Ripetizione e ciclicità delle storie

Qualche anno fa partecipai a un concorso di scrittura. Erano previsti, tra gli altri, due premi distinti; uno per il racconto più originale, l’altro per lo stile migliore. Ripensandoci mi sembra che tra i due riconoscimenti vi sia un’enorme distanza concettuale. L’originalità è infatti generalmente stabilita sulla base di un tratto discontinuo, che consente di distinguere qualcosa come nuovo in quanto diverso da ciò che lo ha preceduto. È originale tutto quello che non viene percepito come un già-visto o già-sentito, cioè tutto quello che non è ripetuto.

Di altra specie è lo stile letterario che, al contrario, vive di ripetizioni. Innanzitutto una cifra stilistica per essere riconosciuta come tale deve presentare la ripetizione di un determinato canone. Leggi il resto »

BombaCalendario

Officina di espressioni creative
Tema: RIPETIZIONE E CICLICITA’
Sabato 18 marzo – ore 11,00 (fino alle 17,30 circa)
Via Panama 9, Roma
Laboratorio di lettura “O’Connor”
Via Panama 13, Roma
BombaBibbia
Via Panama 9, Roma

BombaCinema
Cappella Universitaria Sapienza

BCLings – Scrittura creativa
Galleria d’arte “La Nuova Pesa”
Via del Corso 530, Roma

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Brunori Sas ha forgiato una lama affilatissima. A doppio taglio.

Te ne sei accorto sì, che parti per scalare le montagne, e poi ti fermi al primo ristorante e non ci pensi più.

La verità è che ti fa paura l’idea di scomparire e che non vuoi cambiare. Che non sai rinunciare a quelle quattro, cinque cose a cui non credi neanche più. 

Sono superficiale. In fondo sai lo sai anche tu che siamo figli delle stelle e della tv.

Ma tu mi parli ancora di pensione e di barconi pieni di africani come se fossero problemi tuoi, come se non c’avessi già i problemi miei.

Don Abbondio sono io affacciato alla finestra a guardare le macerie a contare quel che resta.

Certo non è bello quando guardo il mio castello in aria e penso che un castello sulla terra così bello non ci sta.

Hai notato l’uomo nero spesso dice che noi siamo troppo buoni e che a esser tolleranti poi si passa per coglioni.

Ma non ti sembra un miracolo che in mezzo a questo dolore e tutto questo rumore, a volte basta una canzone, anche una stupida canzone a ricordarti chi sei.

 

Quelli che ho riportato è un collage di versi pescati da “A casa tutto bene”, l’ultimo album del cantautore calabrese Brunori SAS.

È un album che mi ha spaccato in due, perché dentro ci ho trovato la voce del grillo parlante perfetta per me (e per quelli come me).

Chi sono io? Un bravo ragazzo nato negli anni settanta, che ha trovato un posto al riparo dalla bufera che spazza il paese. Che coltiva la propria buona coscienza affacciato alla finestra a guardare le macerie a contare quel che resta e che non sa rinunciare a quelle quattro, cinque cose a cui non crede neanche più. Le mie serie tv, un interazione virtuosa con i social media, un giochino sul cellulare, i miei libri (quelli scritti e quelli letti), l’ultimo album di Brunori SAS. [Continua »]


[Report] Officina di febbraio 2017

Il tema di questa Officina ruotava attorno al problema della soglia nell’opera d’arte. La domanda di partenza è stata: qual è il limite, la soglia, il confine di fronte al quale dobbiamo fermarci quando facciamo esperienza dell’opera d’arte? Che relazione c’è tra quello che osserviamo, di cui facciamo esperienza appunto, e ciò che decidiamo di raccontare? C’è qualcosa che non è lecito mostrare della realtà che rappresentiamo? Non è solo un problema etico, ma anche e soprattutto una questione di natura estetica, che incide direttamente nel modo attraverso cui raccontiamo le storie e in cosa vogliamo dire stabilendo quella soglia. Per rendere conto della bella discussione che è venuta fuori, vi presentiamo una sintesi degli interventi per come si sono succeduti e strutturati.

Damiano

Il problema di ciò che è lecito o meno rappresentare è stato discusso a partire dal rappresentabilità del male, in particolare del tema della Shoah. Attraverso una carrellata sui punti di vista di alcuni intellettuali e/o sopravvissuti allo sterminio, come Paul Celan, Primo Levi ed Eli Wiesel, si è discusso il paradigma dell’indicibile, così come proposto da Theodor Adorno:

Quanto più totale la società, tanto più reificato lo spirito e tanto più paradossale la sua impresa di svincolarsi dalla reificazione con le sue sole forze. Persino la più lucida consapevolezza dell’imminente catastrofe rischia di degenerare in chiacchiera inane. La critica della cultura si trova davanti all’ultimo stadio della dialettica di cultura e barbarie. Scrivere una poesia dopo Auschwitz è un atto di barbarie e ciò avvelena la consapevolezza stessa del perché è divenuto impossibile oggi scrivere poesia.

Si può scrivere, quindi, una poesia dopo Auschwitz? Si può esercitare una rappresentazione artistica del più grande trauma della storia? E’ lecito, o meno, adottare uno sguardo estetico sul male? A partire da questa domanda, si è discusso della famosa scena del carrello di Kapò (1959) di Gillo Pontecorvo, criticata dal regista francese Jacques Rivette, nel suo celebre articolo De l’abjection apparso nel 1961 sui “Cahiers du Cinema”, come un’operazione eticamente immorale, abietta:

Guardate, in Kapò, l’inquadratura in cui Emmanuelle Riva si suicida, gettandosi sul filo spinato ad alta tensione: l’uomo che decide, a questo punto, di fare un carrello in avanti per inquadrare il cadavere dal basso all’alto, avendo cura di porre la mano alzata esattamente in un angolo dell’inquadratura, ebbene quest’uomo merita solo il profondo disprezzo.

Questa scena (e questa critica) è stata messa a confronto con un esempio contemporaneo, tratto dal film Fuocoammare (2916) di Gianfranco Rosi, dove il regista racconta la tragedia delle immigrazioni clandestine di Lampedusa adottando uno sguardo autoriale, estetizzante sui corpi dei migranti. E’ giusto, dunque, far vedere tutto di ciò che accade nella realtà? Qual è il fine – artistico, autoriale, sociale, politico? – che si porta dietro un progetto estetico  di questo tipo? Per denunciare una tragedia è lecito oltrepassare – se c’è – una soglia?

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Esercizio n. 4: Spazio negativo

L’esercizio di questo mese prende le mosse da una lettera in cui Flannery O’Connor scrive:

Mostra queste cose e non avrai bisogno di dirle

La pagina di un diario può legittimamente contenere una frase come “oggi sono molto felice” – ma essa non è che una mera informazione. Una pagina di narrativa deve invece compiere uno sforzo ulteriore, far partecipare il lettore a quella esperienza di gioia, far sì che, in qualche modo, la senta propria. In questo video sul dialogo cinematografico viene presentata la breve scena di apertura di Dan in real life – una scena, paradossalmente, senza parlato:

Scomponiamo la scena.

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Attraverso la soglia

Nel settimo libro della Repubblica, Platone immagina gli uomini rinchiusi in una caverna profonda, stretta e in pendenza: una specie di vicolo cieco, dove essi hanno vissuto per tutta la loro vita, con gambe, testa e collo incatenati ad un muro, impossibilitati a volgere il loro sguardo dietro di loro, dove percepiscono la luce di un fuoco che arde. Sopra il muro, vi è una strada rialzata, trafficata da altri uomini che portano in mano forme di vari oggetti, persone, piante, animali. Attraverso il fuoco, tali forme vengono proiettate come ombre sul muro di fronte agli uomini incatenati. In questo modo, non avendo esperienza diretta del mondo fuori, essi credono che ciò che stanno vedendo non sia altro che la proiezione del mondo esterno, invece che una sua presentazione. A questo punto, Platone ci suggerisce che se, per qualche ragione, un uomo potesse liberarsi dalle catene e volgere, finalmente, lo sguardo verso il fuoco, verrebbe prima di tutto abbagliato dalla luce, ma farebbe subito dopo esperienza del mondo sensibile attraverso la visione degli uomini veri. Dopo aver potuto assaggiare il mondo, l’uomo non potrebbe effettivamente più tornare dagli altri uomini incatenati: non gli basterebbe più la rappresentazione dello stesso, e vorrebbe naturalmente ampliare la sua conoscenza in modo diretto. [Continua »]


[Report] Officina di gennaio 2017

Vero uguale verosimile? Finto uguale falso? Reale uguale reality? Officina un poco insidiosa, dove bisogna stare attenti ai confini tra le parole. Anche perché quei confini, a volte, sono dei veri e propri burroni. Occhio a dove si mettono i piedi!

Paolo – Ogni bugia è arte? E ogni arte è bugia?

Partiamo da una provocazione di Vladimir Nabokov secondo cui la letteratura è nata il giorno in cui un ragazzo è fuggito gridando “Al lupo! Al lupo!”, ma dietro di lui non c’era nessuno. Sembrerebbe che l’origine della menzogna e quella della letteratura coincidano. Possibile? Fingere significa banalmente “mentire”? Perché le nostre panzane hanno le gambe corte, mentre le opere d’arte lunghissime, tanto da scavalcare i secoli.
Ci siamo rivolti allora al padre della letteratura occidentale: Omero, un cieco. Simbolo o personaggio storico che sia, la condizione di cecità è perfetta per descrivere non solo l’autore che “vede” l’opera ispirata dentro di sé, ma anche il lettore che entra in un mondo completamente sconosciuto, affidandosi alla guida del narratore.

Ecco allora due esempi di ciechi. Da una parte abbiamo il film Gallo Cedrone (1998). Armando Feroci, il protagonista, porta a zonzo per l’Italia la sua bella – cieca – la quale gli chiede di “vedere” Campo dei Miracoli. Evitando una sfacchinata fino a Pisa, Feroci/Verdone la porta in auto in un campo da calcio e le descrive (a modo suo) la Torre pendente.

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Esercizio n. 3: Variazioni/Pay attention

Con l’Officina di gennaio siamo arrivati al terzo appuntamento con gli esercizi. Come al solito partiamo da una breve ricapitolazione sull’esercizio precedente (Variazioni) e poi passiamo all’impegno proposto per questo mese.

L’idea delle “Variazioni” è stata trapiantata per intero da uno degli “assignments” di un canale YouTube piuttosto noto nel campo della fotografia: “The Art Of Photography” di Ted Forbes. Nello specifico, da questo episodio:

Chi fosse curioso troverà nel canale YouTube e sulla sua pagina FaceBook anche i prodotti dei suoi follower (ovviamente, in questo caso parliamo solo di fotografia). Nella presentazione dell’esercizio, Forbes spiega come ripetere lo stesso compito sia un modo per – esaurite le vie più ovvie – costringersi a esplorarne di nuove e quindi “forzare” la propria creatività a mettersi in azione. Utilizza esempi in musica (le Variazioni Goldberg di Bach) e in pittura (Rothko, Degas etc.).

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Una semplice canzone

Questa canzone tocca un nervo scoperto qui a BombaCarta. In realtà non ho ancora ben capito se questa canzone mi piace oppure no. La musica mi prende ma il testo, forse c’è troppa ironia.. boh, voi che ne dite?


Soltanto la fiction potrà salvarci

«Una verità inventata è meglio di una bugia inventata?». Tempo fa ho letto questo post del fumettista Massimo Cavezzali e mi sono messo a pensare. Moltissimi hanno commentato a caldo: “Sono tutte e due bugie!”, dando per scontato che ciò che è inventato sia automaticamente falso. Eppure il verbo «inventare» viene dal latino invenio, che significa “trovare, scoprire, immaginare, conoscere”. Il contrario di “verità” è “bugia”, ma qual è il contrario di “inventare”? Ciò che è “artefatto” – ossia “prodotto tramite arte”, ciò dall’abilità dell’uomo, o dalla sua creatività, o dalla sua fantasia… è per forza “falso”? Insomma, l’uomo è capace di verità? [Continua »]