[Report] Officina di novembre 2017

Andrea

Rileggendo l’editoriale abbiamo sottolineato alcuni punti: la creazione artistica è un processo, non è un atto, un processo dinamico oscillante tra mistero e mestiere. All’inizio c’è l’intuizione (di un mistero) ma poi c’è il lavoro, la faticaccia (il mestiere). L’autore è un mediatore, si trova in mezzo, è un  inter-prete: tra il “testo” della realtà e il testo che sta generando e che consegna alla nostra interpretazione.

L’esempio della traduzione, che i ragazzi conoscono molto bene, è calzante. All’intuizione confusa segue il lavoro sporco della ricerca, della scoperta, del significato nascosto nel testo, al fine di generare un nuovo testo significativo.

Fabrizio

Nell’editoriale si faceva riferimento a quello che gli stessi scrittori affermano quando riflettono sul processo creativo, ecco una breve carrellata di osservazioni di alcuni autori che confermano e allargano la riflessione sulle trame, le storie, il mistero e il mestiere di scrivere:

Poesia è dunque per me avventura, viaggio, scoperta, tentata decifrazione del mondo – Bartolo Cattafi

La costruzione di una trama e la spontaneità della scrittura vera sono incompatibili. Le storie sono reperti, frammenti di un mondo preesistente e ignoto. Il compito dello scrittore è usare gli strumenti della sua cassetta degli attrezzi per disseppellire ciascuno di essi senza danneggiarli – Stephen King

Scrivere un romanzo è come camminare in una stanza buia, tenendo in mano una lanterna che illumina ciò che comunque si trova già nella stanza – Virginia Woolf

All’inizio c’è l’intuizione. E quella è forte, intensa, ma non lucida e perfettamente trasparente, in genere è confusa.

Ostruzione, oscurità, vuoto, disorientamento, crepuscolo, blackout, spesso combinati con una lotta o un sentiero o un viaggio; un’incapacità di vedere la strada, ma la sensazione che una strada ci sia e che l’atto di andare avanti alla fine consentirà di vedere: ecco gli elementi comuni in molte descrizioni del processo dello scrivere – Margaret Atwood

Storie, storie, storie: per me non esiste altro. Spesso gli scrittori che non riescono a inventare una storia seguono altre strade, perfino sostituendo lo stile alla narrazione. Invece io sono convinto che la storia sia l’elemento di base della narrativa – Bernard Malamud

Loredana

Loredana si è agganciata al tema del buio sollevato da Fabrizio, del caos che precede la creazione e della lanterna dell’autore che sceglie dove far luce nella molteplicità degli angoli possibili, ovvero delle storie preesistenti. Con diversa metafora, Calvino nell’appendice alle sue davvero magistrali Conferenze Americane, descrive il momento in cui l’autore deve uscire dal possibile, molteplice tutto per entrare nella sua circoscritta storia e lo fa mediante la scelta di un particolare linguaggio: “linguaggio che è ciò che vogliamo dire”:

Cominciare una conferenza, anzi un ciclo di conferenze, è un momento cruciale, come cominciare a scrivere un romanzo. E questo è il momento della scelta: ci è offerta la possibilità di dire tutto, in tutti i modi possibili; e dobbiamo arrivare a dire una cosa, in un modo particolare.

Il punto di partenza delle mie conferenze sarà dunque questo momento decisivo per lo scrittore: il distacco dalla potenzialità illimitata e multiforme per incontrare qualcosa che ancora non esiste ma che potrà esistere solo accettando dei limiti e delle regole. Fino al momento precedente a quello in cui cominciamo a scrivere, abbiamo a nostra disposizione il mondo – quello che per ognuno di noi costituisce il mondo, una somma di informazioni, di esperienze, di valori – il mondo dato in blocco, senza un prima né un poi, il mondo come memoria individuale e come potenzialità implicita; e noi vogliamo estrarre da questo mondo un discorso, un racconto, un sentimento: o forse più esattamente vogliamo compiere un’operazione che ci permetta di situarci in questo mondo. Abbiamo a disposizione tutti i linguaggi: quelli elaborati dalla letteratura, gli stili in cui si sono espressi civiltà e individui nei vari secoli e paesi, e anche i linguaggi elaborati dalle discipline più varie, finalizzati a raggiungere le più varie forme di conoscenza: e noi vogliamo estrarne il linguaggio adatto a dire ciò che vogliamo dire, il linguaggio che è ciò che vogliamo dire.

Ogni volta l’inizio è questo momento di distacco dalla molteplicità dei possibili: per il narratore l’allontanare da sé la molteplicità delle storie possibili, in modo da isolare e rendere raccontabile la singola storia che ha deciso di raccontare questa sera; per il poeta l’allontanare da sé un sentimento del mondo indifferenziato per isolare e connettere un accordo di parole in coincidenza con una sensazione o un pensiero.

Maurizio

Maurizio ha commentato la sequenza iniziale di Magnolia, di Paul Thomas Anderson:

Cristiano

Cristiano ha proposto un esercizio. È stato proiettato questo testo:

Interno, mattina. X. in pigiama apre il frigo e prende la bottiglia del latte. È vuota. Chiude il frigo e si dirige verso la camera da letto. Gli passa davanti il gattoe gli sferra un calcio. Il gatto evita il calcio con un guizzo e X. colpisce la porta.

È stato dato il compito di trasformare in venti minuti questo brano (che non è che la mera descrizione di una successione di eventi) in una “storia”. Al termine dell’esercizio sono stati letti alcuni testi prodotti dal pubblico e si è articolata una breve riflessione su quali siano gli elementi che trasformano una cronaca in una storia.

Il report dell’esercizio è pubblicato in questo post.

Greta

Stephen King e Virginia Woolf, riferendosi alla scrittura, hanno paragonato lo scrittore l’uno ad un archeologo che scava per trovare reperti di storie da riportare alla luce senza danneggiarli, l’altra ad una persona che muovendosi in una stanza buia, può vedere ciò che già c’è grazie a una lanterna. Entrambi quindi considerano la storia come qualcosa che già c’è e che va trovata, mentre la trama è il lavoro che fa lo scrittore su essa.

Da questi presupposti, Greta ha portato l’esempio concreto di un’opera teatrale, “Copenaghen”: la storia che l’autore, Michel Frayn, ci presenta, è un evento storico realmente accaduto, il misterioso incontro tra due fisici nucleari nel 1941; ciò su cui Frayn basa la sua opera è quello che non si sa: perché infatti avvenne quell’incontro nessuno lo seppe mai, ed è qui l’autore crea la sua trama, mostrando i possibili perché di quell’incontro, senza arrivare a una conclusione certa. Intrecciando i fili del possibile dà vita a una storia che prima era solo un fatto.

Luca

Queste sono le immagini proiettate da Luca durante il suo intervento:

 

 

 

 

Andrea

Per finire altri due brevi esercizi: ascolto di due canzoni: La guerra di Piero (De Andrè) e Generale (De Gregori), cogliendo le somiglianze e le differenze. Stesso argomento, la “storia” è la stessa, due inni contro la guerra, ma le trame sono molto diverse, forse solo la prima ha una vera  e propria trama, intesa come successione di fatti e di atti ben descritti anche nel dettaglio dall’autore. La canzone di De Gregori appare invece una “poesia” rispetto alla “cronaca” di De Andrè, la trama non è chiara, ma il testo resta allusivo, evocativo. Due approcci diversi a partire da intenzioni e sentimenti comuni.

Infine lettura di un racconto molto breve di Kafka, ritorno. La prima parte è questa:

Sono ritornato, ho attraversato l’ingresso e mi guardo intorno. E’ il vecchio cortile di mio padre. La pozzanghera nel mezzo. Attrezzi vecchi, inservibili, intricati tra loro ostacolano il passaggio alla scala del solaio. Il gatto sta in agguato sulla ringhiera. Un panno a brandelli, avvolto un giorno per gioco intorno a un palo, si agita al vento. Sono arrivato. Chi mi riceverà? Chi aspetta dietro la porta della cucina? Dal camino esce il fumo, si sta bollendo il caffè per la sera. Ti senti a tuo agio, senti di essere a casa tua? Non lo so, sono molto incerto. E’ la casa di mio padre, ma freddi stanno gli oggetti l’uno accanto all’altro, come se ciascuno badasse ai fatti suoi che in parte ho dimenticati, in parte mai conosciuti. Pur essendo il figlio del babbo, del vecchio agricoltore, come potrò essere utile, che cosa sono per loro?

A questo punto l’esercizio è consistito nel far proseguire ai ragazzi il racconto: come andrà a finire? il protagonista entrerà nella sua vecchia casa oppure no? I ragazzi si sono divisi in due parti, per alcuni l’ingresso era inevitabile, intrinseco al racconto, per altri era vero il contrario, il protagonista rimane fuori, non può entrare (non si trattava di esprimere il proprio desiderio, ma di mettersi nei panni di Kafka, anzi del protagonista, per comprenderne le ragioni, i sentimenti, l’umanità). Ecco la conclusione del racconto:

E non oso bussare alla porta della cucina, ascolto soltanto da lontano, da lontano sto in ascolto, in piedi, ma non in modo che mi si possa sorprendere a origliare. E siccome ascolto da lontano, non afferro nulla, odo o credo forse soltanto di udire un leggero ticchettio d’orologio che pare mi giunga dai giorni dell’infanzia. Ciò che si svolge in cucina è un segreto di coloro che vi stanno e che me lo nascondono. Quanto più si indugia fuori dalla porta, tanto più si diventa estranei. E se ora qualcuno aprisse la porta e mi rivolgesse una domanda? Non sarei io stesso come uno che voglia custodire il suo segreto?