affascinato. Bisogna innanzitutto distinguere tra “esercitare” ed “esercitarsi”. [Continua »]


Sulla catastrofe

Prima di dare qualche spunto di riflessione sul tema del mese, mi sembra opportuno raccontare l’evento scatenante della scelta del tema. Non avevamo le idee chiare e si era indecisi su temi più tecnici o formali come “atmosfere”, “gesti”, o “il colpo di scena”, “punti di svolta o di rottura”, pensavamo a come continuare la narrazione di quest’anno su “a cosa servono le storie” e ci concentravamo su particolari forse troppo astratti, cioè troppo isolati rispetto all’esperienza concreta. Poi a cena mentre chiacchieravamo ci siamo ricordati di un episodio divertente, di quando durante una recente partita di calcio un ragazzo, Francesco, riceveva un passaggio filtrante, e si trovava libero, vicino l’area avversaria; l’azione era tesa ad un unico sviluppo: il tiro in porta. Risultato finale: un liscio clamoroso, con gamba in aria, gemito goffo e palla che rotola via indifferente ed intatta. Quel ricordo comico capitava a fagiolo, proprio lì “cascava l’asino” insomma. Ed ecco scelta la parola chiave: la catastrofe.

Il “liscio”, il colpo fallito, la caduta, da Adamo a Fantozzi, permea la vita dell’uomo e le sue storie, che non avrebbero sapore e vita senza il costante pericolo della rovina. L’oggetto in questione è piuttosto grosso: si può parlare generalmente di fallimento, caduta, di movimento verso il basso di qualcosa che “non regge più”, come suggerisce il prefisso “katà”. Si può parlare, ancora più in generale e senza connotazioni negative, del “voltarsi” (“strofein”), del cambio di punto di vista e si potrebbe parlare della catastrofe come conversione.
Gli scrittori hanno dimestichezza con le catastrofi. [Continua »]


[Report] Officina di marzo 2017

La ripetizione è generalmente considerata in termini negativi, venendo associata di volta in volta alla monotonia, alla noia, alla copia. Ripetere innumerevoli volte lo stesso vocabolo o la stessa frase ci conduce a uno smarrimento del senso; le lettere restano lì, come sacchi svuotati del loro contenuto. Eppure ripetere vuol dire anche rafforzare un concetto, ritornare sulla pagina amata, ritrovarsi. Come sciogliere questo dilemma tra due alternative apparentemente irriducibili?

Siamo partiti dalla ripetizione intesa come routine.

Andrea

Ci sono (almeno) due film, vecchi amici di BC, che raccontano due storie simili: un uomo chiuso in un mondo claustrofobico, sempre uguale a se stesso, che si ripete incessantemente, un mondo dal quale sembra impossibile uscire. Mi riferisco a Ricomincio da capo (Harold Ramis, 1993) e a The Truman Show (Peter Weir, 1998)
Nel primo dei due film il protagonista, Phil Connor, a volte sembra anche “apprezzare” la sua condizione di stallo al punto da approfittare della situazione (essendo l’unico uomo che cambia, e quindi consapevole, in un mondo statico):
Ma si tratta di magre consolazioni, alla fine anche per Phil quella situazione è un incubo, l’incubo della ripetizione sempre uguale a se stessa, senza movimento, senza esito.
Interessante notare che in entrambe le pellicole i due sventurati protagonisti riusciranno a farcela, ad uscire dal loro mondo, e ce la faranno grazie all’amore, che appare come l’unica dimensione sempre nuova, capace di spezzare l’angoscia della ripetizione. L’efficacia di questi due film sta nell’aver immaginato uno sfondo statico, immobile, contro il quale si stagliano i due protagonisti, unici uomini veri (Truman, True-Man) in un mondo finto. Da questo contrasto nasce il dramma che avvice lo spettatore. Viene in mente il mondo della Contea, raccontato da Tolkien nei suoi romanzi: la Contea è un mondo sempre uguale, immobile, eppure c’è qualcuno (pochissimi) tra i suoi abitanti che, per una sorta di inquietudine ed una strana “chiamata”, trovano la forza di tras-gredire, di muoversi e uscire dalla bella e insidiosa tranquillità del proprio mondo abituale e familiare. [Continua »]


Brunori Sas ha forgiato una lama affilatissima. A doppio taglio.

Te ne sei accorto sì, che parti per scalare le montagne, e poi ti fermi al primo ristorante e non ci pensi più.

La verità è che ti fa paura l’idea di scomparire e che non vuoi cambiare. Che non sai rinunciare a quelle quattro, cinque cose a cui non credi neanche più.

Sono superficiale. In fondo sai lo sai anche tu che siamo figli delle stelle e della tv.

Ma tu mi parli ancora di pensione e di barconi pieni di africani come se fossero problemi tuoi, come se non c’avessi già i problemi miei.

Don Abbondio sono io affacciato alla finestra a guardare le macerie a contare quel che resta.

Certo non è bello quando guardo il mio castello in aria e penso che un castello sulla terra così bello non ci sta.

Hai notato l’uomo nero spesso dice che noi siamo troppo buoni e che a esser tolleranti poi si passa per coglioni.

Ma non ti sembra un miracolo che in mezzo a questo dolore e tutto questo rumore, a volte basta una canzone, anche una stupida canzone a ricordarti chi sei.

Quello che ho riportato è un collage di versi pescati da “A casa tutto bene”, l’ultimo album del cantautore calabrese Brunori Sas.

È un album che mi ha spaccato in due, perché dentro ci ho trovato la voce del grillo parlante perfetta per me (e per quelli come me).

Chi sono io? Un bravo ragazzo nato negli anni settanta, che ha trovato un posto al riparo dalla bufera che spazza il paese. Che coltiva la propria buona coscienza affacciato alla finestra a guardare le macerie a contare quel che resta e che non sa rinunciare a quelle quattro, cinque cose a cui non crede neanche più.Le mie serie tv, un’interazione virtuosa con i social media, un giochino sul cellulare, i miei libri (quelli scritti e quelli letti), l’ultimo album di Brunori Sas. [Continua »]


Ripetizione e ciclicità delle storie

Qualche anno fa partecipai a un concorso di scrittura. Erano previsti, tra gli altri, due premi distinti; uno per il racconto più originale, l’altro per lo stile migliore. Ripensandoci mi sembra che tra i due riconoscimenti vi sia un’enorme distanza concettuale. L’originalità è infatti generalmente stabilita sulla base di un tratto discontinuo, che consente di distinguere qualcosa come nuovo in quanto diverso da ciò che lo ha preceduto. È originale tutto quello che non viene percepito come un già-visto o già-sentito, cioè tutto quello che non è ripetuto.

Di altra specie è lo stile letterario che, al contrario, vive di ripetizioni. Innanzitutto una cifra stilistica per essere riconosciuta come tale deve presentare la ripetizione di un determinato canone. [Continua »]


[Report] Officina di febbraio 2017

Il tema di questa Officina ruotava attorno al problema della soglia nell’opera d’arte. La domanda di partenza è stata: qual è il limite, la soglia, il confine di fronte al quale dobbiamo fermarci quando facciamo esperienza dell’opera d’arte? Che relazione c’è tra quello che osserviamo, di cui facciamo esperienza appunto, e ciò che decidiamo di raccontare? C’è qualcosa che non è lecito mostrare della realtà che rappresentiamo? Non è solo un problema etico, ma anche e soprattutto una questione di natura estetica, che incide direttamente nel modo attraverso cui raccontiamo le storie e in cosa vogliamo dire stabilendo quella soglia. Per rendere conto della bella discussione che è venuta fuori, vi presentiamo una sintesi degli interventi per come si sono succeduti e strutturati.

Damiano

Il problema di ciò che è lecito o meno rappresentare è stato discusso a partire dal rappresentabilità del male, in particolare del tema della Shoah. Attraverso una carrellata sui punti di vista di alcuni intellettuali e/o sopravvissuti allo sterminio, come Paul Celan, Primo Levi ed Eli Wiesel, si è discusso il paradigma dell’indicibile, così come proposto da Theodor Adorno:

Quanto più totale la società, tanto più reificato lo spirito e tanto più paradossale la sua impresa di svincolarsi dalla reificazione con le sue sole forze. Persino la più lucida consapevolezza dell’imminente catastrofe rischia di degenerare in chiacchiera inane. La critica della cultura si trova davanti all’ultimo stadio della dialettica di cultura e barbarie. Scrivere una poesia dopo Auschwitz è un atto di barbarie e ciò avvelena la consapevolezza stessa del perché è divenuto impossibile oggi scrivere poesia.

Si può scrivere, quindi, una poesia dopo Auschwitz? Si può esercitare una rappresentazione artistica del più grande trauma della storia? E’ lecito, o meno, adottare uno sguardo estetico sul male? A partire da questa domanda, si è discusso della famosa scena del carrello di Kapò (1959) di Gillo Pontecorvo, criticata dal regista francese Jacques Rivette, nel suo celebre articolo De l’abjection apparso nel 1961 sui “Cahiers du Cinema”, come un’operazione eticamente immorale, abietta:

Guardate, in Kapò, l’inquadratura in cui Emmanuelle Riva si suicida, gettandosi sul filo spinato ad alta tensione: l’uomo che decide, a questo punto, di fare un carrello in avanti per inquadrare il cadavere dal basso all’alto, avendo cura di porre la mano alzata esattamente in un angolo dell’inquadratura, ebbene quest’uomo merita solo il profondo disprezzo.

Questa scena (e questa critica) è stata messa a confronto con un esempio contemporaneo, tratto dal film Fuocoammare (2916) di Gianfranco Rosi, dove il regista racconta la tragedia delle immigrazioni clandestine di Lampedusa adottando uno sguardo autoriale, estetizzante sui corpi dei migranti. E’ giusto, dunque, far vedere tutto di ciò che accade nella realtà? Qual è il fine – artistico, autoriale, sociale, politico? – che si porta dietro un progetto estetico  di questo tipo? Per denunciare una tragedia è lecito oltrepassare – se c’è – una soglia?

[Continua »]


Esercizio n. 4: Spazio negativo

L’esercizio di questo mese prende le mosse da una lettera in cui Flannery O’Connor scrive:

Mostra queste cose e non avrai bisogno di dirle

La pagina di un diario può legittimamente contenere una frase come “oggi sono molto felice” – ma essa non è che una mera informazione. Una pagina di narrativa deve invece compiere uno sforzo ulteriore, far partecipare il lettore a quella esperienza di gioia, far sì che, in qualche modo, la senta propria. In questo video sul dialogo cinematografico viene presentata la breve scena di apertura di Dan in real life – una scena, paradossalmente, senza parlato:

Scomponiamo la scena.

[Continua »]