Due è duemila volte uno

Incontro dopo incontro, le Officine di quest’anno fanno emergere in modo preciso quanto la matematica, i numeri, insomma i concetti che siamo soliti definire astratti siano davvero strumenti utili per portarci al cuore dei diversi argomenti.

Dalla follia alla tempesta fino a “scivolare” verso il tema “naturale” della conseguenza più illogica che ci sia: l’amore. Banale più che naturale, si potrebbe pensare. E ce lo concediamo, nella misura (matematica) in cui guardiamo a questo sentimento, a questo senso, a questa sensazione, a questo aspetto ineludibile dell’esistenza umana.

Ci sia permesso dire che, come la matematica e senza offesa alcuna, l’amore è impalpabile. Ma anche inarrestabile, incommensurabile, imponderabile, imprevedibile. Impossibile, forse.

Indefinibile? Chi lo sa? Ovviamente no. Ma ovviamente sì. Leggi il resto »

BombaCalendario

Officina di espressioni creative
sabato 23 marzo (11.00-17.00)
2+2=5: “Due è duemila volte uno”
Via Panama 13, Roma
Laboratorio di lettura “O’Connor”
(vi daremo dettagli appena possibile)
BombaBibbia
(vi daremo dettagli appena possibile)
Via Panama 13 (sala “Francesca Monda”)
BombaCinema
(vi daremo dettagli appena possibile)
La Sapienza – Cappella Universitaria
BCLings – Scrittura creativa
martedì 19 marzo  (18.45 – 21:00)
Galleria d’arte “La Nuova Pesa”
Via del Corso 530, Roma

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[Report] Officina di febbraio 2019

Valerio

Quiete e tempesta sono connotate da una inevitabile ambivalenza. La quiete può esser vista come la ‘posizione comoda’ di Chesterton, utile per lasciare che i miracoli si posino su di noi, ma al contempo è anche la quiete nichilista di chi i miracoli se li lascia scorrere addosso senza trattenerne alcunché. Allo stesso modo – e quasi conseguentemente – anche la tempesta può essere annunciata dal vento dell’esperienza, che tutto scompiglia e rende vivo, così come può recare tsunami catastrofici e irreversibili. Vengono messe a confronto due tempeste (e due quieti): quella di Forrest Gump e quella contenuta ne La ballata del vecchio marinaio, di Coleridge. Nel primo caso, durante un fortunale, il tenente Dan impreca contro il cielo, salvo poi riappacificarsi con esso durante la conseguente quiete.

Ed ecco, la tempesta sopraggiunse.
Tremenda, furiosa essa appariva.
Ci colpì con le sue ali potenti
e lungo tutto il sud noi fummo spinti.
Con gli alberi inclinati e prora immersa,
come chi, se inseguito con minacce,
va dietro ancor all’orma del nemico
in avanti proteso e a capo chino,
veloce andava per il mar la nave,
forte urlava e ruggiva la tempesta,
sempre più a sud noi c’inoltravamo.

Nella Ballata, invece, alla tempesta segue una quiete annunciata da un albatro ‘accolto come un’anima cristiana’ e ucciso insensatamente dal marinaio. In questo caso lo sfregio alla sacralità non giunge nel mezzo della tempesta, come sfida verso il divino, ma arriva nel momento di calma successivo, come atto di hybris privo di un’autentica motivazione.

With my cross-bow
I shot the Albatross.

Ritornano le due interpretazioni della quiete: da un lato la tranquillità ‘miracolosa’, dall’altro la noluntas nichilista. Commenta Mussapi nel suo Inferni, mari, isole:

da quel gesto di immotivata ribellione all’ordine divino della natura, uccidendone il benefico e alato messaggero, l’uomo che ha levato la balestra si esclude dal creato. L’uccisione dell’albatro non avviene per crudeltà, per qualunque ragione, è frutto di accidia, indifferenza. (…) Il male, il vero male, prima ancora che la violenza, la collera, l’odio, è l’indifferenza melanconica, l’accidia, la vita apatica e la mancanza di passioni.

[Continua »]


Il potere delle parole

Silvano Petrosino di recente è diventato un ospite frequente sulle pagine di BombaCarta. Se ne comprende il motivo leggendo questa intervista di Sergio Massironi apparsa il 20 febbraio sulla pagina culturale de L’Osservatore Romano. Buona lettura a tutti!

Sembrerebbe un’ovvietà: la Bibbia non è un libro di filosofia, né un trattato di etica e tantomeno un manuale di teologia. Le Sacre Scritture raccontano delle storie il cui lògos è essenzialmente narrativo-espressivo e non logico-dimostrativo. Silvano Petrosino è un filosofo che ha a lungo indagato il senso del narrare, recentemente nel volume Contro la cultura. La letteratura, per fortuna (Vita e Pensiero, 2017).

Professore, immagino che il titolo del suo libro abbia un senso provocatorio: potrebbe chiarirci le ragioni della sua scelta?

La “cultura” contro cui bisogna ribellarsi è quella che riduce l’attività intellettuale e la pratica artistica a una sorta di nobile passatempo o di raffinata consolazione. In entrambi i casi si tratta di fenomeni che non producono alcun reale cambiamento nella vita di coloro che a essi si dedicano. Eppure considerarsi o meglio ancora esser considerati, in questo preciso senso, uomini “di cultura”, di ampie letture e di vasti interessi, è sempre stato motivo di grande soddisfazione. [Continua »]


La quiete nella tempesta

Miranda - The tempest, by John William Waterhouse

Eravamo rimasti al termine dell’ultima Officina con l’Angelus Novus di Paul Klee e Walter Benjamin che rifletteva su quel quadro sottolineando come quell’angelo vorrebbe indugiare sul passato, «vorrebbe ben trattenersi, destare i morti e ricomporre l’infranto. Ma una tempesta spira dal paradiso, che si è impigliata nelle sue ali, ed è così forte che egli non può chiuderle. Questa tempesta lo spinge irresistibilmente nel futuro, a cui volge le spalle, mentre il cumulo delle rovine sale davanti a lui al cielo. Ciò che chiamiamo il progresso, è questa tempesta».

Ecco appunto, la tempesta. Sembrerebbe che la vita, l’esistenza propriamente umana, non ne sia mai esente. La vita è tempestosa, se è vita umana. Al punto che lo scrittore francese Julien Green affermava paradossalmente «finché sono inquieto posso stare tranquillo». Resta il fatto che la tempesta è qualcosa di terribile, che fa veramente e giustamente paura. Quando arriva, spesso all’improvviso, distrugge e devasta tutto, lasciando morte e rovine dietro di sé. Per questo l’uomo cerca di resistere alla tempesta, cerca riparo, un luogo al sicuro, scoprendo spesso che luoghi sicuri non esistono. All’inquietante presentarsi della tempesta, l’uomo cerca di rispondere imponendo l’ordine, la misura, la prevedibilità. Con il paradosso intuito da Simone Weil che la confusione che nasce dall’ordine è peggiore dalla confusione che nasce dal disordine. Il due più due fa quattro può essere più violento del tempestoso due più due fa cinque. [Continua »]


[Report] Officina di gennaio 2019

Cristiano

Cristiano ha aperto la giornata con la celebre sequenza di 2001: Odissea nello spazio in cui il protagonista “scopre” che le ossa che ha di fronte possono essere utilizzate come strumento.

Proietta subito dopo un estratto da Pirates of Silicon Valley che rappresenta l’effetto che il mouse e l’interfaccia grafica ebbero sui dirigenti di Xerox prima (incapaci di rendersi conto di quanto fossero innovative queste invenzioni) e sugli inviati di Apple poi (che travolgevano di domande gli ingegneri del PARC parlandosi l’uno sull’altro in preda all’eccitazione). [Continua »]


Gruff Rhys: un altro visionario

Oggi (sabato 20 gennaio) ritornavo in scooter sotto la pioggia da un pomeriggio bombacartiano. Ho ascoltato di Ulisse, Dante, Cristoforo Colombo e di un Re Magio che seguiva la sua stella. Si parlava di visioni e di speranze.

Guidavo cercando di evitare le buche colme d’acqua. In testa una canzone. Durante gli interventi avevo in mente qualcuno, un visionario con un nome assurdo. Non ricordavo il suo nome, né il nome della canzone, solo il suo viso con uno strano peluche in testa. Lo avevo visto su un palco tanto tempo fa. Ci ho messo un po’ una volta a casa a ritrovare il nome e la canzone: Gruff Rhys – American Interior. Nome da folle e occhi da folle. Nel 2014 si convinse (lui Gallese) che un suo avo del diciottesimo secolo, il fantomatico esploratore e cartografo John Evans, era partito in esplorazione lungo le sponde del fiume Missouri alla ricerca di una leggendaria tribù discendente del principe Madoc del Galles. Secondo le leggende, Madoc sarebbe giunto in America trecento anni prima di Cristoforo Colombo.

Lui stesso, Gruff Rhys, raggiunse quei luoghi in pellegrinaggio alla ricerca del suo antenato, della sua storia. Ne scaturì un documentario, un album, un tour, un pupazzo e questa visione:


Il visionario, ovvero colui che sa annusare l’aria

Il vero viaggio di scoperta non consiste nello scoprire nuove terre, ma nell’avere nuovi occhi scriveva Marcel Proust.

Ma cosa significa, nel concreto, avere nuovi occhi?

Se nelle precedenti officine abbiamo indagato l’eccedenza della realtà, il filo conduttore di quest’anno, attraverso le metafore del confine, del potere e della follia, in questo mese di gennaio ci interrogheremo sulla visione, e più precisamente sulla figura del visionario.

Colombo seguiva i venti e leggeva le stelle. Voleva arrivare nelle Indie e invece scoprì l’America. Galileo contava i monti della luna col cannocchiale da lui stesso perfezionato. Questo gli permise di elaborare il metodo scientifico, grazie al quale trovò prove a sostegno della teoria copernicana e aprì una nuova era per la scienza. George Méliès incantava il pubblico parigino con trucchi di magia. Combinandoli col meccanismo della cinepresa, inventò il cinema. Steve Jobs vendette la sua auto per finanziare i primi prototipi Apple. Ha rivoluzionato l’informatica. [Continua »]


[Report] Officina di dicembre 2018

Cristiano

Cristiano ha ripreso la linea già tracciata dall’editoriale, partendo da un paio di dialoghi di Amleto. Ci può essere “metodo” nella follia? O è proprio della follia il non aver metodo? Con una scena di Rosencrantz e Guilderstern sono morti ci si è domandati quali siano gli “indizi” che possano guidare lo spettatore nell’interpretazione della presunta follia del personaggio. Nella discussione col pubblico si è iniziato a separare il piano della correttezza logico-formale del discorso dal “fondo” emotivo e infine dal livello delle relazioni tra soggetto e collettività che – a torto o a ragione – definisce tale soggetto folle.

Alice

La scena di Alice nel Paese delle Meraviglie, nella versione di Disney del 1951, dà l’occasione per riflettere proprio sulla logicità del contenuto: ciò che è logico (il non compleanno è una condizione formalmente corretta) può anche essere assurdo.

Per sottolineare ulteriormente quanto diamo per scontata l’attendibilità delle nostre convinzioni logiche, viene letto un passo da “Il tempo dei maghi” di Paolo Rossi:

La magia era certo (anche allora) connessa al mondo delle superstizioni e delle credenze diffuse, ma non coincideva affatto con una forma di sapere “popolare”, non era, come è oggi, una forma di cultura subalterna.

Con quel mondo, i suoi ideali, i suoi valori, le sue caratteristiche “strutturali”, le sue spiegazioni del mondo, la sua immagine del posto dell’uomo nel mondo, variamente si confrontarono molti dei cosiddetti padri fondatori della filosofia e delle scienze moderne (…).

Il filosofo Ian Hacking [afferma] che alcuni dei cosiddetti stili di ragionamento, nel corso dei secoli, sono stati così decisamente sostituiti che non possiamo più riconoscere i loro oggetti. Le dottrine della somiglianza e della similitudine proprie della medicina, dell’alchimia e dell’astrologia rinascimentali sono per noi pressoché incomprensibili. In questi testi, ha aggiunto, “non si ritrovano le nostre moderne nozioni dell’evidenza”.

Ciò che davvero conta non è il fatto che quelle dottrine non si accordano bene con le scienze del nostro tempo, “ma è piuttosto il modo in cui sono proposte e difese a esserci estraneo”.

Hacking ovviamente riconosce che si possono apprendere perfettamente le dottrine ermetiche e che, facendolo, si finirà per parlare il linguaggio che le caratterizza. Ma ciò che interessa sono le “catene di ragionamenti” che caratterizzano il pensiero di quei maghi.

[Continua »]