Esercizio: dalla cronaca alla storia

Durante l’Officina di novembre è stato proposto un breve esercizio: in venti minuti è stato chiesto di realizzare una “storia” partendo dal brano seguente:

Interno, mattina. X. in pigiama apre il frigo e prende la bottiglia del latte. È vuota. Chiude il frigo e si dirige verso la camera da letto. Gli passa davanti il gattoe gli sferra un calcio. Il gatto evita il calcio con un guizzo e X. colpisce la porta.

Si tratta, come è evidente, di una cronaca piuttosto asettica, di una mera sequenza di eventi. Su cosa si intendesse per “storia” non è stata data alcuna indicazione lasciando quindi piena libertà.

Al termine, dopo la lettura di alcuni brani, è stato rivelato lo scopo dell’esercizio: mettere in evidenza quale sia la differenza tra la descrizione di una serie di eventi e una storia. Ha a che fare con la ricchezza di dettagli? Con la raffinatezza dello stile? Con la scelta di un punto di vista? E quanto è importante trasmettere non cosa succede, ma perché qualcosa succede (a qualcuno)?

E quindi, alla fine: perché X. ha dato un calcio al gatto?

Benedetta F.

La sveglia questa mattina non è suonata, significa che finalmente è domenica.

Marco comunque è sveglio, non sapendo cosa fare si guarda intorno e rilassato scorge la neve che cade fuori la finestra. Il suo pigiama con la fantasia a fiocchi di neve si intona perfettamente con quel paesaggio invernale.

Marco si accorge che è l’unico ad essere sveglio e gli viene in mente che non ci sarebbe niente di meglio adesso nell’andare in cucina e approfittare di bere, prima degli altri, l’ultimo bicchiere di latte che il nonno aveva portato il giorno prima dalla campagna.

Il bambino si reca cosi in cucina, prende un bicchiere e apre il frigorifero.

La luce del frigorifero illumina la piccola stanza e il freddo uscendo da dentro provoca un brivido che percorre la schiena di Marco.

Prende la bottoglia in mano ma il contenuto non si vede perchè è appannata, coisi Marco la apre. Neanche una goccia. Marco si guarda intorno e nota che la ciotola del gatto è piena di latte ma quel maledetto micio schizzinoso non l’ha neanche annusata.

Il gatto gli passa davanti svelto ma Marco infastidito dal suo atteggiamento gli sferra un gran calcio che questo pero schiva agilmente facendogli colpire il mignolino contro la porta. Disperato fa ritorno nella sua stanza maledicendo quel felino grasso e viziato che aveva scartato il buon latte del nonno che avrebbe tanto voluto bere lui.

Valerio M.

Michele, in pigiama apre il frigo e prende la bottiglia del latte. E’ vuota. Chiude il frigo e si dirige verso la camera da letto. Gli passa davanti il gatto . Gli sferra un calcio. Il gatto evita il calcio con un guizzo e Michele colpisce la porta. Si tocca dolorante il piede, manda un’occhiataccia al gatto ed entra in camera, sbattendo la porta. Vorrebbe tanto rimettersi a letto e continuare a dormire ancora per un po’, a sognare, a cercare di riprendere il filo di quel sogno che ormai da tante notti lo tormenta: una donna gli fa visita, gli deve dire una cosa importante, gli dà quindi un appuntamento, in un luogo preciso e ad un orario preciso, ma non si presenta mai. Anche questa mattina Michele si è svegliato dopo averlo sognato, per questo è nervoso, è frustrato, è confuso a tal punto da dimenticarsi anche le cose più schiocche, come comprare il latte. Apre l’armadio, si veste con la solita divisa del fast-food per cui lavora, prende il cellulare ed esce di casa. Decide quindi di andare a far colazione fuori e chiama il suo amico Lucio, i due si danno appuntamento alle 8:30 al solito bar. Non aveva mai raccontato a nessuno il sogno che da notti lo affligge, ma sente che è giunto il momento di farlo ed il suo amico Lucio è la persona giusta, lui sì che sa come farlo ragionare. Michele arriva con qualche minuto di anticipo, entra e subito con tono cordiale il cameriere lo accompagna al tavolo, dicendogli che qualcuno lo stava aspettando. Michele corruga la fronte , “Lucio di solito fa sempre tardi” pensa tra sé. Si siede ma lì non c’è nessuno. Ecco appare una donna con due caffè, uno macchiato e l’altro non, indossando un paio di occhiali da sole. Gli porge il caffè macchiato e lei si prende l’altro. “Come sai che lo volevo macchiato?” chiede Michele stordito alla donna. “Io so tutto di te, Michele Marino” risponde la donna, si sfilandosi gli occhiali. E’ la donna del sogno. Prima che Michele possa dir qualcosa lei in tono profetico ” Tu sei il prescelto, solo con il tuo aiuto possiamo vincere la nostra guerra che da adesso è anche la tua, dobbiamo andare, ci aspettano”. Michele ,quando lei sta dicendo ciò, sta sorseggiando il suo cappuccino, al quale però la donna ha aggiunto un sonnifero. Michele si addormenta. Improvvisamente un sussulto. Si risveglia. E’ nel suo letto. Era solo un sogno. Si alza e ricomincia la solita routine, con la speranza che qualcuno lo venga davvero a prendere, per portarlo via da questa solita vita, per fargli vivere un’avventura.

Vincenzo A.

Erano le sette e mezza del mattino e, come era solito fare ogni giorno, Giacomo si alzò dal letto per raggiungere la cucina e fare colazione. Una volta giunto in cucina, Giacomo aprì il frigo per prendere la bottiglia del latte, vuota, come la sua voglia di andare a lavorare; avvicinò il proprio occhio alla bocca della bottiglia per accertarsi che fosse veramente vuota: niente da fare,neanche una goccia.

“La giornata si mette in salita”, pensò Giacomo, e intanto malediceva la sua dimenticanza che non gli aveva fatto comprare il latte nella serata precedente. Dalla cucina si diresse in camera da letto,imprecando contro ogni cosa incontrasse e così sferrò un calcio al gatto che gli passava davanti, non riuscendo però a colpire il felino dal passo felpato. Lo scontro con la porta fu violentissimo e Giacomo si ruppe il piede. In pochi secondi Giacomo si accasciò a terra urlando per il dolore, ma improvvisamente si rese conto che c’erano delle bottiglie di latte in una cassa per terra, alle quali non aveva minimamente fatto caso. Gli occhi si serrarono e da essi sgorgarono lacrime grottesche.

Marta T.

Lunedì mattina. Giorgio è intento a fissare il muro alla ricerca di una risposta, una soluzione alla successione di eventi catastrofici avvenuti la sera prima. La sveglia suona alle 6:50. E’ ora di alzarsi. Giorgio spegne la sveglia e torna a fissare la sveglia. Dopo alcuni minuti che sembrano ore si gira di nuovo verso la sveglia: 6:53. Giorgio, se pur controvoglia, decide di alzarsi dal letto. Ancora il pigiama è seduto su un lato del letto, con estrema lentezza si alza e attraversa la stanza con aria assonnata, quasi assente. Apre la porta, esce dalla stanza, va in cucina. Intorno a se nota il disordine più totale: piatti da lavare, il pentolino del latte bruciato del giorno prima, la macchina del gas sporca, il tavolo ancora apparecchiato dalla sera prima. Si fa spazio sul tavolo per fare colazione ammucchiando tutto in un angolo. Apre la credenza e una forchetta quasi lo colpisce, la schiva. Prende un tazza e la posa sul tavolo. Si dirige dirige verso il frigo, lo apre e prende la bottiglia del latte. Torna a sedersi e quando prova a versare il latte nella tazza, il latte non scende. È vuota. Ecco cosa aveva dimenticato al supermercato. Decide di tornare a dormire, oggi non andrà a lavoro. Mentre torna il camera il suo gatto gli passa davanti, gli sferra un calcio ma il gatto lo schiva. Quel calcio pieno di rabbia, Giorgio, avrebbe voluto tirarlo a sé stesso. Era stato così stupido. Torna in camera e sbatte la porta, la colpisce con un pugno. Questa volta il pugno non era pieno di rabbia ma di dolore e struggimento. Non poteva credere di averla persa.

Violetta T.

Erano le due di notte quando Richard si svegliò di soprassalto a causa di un frastuono che proveniva dal piano di sopra di casa sua. Preso alla sprovvista impugnò prontamente la mazza da baseball, che era sotto il letto, e si diresse, salendo silenziosamente le scale, al piano di sopra nella stanza dove vi era la finestra aperta; ma oltre a quello non vi trovò nient’altro. Ritornò a letto e si svegliò con un altro frastuono che gli martellava la testa, quello della sveglia. Così come ogni mattina, ancora in pigiama e trasandato, si diresse in cucina con l’intento di iniziare la giornata, ma aprendo il frigo, per prendere un la bella tazza di latte, notò che la bottiglia era vuota ricordandosi che era da una settimana che non usciva di casa per fare la spesa. Al che, presa la decisione di uscire di casa, si diresse in camera da letto, dove inaspettatamente un gatto nero gli passò davanti spaventandolo. Richard perplesso si ricordò di non aver mai avuto in gatto, quindi pieno di energia decise di sferrare un calcio che però venne evitato agilmente dal gatto, finendo col colpire la porta. Il risultato fu una frattura all’alluce e l’intera giornata passata in ospedale. Svegliatosi completamente sudato si accorse che era solamente un sogno, però del gatto.

Greta G.

Era l’orologio. Ecco cos’era che non l’aveva fatto dormire tutta la notte: quel ticchettio insopportabile, eterno, onnipresente nella sua vita. La presenza invasiva del tempo gli dava alla nausea, e gli dava la sensazione del vuoto. Certo la penombra in cui si trovava non lo aiutava. Forse avrebbe dovuto alzarsi, anche se era ancora troppo presto. Ma in fondo perché troppo presto? Per chi? Chi lo aveva deciso? Quello stupido orologio? E doveva essere il suo stomaco a decidere che anche quella mattina non avrebbe mangiato?

Si alzò di scatto, in un impeto di ribellione al mondo intero e a tutto il resto. Senza indossare la vestaglia, uscì a piedi nudi dalla sua camera, per raggiungere con passo risoluto il frigo in cucina. Niente gli avrebbe impedito di fare quello che voleva. Spalancò il frigo. Era lui il padrone della sua vita. Afferrò con la destra la bottiglia di latte. E poi scoprì con orrore che il vuoto non era solo intorno a lui, o dentro di lui, ma perfino in quella maledetta bottiglia. Qualcuno che lo odiava davvero doveva aver dato l’ultimo goccio di latte al gatto, e rimesso poi la bottiglia nel frigo, il tutto per provocargli quel doloroso momento di frustrazione.

Richiuse il frigo con calma, e lentamente si avviò verso la sua camera, prevedendo un proseguimento di giornata tale all’inizio. Era quasi arrivato. Forse il letto lo avrebbe salvato.

Ma proprio in quel momento gli passò davanti un gatto. Prospettando il piacere della vendetta, l’uomo sferrò un calcio all’animale, che però era troppo indifferente al suo odio per poterne essere colpito: e infatti evitò con un guizzo il suo piede, che proseguì nella sua traiettoria schiantandosi fatalmente contro la porta.

Alla fin fine, essere padrone della propria vita, o di un gatto, non sembrava una cosa tanto soddisfacente.

Giorgio C.

Ore 6:00, guardo l’orologio e capisco che anche questa nottata passata in bianco è finita.

Mi alzo, è ancora buio, la camera della Signora è chiusa; mi dirigo verso la cucina con le ossa a pezzi, dormire sul divano èpressochè impossibile.

Attraverso il corridoio e arrivo in cucina, sul tavolo ancora le bozze da revisionare: non ci voglio pensare.

Ancora in pigiama apro il frigo, tiro fuori una bottiglia, un bicchiere di latte potrà togliermi l’amarezza dalla bocca.

Giro la bottiglia sulla tazza è vuota, la lascio sul tavolo e me ne torno nel salotto che da più di una settimana è anche la mia camera da letto.

Nel mezzo del corridoio mi si palesa una piccola figura nera, è il gatto della Signora, pure lui, come lei mi odia.

Faccio un passo in avanti e l’animale mi si slancia addosso, provo ad allontanarlo con un calcio; assonnato come sono posso ottenere un solo risultato: con un balzo felino il gatto evita il mio piede che finisce la sua breve corsa dritto sulla porta della camera della Signora con il tipico tonfo che produce una ciabatta quando colpisce una superfice di legno, dopo manco un secondo una rapida raffica di imprecrazioni lo segue.

La Signora si è svegliata, e anche oggi di cattivo umore.

Luca C.

In una mattina d’inverno, all’interno di un piccolo appartamento, un uomo di mezza età è furioso perché ha perso il lavoro.

Dopo essersi svegliato si dirige in pigiama nella cucina, poi apre il frigo e prende la bottiglia del latte, che però è vuota: a questo punto l’uomo, dopo essersi infuriato ancora di più, chiude il frigo e, mentre si dirige verso la camera da letto, gli passa davanti il suo gatto.

Appena l’uomo infuriato lo vede, gli sferra un calcio che però il gatto evita con un guizzo e rendendosi conto di ciò che ha fatto, l’uomo cade in una profonda disperazione e comincia a rendersi consapevole della sua indole violenta e forte impulsività.

Dopo essersi chiuso nella sua stanza da letto, colpisce ripetutamente la porta, essendo nuovamente ripiombato in uno stato di collera e in preda a rimorsi e frustrazioni.

Leonardo M.

La neve cadeva da giorni sulla Grande Mela. Il giorno di Natale era vicino e l’atmosfera natalizia impreziosiva New York come fa con poche città al mondo. James era di ritorno dal cinema, la rappresentazione cinematografica del capolavoro di Stephen King sul Clown ballerino lo aveva colpito particolarmente, e il ricordo e la paura di Pennywise occupavano interamente i suoi pensieri. Dopo aver rivisto il trailer dal suo Honor 9 premium, si apprestava ad aprire il portone del suo palazzo. Ogni penombra del palazzo sembrava nascondere un clown pronto a colpire, e la sensazione gli faceva presagire che il film fosse effettivamente valido. Entrato a casa e avendo goduto del calore della casa e dell’atmosfera natalizia si apprestava a infilarsi nel letto. In pigiama aprì il frigo e prese la bottiglia del latte. È vuota. Chiuse il frigo e si diresse verso la camera da letto. Gli passò davanti il gatto. Gli sferrò un calcio. Il gatto evitò il calcio con un guizzo e James colpí la porta.

Alessio P.

Alle 9 del mattino Filippo si alzò dopo l’ennesima serata passata a casa da solo. Arrivato davanti al frigo,scalzo e ancora in pigiama, lo aprì per prendere un cartone di latte e fare colazione nel minor tempo possibile, prima di uscire di casa per raggiungere il lavoro che tanto odiava. Tuttavia il cartone era vuoto. Di solito era lei a comprarlo una volta finito. Lei però se n’era andata, e a Filippo non restava altro che tornare in camera da letto per prepararsi. Dopo pochi passi incrociò il suo gatto, quel gatto che ormai non era diventato altro che una delle tante cose che gli riportavano alla mente i momenti passati insieme a lei, e di conseguenza la sua assenza. In preda alla frustrazione, Filippo sferrò istintivamente un calcio, che non colpì il gatto,ma la porta della sua camera. Filippo, beffato, quasi umiliato da ciò che era appena successo, decise che era il momento di tuffarsi nell’ennesima ripetitiva giornata, diversa dalle altre soltanto a causa del crescente vuoto che continuava a inghiottire tutto.