Orientarsi con le stelle

Sembra che la prima testimonianza di una parvenza di rappresentazione cartografica, giunta intatta sino ai nostri tempi, non riguardasse la superficie terrestre quanto quella celeste. Si tratta di alcuni puntini dipinti con pigmenti minerali, circa sedicimilacinquecento anni prima di Cristo, sulle pareti delle grotte di Lascaux, che riproducono, in piccolo, costellazioni quali le Pleiadi, Vega, Deneb e Altair. Questi frammenti di mappe del cielo notturno, intervallati da figure di cervi, bisonti, cavalli e felini, ci ricordano uno dei bisogni che da sempre accompagnano l’umanità, ovvero la necessità di orientarsi nel mondo.

Orientarsi significa, letteralmente, trovare l’oriente e, da lì, determinare gli altri punti cardinali, in modo da chiarire la propria posizione geografica. La capacità di sapersi localizzare nello spazio circostante e di stabilire delle coordinate in grado di ridurre a sistema i luoghi conosciuti e sconosciuti rappresenta uno di quei passaggi evolutivi fondamentali nella storia dell’uomo. Tuttavia l’esigenza di orientamento spaziale, pur coincidendo con una necessità di basilare sopravvivenza dell’umano, di per sé non soddisfa la domanda di senso dell’individuo, che si chiede piuttosto quale sia la sua posizione esistenziale nel mondo. Sono note, in proposito, le tre ferite narcisistiche individuate da Freud, che umilierebbero l’uomo rivelandogli la menzogna di una sua supposta centralità rispetto al cosmo (Copernico), all’evoluzione (Darwin) e, infine, rispetto a se stesso (Freud). Ma tali disillusioni non rappresentano la causa di un disorientamento; al contrario sono spie della necessità umana di individuare il proprio posto nel mondo, inteso come consapevolezza della situazione in cui il soggetto viene a trovarsi, in relazione allo spazio, al tempo, a se stesso, agli altri. Leggi il resto »

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Cronache terrestri

“Chiunque stesse bussando alla porta non era intenzionato a smettere.”

Nell’incipit de I terrestri, Ray Bradbury introduce subito il tema peculiare del racconto: s’insisterà, costantemente, per svelare una realtà a chi verso di essa è cieco.

I nostri protagonisti hanno appena attraversato cento milioni di chilometri di vuoto cosmico su un razzo spaziale per giungere su Marte; i primissimi marziani che il capitano Williams e i tre uomini del suo equipaggio incontrano non sembrano capire la portata di quello che sta accadendo: i terrestri su Marte! Arrivati lì proprio dalla Terra! Eppure nessun nativo sembra emozionato o anche solo vagamente impressionato.

Solo dopo numerosi tentativi i terrestri, sempre più allibiti, vengono indirizzati in una stanza dove sono finalmente accolti con festeggiamenti e schiamazzi. Per sfortuna del nostro equipaggio però la stanza in cui si trovano è un manicomio.

Ma com’è stato possibile? I nostri protagonisti scoprono in quella stanza che i marziani folli sono in grado di proiettare le proprie allucinazioni all’esterno:

Verso mezzanotte tutti quanti nella sala erano lì a fare prodigi con fiammelle viola, a mutare e trasformarsi, perché la notte era il momento del cambiamento e della pena.

Il capitano prende consapevolezza che, se i marziani sono in grado di creare allucinazioni così reali, allora per i marziani che avevano incontrato fino a quel momento era stato naturale credere che egli potesse aver fatto lo stesso, rendendo il frutto della sua follia — il suo aspetto umano e perfino il suo equipaggio — visibile agli altri. Per loro, ciò che per lui era reale al di fuori della sua mente, era soltanto nella sua mente. [Continua »]


Ladri di ricordi

Capita a tutti di perdere qualcosa. Di non trovare più un oggetto, un pensiero, un’idea, un ricordo. Di sentirsi soli, privati di un riferimento, come abbandonati. Un po’ nostalgici, un po’ tristi. Una sensazione fulminea, che nella maggior parte dei casi passa senza lasciare troppe tracce.

Ho perso un Mondo – l’altro giorno! dice Emily Dickinson.

E prosegue:

Qualcuno l’ha trovato?
Si riconosce dal Filo di Stelle
Legato intorno alla fronte.
Un Ricco – potrebbe non notarlo –
Eppure – al mio Occhio frugale,
Ha più Valore di Ducati –
Oh trovatelo – Signore – per me! *

Perdere un mondo è un po’ più complicato, certo. [Continua »]


Le finestre e l’estate

Il premio Nobel Louise Glück nella sua raccolta di poesie del 2014 “Faithful and Virtuous Night” ha scritto questo breve componimento:

La finestra aperta

Un anziano scrittore aveva preso l’abitudine di scrivere la parola FINE su un pezzo di carta prima di iniziare i suoi racconti, dopo di che raccoglieva una pila di pagine, particolarmente sottili in inverno quando la luce del giorno era breve, e relativamente spesse in estate quando il suo pensiero diventava di nuovo affrancato e capace di creare associazioni, espansivo come quello di un giovane. Indipendentemente dal loro numero, metteva queste pagine bianche sull’ultima, nascondendola. Solo allora la storia sarebbe arrivata fino a lui, casta e raffinata d’inverno, più libera d’estate. Utilizzando questi metodi era diventato un maestro riconosciuto.

Lavorava di preferenza in una stanza senza orologi, confidando che la luce gli dicesse quando la giornata era finita. In estate, gli piaceva la finestra aperta. Come può, d’estate, entrare nella stanza il vento invernale? Hai ragione, gridò al vento, questo è quello che mi è mancato, questa risolutezza e repentinità, questa sorpresa — Oh, se potessi farlo sarei un dio! E giaceva sul pavimento freddo dello studio a guardare il vento che agitava le pagine, mescolando le scritte e le bianche, la fine in mezzo a loro.

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Ad una amica

Ricordando Marilù, amica di BombaCarta e di tutti noi.

AVVOLTA DAL TEMPO NUOVO

 

Mi sento scrutata nell’intimo,

traversata dalla clemenza del tuo sguardo –

come cresco in questa visione, come vi sono immersa

in silenzio,

anche se a lungo tutti l’hanno ignorato

perché del tuo sguardo a nessuno ho mai fatto parola.

Ma la tua immensa quiete in me non avrà fine –

unica foce al mio cammino, e un giorno sarà così mia

che vi starò come fiume portato dal suo letto trasparente –

pure se il corpo inerte resterà.

Verranno i tuoi discepoli

– sentiranno che il cuore non batte.

La fonda bilancia del sangue non ritmerà più la mia vita

e dai mie piedi stanchi non fuggirà la strada.

Mi avvolgerà il tempo nuovo, che agli occhi languenti

già splende,

abiterà nel mio cuore –

e tutto insieme sarà colmo, diventerà delizia al pensiero.

Aprirò allora il mio canto, ne capirò ogni sillaba,

aprirò allora il mio canto, ch’è intento alla tua vita,

tutto pervaso dall’Evento, immensamente chiaro e semplice

che in ogni uomo germoglia, così palese e segreto

e che in me si è incarnato e rivelato

giungendo a molte genti, tra cui ha trovato dimora.

 

Karol Wojtyła


Incontrare se stessi

All’orizzonte all’improvviso vedi qualcuno, forse un amico
Si guarda intorno spaesato, provi a farti vedere lanciandogli un sasso
Ma vieni interrotto, qualcosa ti urta la gamba e fa male
Ti giri di scatto, proprio dietro di te c’è un signore
S’è appena voltato di spalle
Corri verso di lui per scoprire perché abbia voluto colpirti
Ma comincia a scappare, voleva ucciderti
Ne sei sicuro
Altrimenti perché fuggire?

Chi ascolta la canzone degli Eugenio in Via Di Gioia Il tuo amico il tuo nemico tu riconosce subito il gioco di specchi che intercorre tra i movimenti del protagonista in seconda persona e quelli degli altri due personaggi, il nemico e l’amico citati nel titolo: capiamo immediatamente che si deve trattare della stessa persona. Tuttavia quel “tu” non può concepire l’esistenza di un sé separato da se stesso e la situazione gli appare ben presto così straniante da sentire il bisogno di eliminare la sua copia, azione che lo porta per sbaglio al suicidio.

Raccogli la pietra con cui lui prima ti ha colpito la gamba
E gliela scagli addosso, puntando alla testa, mira perfetta
Lui fermo da dietro, non scappa
Non se l’aspetta, quiete
Qualcosa da dietro ti spacca la testa.

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Bisogna saper scegliere il tempo

C’è un racconto breve di Buzzati, Appuntamento mancato, in cui il protagonista giunge sul luogo designato dopo dodici anni e chiede se qualcuno per caso abbia visto una ragazza ferma in attesa.

Ma tu c’eri quel giorno? Mi hai aspettato? E se mi hai aspettato, quanto? Io correvo per arrivare in tempo, ansimando, incespicando, mi potevano prendere per pazzo. Ma sarebbe occorso che volassi. Ero lontano, sbalzato via inopinatamente dalla vita, a una distanza spaventosa da te, che non sapevi.

Tra i passanti solo uno ricorda, incredibilmente, quella ragazza con un paltò blu e un cappellino a fiori, graziosa, graziosissima, che aveva atteso un’ora sotto la pioggia, prima di essere accompagnata a casa dal passante stesso e, col tempo, diventare sua moglie. L’occasione mancata dal protagonista rappresenta, al rovescio, la svolta esistenziale dell’altro. Se da un lato, quindi, il racconto mostra la tipica nostalgia buzzatiana per le possibilità smarrite, dall’altro finisce per esaltare, quasi inconsapevolmente, una qualità spesso sottovalutata, ossia il tempismo. [Continua »]