di
Valerio De Felice -
pubblicato il 14 Ottobre 2025
“Molti anni dopo, davanti al plotone di esecuzione, il colonnello Aureliano Buendia avrebbe ricordato quel pomeriggio remoto in cui suo padre l’aveva portato a conoscere il ghiaccio”.
Con queste parole Gabriel Garcia Marquez decide di principiare il racconto della storia di sette generazioni di Buendia che accompagna Cent’anni di solitudine. È un incipit che racconta, a modo suo, un inizio. Non l’inizio della famiglia Buendia, sarebbe stato impossibile, ma un’esperienza che, per Aureliano, ha rappresentato un principio: una prima volta.
Nessuno di noi ha memoria della propria nascita. Certo, ne conosciamo la data, ne apprendiamo qualche dettaglio dai racconti famigliari, potremmo addirittura renderci edotti circa i fatti di cronaca che occorsero quel giorno, cercando in qualche archivio o leggendo un vecchio giornale previdentemente conservato allo scopo. Ma del nostro inizio, di fatto, non sappiamo nulla. Che percezione ne avemmo? Fu doloroso? Ci spaventò? Chissà che effetto ci fece tutta quella luce improvvisa e tutto quel rumore, che in precedenza avevamo avvertito distante e attutito.
Tutti noi abbiamo avuto un inizio, eppure non lo ricordiamo. Da che abbiamo memoria è come se ci fossimo sempre stati.
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