La pancia

Le pancette sono sexy” dice Fabienne, sdraiata su un fianco, mentre Butch si toglie i vestiti di dosso. È uno dei celebri dialoghi à la Tarantino, di quelli che sembrano riempire uno spazio vuoto, e invece danno rotondità ai personaggi, li dipingono nei loro rapporti. Si tratta del discorso sulla “pancetta”, che restituisce un momento di dolcezza tra due personaggi di Pulp Fiction e, al contempo, ci consente di introdurre l’ultima parte del corpo da esplorare nelle Officine di quest’anno. Se lo scheletro è elemento di sostegno e struttura, la pancia invece è spia di bisogni, luogo da riempire, plasmare, proteggere.

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Pance impossibili e possibili surrogati

GREULOT, NACHI STULÒ me tengo ‘na
fame, ‘na sgandula che pe’ la desperasián u
zervèl me STRÒPIA A SGRÒLL. Deo che
fame! Gh’ho ‘na fame che me magnaría anca
un ögio (mima di cavarsi un occhio) e me lo
ciuciaria ‘me ‘n’òvo. (Succhia l’immaginario
uovo) Un’orégia me strancaria! (Fa il gesto di
strapparsi un orecchio) Tuti e dòi l’oregi
(esegue e li mastica con avidità) ol naso
cavaria. (Esegue) Oh, che fame tégno! Che
me enfrocarla ‘na man dinta la boca, ziò in
t’ol gargaròz fino al stomego e CAÒ IN
PRATOSCIÒ GUIU (mima tutta l’azione) e
stroncaria da po’ le bidèle, tute le tripe a
STROSLON FRAGNAO (mima di cavarsi le
budella tirandole fuori attraverso la gola,
quindi le arrotola sul braccio) STROPIAN
CORDAME – SRUTOLON.

“La fame dello Zanni”, Dario Fo

Inizia così “La Fame dello Zanni”, il monologo di Dario Fo all’interno del suo “Mistero Buffo” del 1969. Difficile descriverlo a parole, andrebbe visto ed ascoltato!

Ma chi è questo Zanni? Lo Zanni è «il prototipo di tutte le maschere della Commedia dell’arte» ci spiega Fo, «però, a differenza di quasi tutte le maschere che hanno nomi e comportamenti inventati, questa ha un origine reale […] Zanni era il soprannome che fin dal xv secolo i Veneziani davano ai contadini provenienti da tutta la Lombardia, il Piemonte e le province del Garda e dell’Adda». Questi, infatti, si ritrovarono stremati dalla povertà e dalla concorrenza delle merci a basso costo che arrivavano dall’estero e, prosegue Fo, «si riversarono nelle città e nei porti più ricchi del Nord. In particolare a Venezia. In grandissimo numero gli Zanni scesero a Venezia con le loro donne a cercare lavoro; accettarono i lavori più bassi dallo svuotare latrine al facchinaggio al porto, si adattarono al ruolo di sottoservi, quasi schiavi. Le loro donne, oltre che ricoprire il ruolo di serve e sguattere, si dedicarono alla prostituzione». È dallo Zanni che poi sarebbero derivate altre maschere più note come Arlecchino o Brighella.

Dario Fo adotta il grammelot – linguaggio teatrale, miscuglio di dialetti, parole inventate, onomatopeico e gestuale – per mettere in scena uno Zanni talmente esausto della propria fame che mangerebbe persino se stesso, prima un occhio, poi un orecchio, le budella e più avanti le montagne, il cielo, Dio, i cherubini e persino… il pubblico. La pancia dello Zanni è talmente vuota che potrebbe ingerire di tutto, metafora di un periodo, fame storica, ma anche universale: ad animare lo Zanni di Fo è una disperazione che si
smorza nel comico, ma ci lascia un senso di vuoto che si risucchia da solo, un buco nero che potrebbe scomparire in un attimo dal palco.

Se la pancia dello Zanni sembra potersi riempire all’infinito, ce ne è un’altra da cui, al contrario, sembra poter uscire di tutto. Spostiamoci dalla Lombardia al lontano Giappone. L’anno è lo stesso, il 1969. Il mangaka Fujiko F. Fujio, realizza per la rivista “CoroCoro Comic” il personaggio di Doreamon.

Ecco Doraemon, gatto robot, la pancia grande, piu’ grande che puo’.

Bravo Doraemon, con tutte le cose nella sua tasca magica, Mamma che noia studiare a casa, ora Doraemon ci aiutera’.

Come recita la sigla anni ‘80 degli Oliver Onions per la trasposizione italiana della serie anime, Doraemon è un gatto robot inviato dal futuro per assistere nella crescita il piccolo Nobi Nobita (da noi l’indimenticabile Guglia Guglielmo Guglielminetti), altrimenti destinato ad una vita di continui fallimenti.

Doreamon ha una tasca (come i canguri) da cui può estrarre qualsiasi tipo di chusky, futuristici gadget con i quali aiuta Nobi Nobita in ogni situazione. La sua pancia è sostanzialmente il gimmick dell’intera serie, ogni episodio presenta un chusky diverso ed ha, in questo senso, un valore positivo; se la pancia dello Zanni rappresenta la povertà, quella di Doraemon rappresenta la sicurezza, la varietà, la confort zone da dove uscirà, in qualche modo, una soluzione per tutto.

Se il passaggio da Dario Fo a Doraemon può sembrare ardimentoso se non addirittura infantile, in realtà ci fa da ponte per un altra “applicazione” della pancia.

Quando Fujiko F. Fujio creò graficamente Doraemon si ispirò ad alcune bambole tipiche dell’artigianato nipponico chiamate Okiagari-koboshi (起き上がり小法師), letteralmente “piccolo monaco sempre in piedi”.

Realizzate partendo da una struttura di legno poi rivestita di cartapesta e decorata, se ne ha traccia sin dal XIV secolo e la loro caratteristica è quella di riuscire a mantenere sempre una posizione eretta, anche quando vengono toccate e fatte cadere. In Giappone queste bambole sono considerate dei portafortuna, simboleggiano l’equilibrio, la pazienza e la resilienza. Tradizione vuole che, prima dell’acquisto, si debbano rovesciare tutte le bambole e poi scegliere solo tra quelle che sono ritornare in piedi, se ne prende una per ogni membro della famiglia ed una in più a scopo propiziatorio… magari per la nascita di un altro figlio… che guarda un po’ nasce proprio dalla pancia della mamma.

Ma ne siamo così sicuri? Per capire meglio questa altra funzione della pancia ci è stato suggerito il documentario “Comizi d’amore” realizzato da Pier Paolo Pasolini nel 1964 per interrogare gli italiani sul tema della sessualità e testare la loro pruderie su argomenti come prostituzione, sesso, omosessualità e divorzio.

Nello specifico, la domanda “come nascono i bambini?” viene rivolta ai bambini stessi. Pasolini scegli i figli della classi più popolari del Sud e le risposte che riceve (a parte “dalla pancia” timidamente citata una sola volta) contemplano: cavoli, cicogne, cicogne che prima vanno da Dio, “o fiore”, uno zio ed una fantomatica “levatricia”. Per i picciriddi di Pasolini la domanda è divisiva, anche nelle reazioni, c’è chi ride, chi scherza, chi risponde con malcelato pudore e chi invece ostenta sicurezza nel dare credito a questi ingegnosi surrogati.

Anche a distanza di tempo, in un divertente video del 2016 realizzato da Adnkronos intitolato “Che fine ha fatto la cicogna”, la pancia della mamma rimane ancora un luogo misterioso, per iniziati, che confonde… anche se per questi bambini moderni il cerchio sembri stringersi sempre di più intorno alle figure genitoriali: ci sono un serpentello ed una pallina, il matrimonio come conditio sine qua non, c’è un papà che non ha fatto altro che stare tutto il tempo al cellulare, un “qualcosa” a.k.a. “un semino” e poi c’è Dio (che sempre pone e dispone).

E le cicogne? E chi sarebbero costoro? Alcuni di questi bambini non credono neppure che esistano!
E poi perché proprio le cicogne? Proviamo a chiudere il cerchio con una spiegazione, in fondo se la sono guadagnata: dunque, filologicamente parlando una risposta la potremmo trovare sin dal 1839 in una omonima fiaba di Hans Christian Andersen, in cui si nomina senza troppe spiegazioni uno “stagno in cui si trovano tutti i bambini piccoli in attesa che le cicogne li portino dai loro genitori”, altrimenti una spiegazione più etologica si rifarebbe alla abitudine delle cicogne (prima dell’invenzione del termosifone s’intende), di fare il nido in primavera vicino ai comignoli dei camini, spesso ancora accesi proprio perché in casa era appena arrivato un neonato… di qui l’accostamento leggendario tra le une e gli altri.

Prima o poi la scienza, sono sicuro, ci darà una risposta definitiva.


Incontro con il teschio, da elmo a confidente

La parte dello scheletro più ricca di richiami simbolici, religiosi, culturali è senza dubbio il teschio. La testa è in effetti la parte del corpo che più ci identifica e rappresenta la totalità dell’essere umano, la parte per il tutto. Non a caso, la tradizione celtica considerava il cranio come il fulcro centrale dello spirito.

È curioso notare che le parole teschio e cranio indicavano originariamente alcuni oggetti usati per contenere, proteggere o da collocare alle estremità.

Teschio deriva dal latino testulum che significa coperchio, vaso di terracotta e cranio deriva dal greco kranion (κρανίον) che significa elmo (divertenti i passi dell’Elogio della calvizie, V secolo d.C.,  in cui Sinesio di Cirene gioca proprio sul doppio significato cranio-elmo).

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Lo scheletro

Viva la vita

Larva convivialis, I secolo d.C.

Mentre noi dunque si beve, tutti in estasi in mezzo a quel lusso, arriva uno schiavo con uno scheletro d’argento, articolato in modo che le sue giunture e vertebre erano disnodate e flessibili in ogni senso. Come lo getta sulla tavola una prima e una seconda volta, e la catena guizzante assume pose diverse, Trimalcione commenta: «Ahi, che miseri siamo, che nulla a pesarlo è l’ometto! Così saremo tutti quel giorno che l’Orco ci involi. Perciò viva la vita, finché si può star bene.

È Petronio, nel capitolo 34 del suo Satyricon, ad aprire l’editoriale di questo mese sullo scheletro introducendo uno strano oggetto, la larva argentea. Detta anche larva convivialis si tratta di un piccolo manufatto in bronzo o argento che faceva la sua comparsa nei banchetti e nei momenti conviviali dell’antica Roma. Una presenza con il compito di ricordare a tutti che, prima o poi, si deve morire. Un monito a non esagerare con le libagioni ma anche una semplice esortazione a ricordare che la vita è breve. E che va assaporata in tutte le sue dimensioni.

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Lo sguardo negato

Nell’officina di marzo a tema Occhi uno degli esempi citati, parlando dello sguardo, è stata la storia di Amore e Psiche raccontata da Apuleio. Protagonisti sono il dio Eros e la bellissima Psiche, adorata quasi più di Venere sebbene sia una semplice umana. Il fascino che suscita negli uomini provoca, così, la vendetta di Venere stessa che ordina al figlio Eros di far innamorare Psiche dell’uomo più deprecabile che esista. Eros, però, rimane inavvertitamente vittima della sua stessa freccia, innamorandosi della fanciulla. Una volta presala in sposa e condottala nella sua dimora – dove tra l’altro ogni presenza è invisibile – le si palesa solamente di notte ed al buio, imponendole di non cercare in alcun modo di scoprire il suo aspetto.

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L’ombra

“Ferma! Non muoverti! Non muovere un muscolo, resta ferma dove sei. Riconoscerei questa sagoma dovunque… Mary Poppins!”.

In questa scena dell’iconico film Mary Poppins, Walt Disney ci dimostra che si può conoscere così bene una persona tanto da poterla identificare dall’ombra che proietta, proprio come fa lo spazzacamino Bert quando quella di Mary Poppins si incastra in uno dei suoi disegni sul marciapiede.

Tuttavia, tranne in particolari casi specifici dove i soggetti sono famosi, riconoscere un’ombra non sempre è così semplice.

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Occhi

Una volta mi hai detto che l’occhio umano è l’invenzione più solitaria di Dio. Tutto il mondo che attraversa la pupilla eppure la pupilla non trattiene niente. L’occhio, da solo nella sua orbita, non sa neanche che ce n’è un altro proprio come lui, a pochi centimetri di distanza, altrettanto affamato, altrettanto vacuo.

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