Attendere o aspettare?

Alcuni dicono che ci sia differenza fra attendere e aspettare.

Attendere ha un’etimologia “positiva” e dolce che lo configura come un verbo in uso da chi si volge verso qualcosa, tende a qualcosa. Aspettare (da ad + expecto) indica un atteggiamento più “serio”: guardare verso, guardare attentamente.

Nella nostra quotidianità i due termini finiscono per essere dei sinonimi: la sfumatura rimane, certo, e nessuno si potrà impermalosire se diciamo che stiamo aspettando l’autobus o che stiamo attendendo il nostro turno alla posta o in banca. O viceversa.

La bellezza del muoversi verso e dello sguardo rendono l’attesa un tempo importante, di valore.

Mimmo Jodice, Attesa, 1960

C’è una bellissima poesia (perché è decisamente una delle mie preferite) di Raymond Carver che si intitola appunto, e semplicemente, “Attesa”:

Esci dalla statale a sinistra e
scendi giù dal colle. Arrivato
in fondo, gira ancora a sinistra.
Continua sempre a sinistra. La strada
arriva a un bivio. Ancora a sinistra.
C’è un torrente, sulla sinistra.
Prosegui. Poco prima
della fine della strada incroci
un’altra strada. Prendi quella
e nessun’altra. Altrimenti
ti rovinerai la vita
per sempre. C’è una casa di tronchi
con il tetto di tavole, a sinistra.
Non è quella che cerchi. È quella
appresso, subito dopo
una salita. La casa
dove gli alberi sono carichi
di frutta. Dove flox, forsizia e calendula
crescono rigogliose. È quella
la casa dove, in piedi sulla soglia,
c’è una donna
con il sole nei capelli. Quella
che è rimasta in attesa
fino a ora.
La donna che ti ama.
L’unica che può dirti:
“Come mai ci hai messo tanto?”

È una lirica di viaggio: un passaggio obbligato attraverso momenti della vita che dobbiamo superare. Tempi accanto ai quali siamo passati e che, per questo, rimangono; nel nostro andare, nella nostra attesa (che è, poi, la tensione della vita), miriamo ad un obiettivo che ci conforta, ci rincuora: l’amore di chi, a sua volta, ci attende.

L’attesa non è un tempo prestabilito: ha una dimensione tutta sua e per qualcuno può essere eterna (ti aspettavo da tanto, non arrivavi mai…).

Cosa succede invece quando ci capita qualcosa di inatteso? Non previsto, non calcolato, non immaginato. Insomma, che non è parte di un destino scritto… Accade che il tempo assume una conformazione tutta nuova: si ferma e si fissa su quel momento “senza misura”.

Lo dice bene Wislawa Szymborska nella sua poesia “Un incontro inatteso”:

Siamo molto cortesi l’uno con l’altro,
diciamo che è bello incontrarsi dopo anni.

Le nostre tigri bevono latte.
I nostri sparvieri vanno a piedi.
I nostri squali affogano nell’acqua.
I nostri lupi sbadigliano alla gabbia aperta.

Le nostre vipere si sono scrollate di dosso i lampi,
le scimmie gli slanci, i pavoni le penne.
I pipistrelli già da tanto sono volati via dai nostri capelli.

Ci fermiamo a metà della frase,
senza scampo sorridenti.
La nostra gente
non sa parlarsi.

In verità, la poetessa aggiunge qualcosa di più: in un incontro inatteso spesso c’è l’imbarazzo (non eravamo pronti, preparati) e c’è anche la difficoltà a stare, ad esserci in quel momento tanto particolare. Ci mancano le parole, non riusciamo ad esprimere lo stupore, la gioia o il dolore di quell’istante. Ecco agitarsi intorno a noi un vero e proprio zoo: i “nostri” animali raccontano della nostra difficoltà.

Il tema vero di qualcosa di inatteso è quella sensazione di sorpresa che ci avvolge togliendoci la possibilità di esprimerci con facilità e libertà.

Ancora la Szymborska nella poesia “La stazione” torna sul tema di un incontro che addirittura non c’è e sulla questione del destino che lega i momenti della nostra esistenza offrendoci (in)finite possibilità.

Il mio non arrivo nella città di N.
è avvenuto puntualmente.

Sei stato avvertito
con una lettera non spedita.

Hai fatto in tempo a non venire
all’ora prevista.

Il treno è arrivato sul terzo binario.
È scesa molta gente.

La mia persona, assente,
si è avviata all’uscita tra la folla.

Alcune donne mi hanno sostituito
frettolosamente
in quella fretta.

A una è corso incontro
qualcuno che non conoscevo,
ma lei lo ha riconosciuto
immediatamente.

Si sono scambiati
un bacio non nostro,
intanto si è perduta
una valigia non mia.

La stazione della città di N.
ha superato bene la prova
di esistenza oggettiva.

L’insieme restava al suo posto.
I particolari si muovevano
sui binari designati.

È avvenuto perfino
l’incontro fissato.

Fuori dalla portata
della nostra presenza.

Nel paradiso perduto
della probabilità.

Altrove.
Altrove.
Come risuona questa parolina.

Nell’attesa siamo consapevoli di ciò che è stato ma anche di ciò che non è avvenuto, che poteva essere ma non si è avverato. L’attesa si configura come una occasione. Verso cui volgerci e a cui regalare uno sguardo. Quanto attento fa parte della nostra libertà.

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