Attendere o aspettare?

Alcuni dicono che ci sia differenza fra attendere e aspettare.

Attendere ha un’etimologia “positiva” e dolce che lo configura come un verbo in uso da chi si volge verso qualcosa, tende a qualcosa. Aspettare (da ad + expecto) indica un atteggiamento più “serio”: guardare verso, guardare attentamente.

Nella nostra quotidianità i due termini finiscono per essere dei sinonimi: la sfumatura rimane, certo, e nessuno si potrà impermalosire se diciamo che stiamo aspettando l’autobus o che stiamo attendendo il nostro turno alla posta o in banca. O viceversa.

[Continua »]

[Report] Officina di ottobre 2025

La stagione delle Officine dedicata ad approfondire il tema del tempo non poteva che principiare dall’inizio. Ma cosa è l’inizio? Si tratta di un singolo momento o di una fase? Parliamo di un confine o di un limite? Si può riconoscere prima o è possibile valutarlo e definirlo solo ex post facto? E quando possiamo farne esperienza diretta nel corso della nostra vita? A tutte queste, e molte altre domande, abbiamo provato a trovare una risposta insieme nel corso della giornata.

Valerio

Chiamatemi Ismaele” è il celeberrimo incipit del Moby Dick di Melville. Almeno per quel che ci ricordiamo. Invero, il libro principia con una ventina di pagine di epigrafi ed etimologia intorno alle balene. Ciò allo scopo di dare un contesto alla vicenda descritta da Melville, come a rivelare al lettore che quella storia non inizia veramente con Ismaele, Achab e Queequeg, ma è radicata in tempi e miti antichissimi, anziana come il mondo stesso.

Un altro principio che si rivela non essere poi tale è narrato ne La storia infinita di Ende: quando Bastiano giunge nel reame di Fantasia per salvarla dal Nulla, si ritrova in un mondo buio e vuoto, assistito solo dalla voce dell’Infanta Imperatrice.

[Continua »]

C’era una volta (e c’è ancora)

Tutte le favole iniziano allo stesso modo. Il “C’era una volta…” sancisce l’inizio di una storia senza però dire ancora nulla della storia stessa; è piuttosto un monito: fate attenzione perché ciò che segue è importante. Effettivamente lo è: le favole vengono raccontate, la loro natura più intima è orale e le parole volano, scivolano via come la corrente di un fiume. La favola “avviene” tutta nel presente e non si cura di ciò che fu prima (di quella volta che “c’era”) né di ciò che avverrà dopo (che “vissero felici e contenti”).

Nella frase “c’era una volta” si raggiunge la massima carica di aspettativa: da questo momento in poi tutto può essere e fra poche sillabe solo qualcosa sarà – e di quel qualcosa verrà raccontato il resto della storia facendo riprecipitare tutte le altre possibili favole in un serbatoio infinito e misterioso cui solo talvolta si accenna con aria solenne (“ma questa è un’altra storia…”).

Eppure, a ben vedere, le favole sembrano tutt’altro che infinite. Anzi, tornano e ritornano: Biancaneve, Cappuccetto Rosso, Pollicino… si direbbe che sono piuttosto sempre le stesse. I bambini per primi ce le chiedono con grande precisione: vogliono quella specifica storia, raccontata in quel dato modo. Al mondo adulto sembra strano che non si annoino a sentire sempre la stessa favola perché il mondo adulto ha in gran parte perso la capacità di stupirsi di fronte a qualcosa che non sembri nuovo. Agli occhi del bambino invece la storia è sempre nuova, è rinnovata, è riscoperta; è vissuta in modo nuovo anche lungo una trama nota.

[Continua »]

L’attesa

“L’inverno sta arrivando” è una frase che tutti i fan di Games of Thrones conoscono molto bene. I personaggi del mondo inventato da George R. R. Martin se la ripetono spesso, creando un clima di tensione verso uno spaventoso futuro imminente. È una frase che possiamo dire anche tra noi, dato che novembre è giunto ma l’inverno sembra volerci far aspettare. C’è chi vive questa attesa godendosi il tepore del sole, c’è chi invece ne è un poco angosciato perché si chiede se per caso c’entri qualcosa l’inquinamento atmosferico. Ci sono poi quelli a cui l’inverno piace, con i suoi maglioni e le cioccolate calde, e lo attendono trepidanti.

Leggi il resto »

When we first met

When we first met, I thought she was so charming, so beautiful, so magical, that I questioned my sanity. I thought: Was it possible to fall in love so quickly?

Diane Keaton e Woody Allen

Prendo a prestito da Woody Allen una frase dalla sua lettera di addio a Diane Keaton, recentemente scomparsa. Una frase dove sento dispiegarsi per intero il concetto di tempo “iniziale”.

C’è una prima volta, c’è un incipit (d’amore) e c’è – anche – una prospettiva futura, un sogno che vive nella domanda più difficile al mondo: ci si può innamorare all’istante (che è anch’esso un tempo)?

Leggi il resto »

Parliamo del tempo – Iniziare

Molti anni dopo, davanti al plotone di esecuzione, il colonnello Aureliano Buendia avrebbe ricordato quel pomeriggio remoto in cui suo padre l’aveva portato a conoscere il ghiaccio”.

Con queste parole Gabriel Garcia Marquez decide di principiare il racconto della storia di sette generazioni di Buendia che accompagna Cent’anni di solitudine. È un incipit che racconta, a modo suo, un inizio. Non l’inizio della famiglia Buendia, sarebbe stato impossibile, ma un’esperienza che, per Aureliano, ha rappresentato un principio: una prima volta.

Nessuno di noi ha memoria della propria nascita. Certo, ne conosciamo la data, ne apprendiamo qualche dettaglio dai racconti famigliari, potremmo addirittura renderci edotti circa i fatti di cronaca che occorsero quel giorno, cercando in qualche archivio o leggendo un vecchio giornale previdentemente conservato allo scopo. Ma del nostro inizio, di fatto, non sappiamo nulla. Che percezione ne avemmo? Fu doloroso? Ci spaventò? Chissà che effetto ci fece tutta quella luce improvvisa e tutto quel rumore, che in precedenza avevamo avvertito distante e attutito.

Tutti noi abbiamo avuto un inizio, eppure non lo ricordiamo. Da che abbiamo memoria è come se ci fossimo sempre stati.

[Continua »]

[Report] Officina di giugno 2025

Nell’ultima stazione del nostro percorso alla ricerca dell’invisibilità, abbiamo parlato di libertà. Il confine sottile tra visibile ed invisibile e la stretta relazione con il concetto di vincoli, regole, che pervadono questo tema sono stati alla base degli interventi che sono stati fatti. Una domanda sopra tutte sorge spontanea: “Sono davvero libera/o?”

[Continua »]