Sulla catastrofe

Prima di dare qualche spunto di riflessione sul tema del mese, mi sembra opportuno raccontare l’evento scatenante della scelta del tema. Non avevamo le idee chiare e si era indecisi su temi più tecnici o formali come “atmosfere”, “gesti”, o “il colpo di scena”, “punti di svolta o di rottura”, pensavamo a come continuare la narrazione di quest’anno su “a cosa servono le storie” e ci concentravamo su particolari forse troppo astratti, cioè troppo isolati rispetto all’esperienza concreta. Poi a cena mentre chiacchieravamo ci siamo ricordati di un episodio divertente, di quando durante una recente partita di calcio un ragazzo, Francesco, riceveva un passaggio filtrante, e si trovava libero, vicino l’area avversaria; l’azione era tesa ad un unico sviluppo: il tiro in porta. Risultato finale: un liscio clamoroso, con gamba in aria, gemito goffo e palla che rotola via indifferente ed intatta. Quel ricordo comico capitava a fagiolo, proprio lì “cascava l’asino” insomma. Ed ecco scelta la parola chiave: la catastrofe.

Il “liscio”, il colpo fallito, la caduta, da Adamo a Fantozzi, permea la vita dell’uomo e le sue storie, che non avrebbero sapore e vita senza il costante pericolo della rovina. L’oggetto in questione è piuttosto grosso: si può parlare generalmente di fallimento, caduta, di movimento verso il basso di qualcosa che “non regge più”, come suggerisce il prefisso “katà”. Si può parlare, ancora più in generale e senza connotazioni negative, del “voltarsi” (“strofein”), del cambio di punto di vista e si potrebbe parlare della catastrofe come conversione.
Gli scrittori hanno dimestichezza con le catastrofi. Leggi il resto »

BombaCalendario

Officina di espressioni creative
Tema: CATASTROFE
Sabato 22 aprile – ore 11,00 (fino alle 17,30 circa)
Via Panama 13, Roma
Laboratorio di lettura “O’Connor”
Via Panama 13, Roma
BombaBibbia
Via Panama 9, Roma

BombaCinema
Cappella Universitaria Sapienza

BCLings – Scrittura creativa
Galleria d’arte “La Nuova Pesa”
Via del Corso 530, Roma

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[Report] Officina di marzo 2017

La ripetizione è generalmente considerata in termini negativi, venendo associata di volta in volta alla monotonia, alla noia, alla copia. Ripetere innumerevoli volte lo stesso vocabolo o la stessa frase ci conduce a uno smarrimento del senso; le lettere restano lì, come sacchi svuotati del loro contenuto. Eppure ripetere vuol dire anche rafforzare un concetto, ritornare sulla pagina amata, ritrovarsi. Come sciogliere questo dilemma tra due alternative apparentemente irriducibili?

Siamo partiti dalla ripetizione intesa come routine.

Andrea

Ci sono (almeno) due film, vecchi amici di BC, che raccontano due storie simili: un uomo chiuso in un mondo claustrofobico, sempre uguale a se stesso, che si ripete incessantemente, un mondo dal quale sembra impossibile uscire. Mi riferisco a Ricomincio da capo (Harold Ramis, 1993) e a The Truman Show (Peter Weir, 1998)
Nel primo dei due film il protagonista, Phil Connor, a volte sembra anche “apprezzare” la sua condizione di stallo al punto da approfittare della situazione (essendo l’unico uomo che cambia, e quindi consapevole, in un mondo statico):
Ma si tratta di magre consolazioni, alla fine anche per Phil quella situazione è un incubo, l’incubo della ripetizione sempre uguale a se stessa, senza movimento, senza esito.
Interessante notare che in entrambe le pellicole i due sventurati protagonisti riusciranno a farcela, ad uscire dal loro mondo, e ce la faranno grazie all’amore, che appare come l’unica dimensione sempre nuova, capace di spezzare l’angoscia della ripetizione. L’efficacia di questi due film sta nell’aver immaginato uno sfondo statico, immobile, contro il quale si stagliano i due protagonisti, unici uomini veri (Truman, True-Man) in un mondo finto. Da questo contrasto nasce il dramma che avvice lo spettatore. Viene in mente il mondo della Contea, raccontato da Tolkien nei suoi romanzi: la Contea è un mondo sempre uguale, immobile, eppure c’è qualcuno (pochissimi) tra i suoi abitanti che, per una sorta di inquietudine ed una strana “chiamata”, trovano la forza di tras-gredire, di muoversi e uscire dalla bella e insidiosa tranquillità del proprio mondo abituale e familiare. [Continua »]


Brunori Sas ha forgiato una lama affilatissima. A doppio taglio.

Te ne sei accorto sì, che parti per scalare le montagne, e poi ti fermi al primo ristorante e non ci pensi più.

La verità è che ti fa paura l’idea di scomparire e che non vuoi cambiare. Che non sai rinunciare a quelle quattro, cinque cose a cui non credi neanche più.

Sono superficiale. In fondo sai lo sai anche tu che siamo figli delle stelle e della tv.

Ma tu mi parli ancora di pensione e di barconi pieni di africani come se fossero problemi tuoi, come se non c’avessi già i problemi miei.

Don Abbondio sono io affacciato alla finestra a guardare le macerie a contare quel che resta.

Certo non è bello quando guardo il mio castello in aria e penso che un castello sulla terra così bello non ci sta.

Hai notato l’uomo nero spesso dice che noi siamo troppo buoni e che a esser tolleranti poi si passa per coglioni.

Ma non ti sembra un miracolo che in mezzo a questo dolore e tutto questo rumore, a volte basta una canzone, anche una stupida canzone a ricordarti chi sei.

Quello che ho riportato è un collage di versi pescati da “A casa tutto bene”, l’ultimo album del cantautore calabrese Brunori Sas.

È un album che mi ha spaccato in due, perché dentro ci ho trovato la voce del grillo parlante perfetta per me (e per quelli come me).

Chi sono io? Un bravo ragazzo nato negli anni settanta, che ha trovato un posto al riparo dalla bufera che spazza il paese. Che coltiva la propria buona coscienza affacciato alla finestra a guardare le macerie a contare quel che resta e che non sa rinunciare a quelle quattro, cinque cose a cui non crede neanche più.Le mie serie tv, un’interazione virtuosa con i social media, un giochino sul cellulare, i miei libri (quelli scritti e quelli letti), l’ultimo album di Brunori Sas. [Continua »]


Ripetizione e ciclicità delle storie

Qualche anno fa partecipai a un concorso di scrittura. Erano previsti, tra gli altri, due premi distinti; uno per il racconto più originale, l’altro per lo stile migliore. Ripensandoci mi sembra che tra i due riconoscimenti vi sia un’enorme distanza concettuale. L’originalità è infatti generalmente stabilita sulla base di un tratto discontinuo, che consente di distinguere qualcosa come nuovo in quanto diverso da ciò che lo ha preceduto. È originale tutto quello che non viene percepito come un già-visto o già-sentito, cioè tutto quello che non è ripetuto.

Di altra specie è lo stile letterario che, al contrario, vive di ripetizioni. Innanzitutto una cifra stilistica per essere riconosciuta come tale deve presentare la ripetizione di un determinato canone. [Continua »]


[Report] Officina di febbraio 2017

Il tema di questa Officina ruotava attorno al problema della soglia nell’opera d’arte. La domanda di partenza è stata: qual è il limite, la soglia, il confine di fronte al quale dobbiamo fermarci quando facciamo esperienza dell’opera d’arte? Che relazione c’è tra quello che osserviamo, di cui facciamo esperienza appunto, e ciò che decidiamo di raccontare? C’è qualcosa che non è lecito mostrare della realtà che rappresentiamo? Non è solo un problema etico, ma anche e soprattutto una questione di natura estetica, che incide direttamente nel modo attraverso cui raccontiamo le storie e in cosa vogliamo dire stabilendo quella soglia. Per rendere conto della bella discussione che è venuta fuori, vi presentiamo una sintesi degli interventi per come si sono succeduti e strutturati.

Damiano

Il problema di ciò che è lecito o meno rappresentare è stato discusso a partire dal rappresentabilità del male, in particolare del tema della Shoah. Attraverso una carrellata sui punti di vista di alcuni intellettuali e/o sopravvissuti allo sterminio, come Paul Celan, Primo Levi ed Eli Wiesel, si è discusso il paradigma dell’indicibile, così come proposto da Theodor Adorno:

Quanto più totale la società, tanto più reificato lo spirito e tanto più paradossale la sua impresa di svincolarsi dalla reificazione con le sue sole forze. Persino la più lucida consapevolezza dell’imminente catastrofe rischia di degenerare in chiacchiera inane. La critica della cultura si trova davanti all’ultimo stadio della dialettica di cultura e barbarie. Scrivere una poesia dopo Auschwitz è un atto di barbarie e ciò avvelena la consapevolezza stessa del perché è divenuto impossibile oggi scrivere poesia.

Si può scrivere, quindi, una poesia dopo Auschwitz? Si può esercitare una rappresentazione artistica del più grande trauma della storia? E’ lecito, o meno, adottare uno sguardo estetico sul male? A partire da questa domanda, si è discusso della famosa scena del carrello di Kapò (1959) di Gillo Pontecorvo, criticata dal regista francese Jacques Rivette, nel suo celebre articolo De l’abjection apparso nel 1961 sui “Cahiers du Cinema”, come un’operazione eticamente immorale, abietta:

Guardate, in Kapò, l’inquadratura in cui Emmanuelle Riva si suicida, gettandosi sul filo spinato ad alta tensione: l’uomo che decide, a questo punto, di fare un carrello in avanti per inquadrare il cadavere dal basso all’alto, avendo cura di porre la mano alzata esattamente in un angolo dell’inquadratura, ebbene quest’uomo merita solo il profondo disprezzo.

Questa scena (e questa critica) è stata messa a confronto con un esempio contemporaneo, tratto dal film Fuocoammare (2916) di Gianfranco Rosi, dove il regista racconta la tragedia delle immigrazioni clandestine di Lampedusa adottando uno sguardo autoriale, estetizzante sui corpi dei migranti. E’ giusto, dunque, far vedere tutto di ciò che accade nella realtà? Qual è il fine – artistico, autoriale, sociale, politico? – che si porta dietro un progetto estetico  di questo tipo? Per denunciare una tragedia è lecito oltrepassare – se c’è – una soglia?

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Esercizio n. 4: Spazio negativo

L’esercizio di questo mese prende le mosse da una lettera in cui Flannery O’Connor scrive:

Mostra queste cose e non avrai bisogno di dirle

La pagina di un diario può legittimamente contenere una frase come “oggi sono molto felice” – ma essa non è che una mera informazione. Una pagina di narrativa deve invece compiere uno sforzo ulteriore, far partecipare il lettore a quella esperienza di gioia, far sì che, in qualche modo, la senta propria. In questo video sul dialogo cinematografico viene presentata la breve scena di apertura di Dan in real life – una scena, paradossalmente, senza parlato:

Scomponiamo la scena.

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Attraverso la soglia

Nel settimo libro della Repubblica, Platone immagina gli uomini rinchiusi in una caverna profonda, stretta e in pendenza: una specie di vicolo cieco, dove essi hanno vissuto per tutta la loro vita, con gambe, testa e collo incatenati ad un muro, impossibilitati a volgere il loro sguardo dietro di loro, dove percepiscono la luce di un fuoco che arde. Sopra il muro, vi è una strada rialzata, trafficata da altri uomini che portano in mano forme di vari oggetti, persone, piante, animali. Attraverso il fuoco, tali forme vengono proiettate come ombre sul muro di fronte agli uomini incatenati. In questo modo, non avendo esperienza diretta del mondo fuori, essi credono che ciò che stanno vedendo non sia altro che la proiezione del mondo esterno, invece che una sua presentazione. A questo punto, Platone ci suggerisce che se, per qualche ragione, un uomo potesse liberarsi dalle catene e volgere, finalmente, lo sguardo verso il fuoco, verrebbe prima di tutto abbagliato dalla luce, ma farebbe subito dopo esperienza del mondo sensibile attraverso la visione degli uomini veri. Dopo aver potuto assaggiare il mondo, l’uomo non potrebbe effettivamente più tornare dagli altri uomini incatenati: non gli basterebbe più la rappresentazione dello stesso, e vorrebbe naturalmente ampliare la sua conoscenza in modo diretto. [Continua »]


[Report] Officina di gennaio 2017

Vero uguale verosimile? Finto uguale falso? Reale uguale reality? Officina un poco insidiosa, dove bisogna stare attenti ai confini tra le parole. Anche perché quei confini, a volte, sono dei veri e propri burroni. Occhio a dove si mettono i piedi!

Paolo – Ogni bugia è arte? E ogni arte è bugia?

Partiamo da una provocazione di Vladimir Nabokov secondo cui la letteratura è nata il giorno in cui un ragazzo è fuggito gridando “Al lupo! Al lupo!”, ma dietro di lui non c’era nessuno. Sembrerebbe che l’origine della menzogna e quella della letteratura coincidano. Possibile? Fingere significa banalmente “mentire”? Perché le nostre panzane hanno le gambe corte, mentre le opere d’arte lunghissime, tanto da scavalcare i secoli.
Ci siamo rivolti allora al padre della letteratura occidentale: Omero, un cieco. Simbolo o personaggio storico che sia, la condizione di cecità è perfetta per descrivere non solo l’autore che “vede” l’opera ispirata dentro di sé, ma anche il lettore che entra in un mondo completamente sconosciuto, affidandosi alla guida del narratore.

Ecco allora due esempi di ciechi. Da una parte abbiamo il film Gallo Cedrone (1998). Armando Feroci, il protagonista, porta a zonzo per l’Italia la sua bella – cieca – la quale gli chiede di “vedere” Campo dei Miracoli. Evitando una sfacchinata fino a Pisa, Feroci/Verdone la porta in auto in un campo da calcio e le descrive (a modo suo) la Torre pendente.

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Esercizio n. 3: Variazioni/Pay attention

Con l’Officina di gennaio siamo arrivati al terzo appuntamento con gli esercizi. Come al solito partiamo da una breve ricapitolazione sull’esercizio precedente (Variazioni) e poi passiamo all’impegno proposto per questo mese.

L’idea delle “Variazioni” è stata trapiantata per intero da uno degli “assignments” di un canale YouTube piuttosto noto nel campo della fotografia: “The Art Of Photography” di Ted Forbes. Nello specifico, da questo episodio:

Chi fosse curioso troverà nel canale YouTube e sulla sua pagina FaceBook anche i prodotti dei suoi follower (ovviamente, in questo caso parliamo solo di fotografia). Nella presentazione dell’esercizio, Forbes spiega come ripetere lo stesso compito sia un modo per – esaurite le vie più ovvie – costringersi a esplorarne di nuove e quindi “forzare” la propria creatività a mettersi in azione. Utilizza esempi in musica (le Variazioni Goldberg di Bach) e in pittura (Rothko, Degas etc.).

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