Spirit on the Water

dylan-spiritVenerdì scorso sono andato a vedere il concerto romano di Bob Dylan.  E’ stato il suo più bel concerto (di quelli che ho visto io) da molti anni a questa parte, almeno dal 2000, da quando cioè è passato dalla chitarra all’organo. Molte emozioni e pensieri si sono affollati nella mia mente e scrivo più per mettere ordine che per comunicare qualcosa di preciso.  Provo a evidenziare 3 punti:

1) il ritorno a casa. Partiamo dal repertorio, dalla scaletta: Dylan ha cantato canzoni risalenti ai primi anni della sua carriera (1962-67) e agli ultimi anni (1997-2007), cioè ha lasciato aperto un buco di almeno 30 anni, scelta da un certo punto di vista inspiegabile, visto che in quei 30 anni ci sono forse le cose migliori della sua produzione. Questa scelta dei due “estremi” della sua parabola musicale mi ha fatto riflettere e ho pensato che oggi Dylan canta come cantava allora, in particolare quell’organo su cui si dimenava (e che si è molto sentito, finalmente) era molto “sixties”, quasi segnando una circolarità per cui oggi Dylan è tornato a cantare come ha sempre voluto cantare. Alternare le primissime canzoni con quelle degli ultimi 3 album, in un sound comune, allegro e vitale, da un certo punto di vista ha voluto dire: sto tornando a casa, sto tornando alle mie radici. Emblematica quindi la scelta delle due ultime due canzoni dello show: “Spirit on the Water” e “Blowin’ in the wind”. La prima è tratta dal suo ultimo album, Modern Times, la seconda è la sua prima e più celebre canzone.  Entrambi, pur così diverse, lieve la prima, solenne la seconda (anche se venerdì l’ha cantata/stravolta in un modo pazzesco: sembrava un mix tra il sound blues-soul di New Orleans e “New York New York” di Liza Minnelli o Frank Sinatra), parlano delle radici, parlano dello “Spirito che aleggia sulle acque” e che “soffia nel vento” (e qui il pensiero va a Giovanni Paolo II, acuto “esegeta” di Dylan che nel ’97 indicò in quel vento lo Spirito Santo);

2) la poetica dell’imperfezione.  Ancora una volta Dylan ha interpretato le sue canzoni, estendendole, dilatandole, ri-vivendole fino a modificarle quasi del tutto, struttura, versi, melodia, ritmo…. tutto cambia, tutto vive senza requie. E’ la sua cifra poetica, non a caso è il 68enne di Duluth sempre “on stage”. Le canzoni che incide negli album (il prossimo esce a giorni e ha il titolo programmatico “together through life”) non sono punti di arrivo ma di partenza: da quel momento la canzone prende vita e può crescere di concerto in concerto. Quando venerdì ha cantato Boots of Spanish Leather (del ’64), che ovviamente non ho riconosciuto subito, è stato un momento intenso e ho colto questa netta sensazione: più che cantare Dylan stava “provando”, procedendo per tentativi, la canzone infatti è cambiata e cresciuta, di strofa in strofa fino ad una forma definitiva, finale, “rotonda”, splendida.. appena il pubblico l’ha “capita” e apprezzata, il testo era finito e la perfomance si è interrotta.  Dylan fa sempre così con le sue canzoni: ama “l’imperfezione”, perchè gli permette di respirare, di vivere, di camminare verso la perfezione; quando gli sembra di arrivarci, si ferma, anzi cambia musica, accantona quella canzone e passa avanti. “Camminare” è il verbo di Dylan (vero artista americano anche in questo):  l’ultima sua canzone recita, nel titolo e nel ritornello, “Ain’t talkin’, just walkin'”;

3) la gioia e l’America: strettamente collegato con quanto appena detto, devo dire che venerdì ho capito l’esattezza del titolo che Alessandro Carrera ha dato al suo saggio su Dylan: “La voce di Bob Dylan. Una spiegazione dell’America”. Venerdì la voce di Dylan era molto forte, più pulita e brillante del solito, era davvero in grande forma. Le parole non si capivano, come al solito, non si sono mai capite bene, neanche quando era giovane. Ma ciò che conta è il suo “camminare”, non ogni singola parola, ma la musica e la sua voce è voce più che parola (è buffo perchè, almeno in Italia, Dylan è considerato un “poeta”, per la forza delle sue parole), è uno strumento musicale che si aggiunge agli altri strumenti del concerto. E il risultato finale è stato un flusso musicale intenso, incessante, vitale, allegro. Per due ore Dylan ha cantato 18 canzoni (di cui una, Return to me, una cover, dedicata all’Italia, per metà cantata in un dolcissimo italiano) divertendosi come un ragazzino che suoni e canti alla sua prima occasione pubblica, in un’atmosfera tipica delle sagre paesane. Forse questa è la dimensione migliore dello spirito americano, questa forza “forever young”, che non si ferma per riflettere, per lasciar spazio alla nostalgia, al risentimento. Un po’ Waits, un po’ lo Springsteen della Seeger Session, questo era lo spirito del concerto romano di venerdì di Bob Dylan, uno spirito che, per la gioia di chi c’era, sembrava aleggiare sulle acque delle origini, non solo del rock.