Oltre la cornice

Cornici. Perimetri. Bordi. Contorni. Confini. Che siano fisici o ideali, queste cose sono un elemento imprescindibile della creatività umana in qualunque campo (artistico e non).  Sono il riconoscimento della nostra finitezza: non possiamo estendere il nostro operato a TUTTO, quindi dobbiamo darci dei limiti.

Fin qui tutto ok, ma a questo punto entra un’altra idea, nel nostro discorso: la scelta. Mettere qualcosa nella cornice vuole NON mettercene altre. Se ti mostro una cosa, automaticamente ti sto nascondendo tutto il resto. E dal momento che esiste questa scelta radicale (ovvero alla radice dell’atto creativo stesso) quella non è e non può essere la realtà, non importa quanto somigliante, ma “solo” e sempre una sua rappresentazione.

Direi che c’è già abbastanza per nobilitare a sufficienza il ruolo della cornice, ma attenzione che il bello deve ancora venire.

Se l’opera in questione ha un qualche valore, mi interpella e non mi lascia indifferente. Sono chiamato a reagire, a trarne delle conclusioni mie o in qualche modo a proseguirla (nel tempo, nello spazio, in nuove geometrie astratte, nelle implicazioni morali, fate voi). La cornice, in quanto limite dell’opera stessa nella sua qualità di produzione dell’autore, in quanto luogo in cui l’opera finisce, è anche dove inizia la mia attività come spettatore non-passivo.

È il luogo del dialogo.

(l’immagine è il quadro “La condizione umana II”, dipinto da René Magritte nel 1935)

BombaCalendario

Officina di espressioni creative
Tema: OLTRE LA CORNICE (A cosa serve la letteratura?)
28 ottobre
 ore 11.00 (fino alle 17.00 circa)
Via Panama 13, Roma
Laboratorio di lettura “O’Connor”
Lunedì 23 ottobre ore 19

Punto Einaudi Incontri
Via Bisagno 3, Roma
BombaBibbia
Mercoledì 18 ottobre ore 19

Via Panama 13 (sala “Francesca Monda”)

BombaCinema
Giovedì 19 ottobre ore 19,30
La Sapienza – Cappella Universitaria

BCLings – Scrittura creativa
Galleria d’arte “La Nuova Pesa”
Via del Corso 530, Roma

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[Report] Officina di settembre 2017

Andrea

Punto e a capo dunque, si riparte, si ricomincia. La letteratura può servire anche a questo: a ridare una nuova possibilità, anche al passato, non perchè si possa tornare indietro, ma perchè il racconto dona nuova  luce e maggiore profondità all’esperienza che si riteneva di conoscere. Il racconto come fonte di riscatto è il senso del film Saving Mr.Banks, dedicato alla vicenda storica di Walt Disney che lotterà per 20 anni per convincere la scrittrice Pamela Travers a dargli i diritti per realizzare il film tratto da Mary Poppins. E qui si aprirebbe la questione se la letteratura può “salvare” (magari per un’altra officina).

Quando è il momento per mettere il punto? Fermare il processo creativo è il vero momento generativo? Dopo 9 mesi di “concepimento” arriva il momento del “parto” che è un vero e proprio “taglio”, come esprime efficacemente la scena tratta dal film Sei gradi di separazione (non a caso intitolata “creatività”):

Non solo la punteggiatura è importante, ma tutta la grammatica, anche i modi del verbo. Ad esempio il congiuntivo contiene in sè l’idea di futuro e quindi di speranza, come osserva George Steiner nel saggio Grammatiche della creazione:

«Sì, mentre l’animale è capace di percepire il presente e, in qualche misura, di fare memoria (cioè passato), l’homo sapiens è l’unico capace di fare ipotesi su ciò che accadrà o su possibilità che esulano dalla pura realtà.
“Se Cesare non fosse andato in Campidoglio…”: questa frase richiede un tempo verbale che spalanchi il mondo dell’immaginazione, il congiuntivo appunto. E Steiner afferma che questo dato grammaticale sia la prova tangibile del bisogno di oltrepassare lo scandalo incomprensibile della mortalità».

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Il volo basso di Roberto Recchioni

Roberto Recchioni è uno degli sceneggiatori di punta del fumetto italiano contemporaneo. Scrive per Bonelli – tra i più prestigiosi editori di fumetti al mondo – che, oltre ad affidargli uno dei suoi personaggi principali (Dylan Dog), gli ha dato carta bianca per il lancio di nuove serie da lui create (Orfani e l’universo di collane collegate).
Assieme a GIPI, Zerocalcare e Leo Ortolani, è una delle personalità più in vista della nuova scena fumettistica nazionale, ospite fisso di fiere, convegni ed eventi di vario genere.
La mia idea è che Recchioni occupi abusivamente una posizione di tale rilievo. O meglio: il fatto che lui occupi una posizione di tale rilievo è un cattivo sintomo dello stato di salute del fumetto italiano. Prendete questo pezzo come un grido di dolore di un innamorato di tale mezzo.

Amo da sempre il fumetto, così tanto da tornare spesso a interrogarmi sulle ragioni di tale infatuazione. La risposta che mi sono dato è che il fumetto è un mezzo costituito da una molteplicità di codici, la cui magia sta nelle infinite possibilità con cui questi codici possono dialogare tra loro. Unisce la dimensione artistica pura del disegno a quella della parola scritta per produrre una narrazione. L’essenza del mezzo è nella somma a valore aggiunto che i migliori artisti riescono ad ottenere utilizzando una prospettiva estetica (l’immagine) e una più interiore (quella della parola), per generare qualcosa di completamente nuovo. [Continua »]


Le cascate di Reichenbach

Le Reichenbachfall sono delle cascate del fiume Aar, alte più di duecentocinquanta metri, situate nei pressi del comundi Meiringen, in Svizzera. Sono celebri per motivazioni più letterarie che naturalistiche, in quanto teatro della morte di Sherlock Holmes nel racconto The final problem, improvvidamente tradotto come L’ultima avventura. La storia, come sempre narrata attraverso la voce del Dottor Watson, si apre con le seguenti parole: «È con cuore molto pesante che prendo la penna per scrivere queste parole, le ultime con le quali avrò mai più occasione di ricordare al mondo le straordinarie capacità che il mio amico Sherlock Holmes possedeva»; e si conclude con la colluttazione tra Holmes e il Professor Moriarty, suo antagonista. La lotta termina in parità, ossia con il sacrificio del detective, che precipita insieme a Moriarty proprio nelle cascate di Reichenbach. Le pressioni di pubblico e critica saranno però tali da costringere Doyle a resuscitare Sherlock Holmes in un racconto successivo, dove viene narrato il modo in cui egli scampa alla sua presunta fine. Le ‘parole, le ultime’ che Watson, e con lui Doyle, pensavano avrebbero dedicato alla narrazione delle arguzie del celebre investigatore, trovano invece una loro prosecuzione. Non un ‘punto e basta’, dunque, ma un semplice ‘punto e a capo’. [Continua »]


Point à la ligne

Nel 1974 Gianni Rodari scriveva un filastrocca dal titolo “Il dittatore”.
La filastrocca dice:

Un punto piccoletto,
superbioso e iracondo,
“Dopo di me – gridava –
verrà la fine del mondo!”

Le parole protestarono:
“Ma che grilli ha pel capo?
Si crede un Punto-e basta,
e non è che un Punto-e-a-capo”.

Tutto solo a mezza pagina
lo piantarono in asso,
e il mondo continuò
una riga più in basso. [Continua »]


PUNTO E A CAPO

Ciao a tutti,
allora si riparte e siamo contenti di farlo a settembre (era un bel po’ che non ci riuscivamo).
Dunque prendete nota:

SABATO 30 SETTEMBRE
sempre dalle ore 11 alle 17 circa
sempre a via Panama 13

1^ Officina dell’anno 2017-2018
Tema: Punto e a capo

Più che una svolta è un approfondimento del tema annuale che riprenderà il tema dello scorso anno:
A cosa serve la letteratura?

(come fu anni fa nel caso dei verbi anche quest’anno ci sarà un “bis”).
Ci concentreremo, magari partendo proprio dalla “punteggiatura”, sul tema della pausa, del silenzio, del prendere fiato per ri-cominciare, del ritmo tra azione e riflessione… insomma, tanta bella roba.
Vi aspettiamo numerosi!


La poesia ai tempi (eterni) della guerra

Questa lunga estate calda volge al termine e il caldo non è stato solo quello atmosferico ma anche quello degli attentati e delle vittime di questa “guerra a pezzetti” che infiamma il mondo in tutti i suoi emisferi. Il mio pensiero non può non volare al grande tema della guerra. Penso ai greci, al verbo greco alalàzo che si può tradurre “lancio il grido in combattimento” o “marciare in battaglia cantando”. Mi è sempre piaciuto alalàzo, la mia “fame di epica” ha trovato in questo verbo sempre grande soddisfazione. La musica, il canto (e la poesia) da una parte, la guerra dall’altra. Ma forse entrambe sono rimaste dalla stessa parte per lunghi anni, millenni; in ogni esercito c’è sempre stato spazio per la musica, dai tamburi alle trombe, come elemento centrale dello scontro fisico.

Il primo grande poema dell’Occidente narra di una guerra e il secondo del ritorno del guerriero, ferito. La cicatrice di Ulisse e la conquista della terra promessa da parte degli Ebrei guidati da Giosuè (con le mura di Gerico che crollano al suono delle trombe) ci dicono del debito che la musica e la poesia hanno sempre contratto con la guerra. [Continua »]


Quel che resta del Fantasy

Il fenomeno più appariscente degli ultimi anni per quanto riguarda il mondo della televisione è senza dubbio il successo a livello mondiale delle serie ad episodi che ha investito tutti i generi dal poliziesco al sentimentale, dall’horror al distopico, dal politico all’apocalittico fino al fantasy. Di quest’ultimo il caso più eclatante è senz’altro Game of Thrones (in Italia nota col titolo de Il Trono di Spade), tratta da Le Cronache del Ghiaccio e del Fuoco la fortunata saga di George R.R.Martin, una serie che rappresenta forse il più grande successo a livello mondiale come dimostrano i suoi “numeri” a partire da quei centonovantatre premi accumulati e le centosettantatre nazioni in cui è stato simultaneamente trasmesso il secondo episodio della quinta stagione. [Continua »]


Uscire, osservare, rientrare

C’è una poesia di Carver che dice così.

«Si esce e si chiude la porta / senza pensarci. E quando ci si volta / a vedere / quel che si è combinato / è troppo tardi».

Il primo passo è sempre segnato dall’uscire, dall’abbandono di una realtà chiusa e confortevole per «l’alto mare aperto» del mondo, ignoto e pauroso. Questa esperienza di ‘uscita’ si accompagna necessariamente a un ‘ingresso’ – si lascia un’abitazione per entrare in un’altra, più ampia e variegata – ed è ciò che avviene quando si inizia una storia. Aprire un libro, aprirlo veramente, significa lasciare il nome dell’autore, e con esso tutte le nostre precedenti convinzioni, dietro la porta della copertina.

Un uomo esce di casa, chiude la porta alle sue spalle, si accorge di aver dimenticato le chiavi all’interno dell’abitazione. Piove, vuole comprensibilmente tornare dentro, ma per un lungo momento si ferma, sorpreso, per osservare la propria esistenza dall’esterno. [Continua »]