[Report] Officina di ottobre 2018

Valerio

Per affrontare il tema dell’anno (2+2=5) si è deciso di partire dalla ben più nota formula (2+2=4), ponendo le due ipotesi a confronto. Esse ci appaiono, infatti, come due modi speculari di intendere e vivere l’esistenza: il 2+2=4 sottintende un’ideale di calcolabilità assoluta del mondo, dove tutto appare prevedibile con esattezza aritmetica e dove ogni evento è causato da una catena di cause ed effetti noti e replicabili. L’illusione è quella di poter vivere come divinità, ovvero come il narratore onnisciente de Il curioso caso di Benjamin Button.

D’altronde, se fosse vero che “tutto è calcolabile”, sarebbe sufficiente un computer per darci risposta alle piccole o grandi domande che attraversano la nostra esistenza. Ma, come nella celebre scena di Guida galattica per autostoppisti, la risposta potrebbe non piacerci; perché sbagliamo la domanda? o perché è sbagliato il procedimento? o forse, ancora, è sbagliata a prescindere la pretesa di una risposta totale e precisa come un numero?

Greta

Generalmente, cerchiamo risposte a grandi, indefinite domande. Oppure ci poniamo domande precise, scientificamente calcolabili e logiche, ottenendo risposte matematiche che non ci soddisfano per niente. E non riuscire a trovare risposte ci è fastidioso, perchè non sapere significa lasciare il controllo a qualcosa di diverso da noi, e ancora più fastidioso è lasciare un’incognita al senso stesso della vita, che fonda tutte le altre domande.

Attraverso due esempi tratti dal genio creativo di Douglas Adams, Greta ha cercato di proporre una via alternativa, ponendo l’accento sul metodo utilizzato nel percorso della conoscenza. Un metodo in cui si incontrano la logica dell’organizzazione (una commissione) e il caos delle menti umane; parlando tutti insieme si giungerà ad una reazione piacevolmente imprevista: “sorpresi sorrisi circospetti”.

Si dice spesso che da una commissione non sia mai uscito niente di buono, ma come sempre esiste un’eccezione alla regola. Su Sakunthala si era arrivati a scoprire il senso della vita proprio grazie a una commissione.

Sorprendentemente, fu un politico ad avere l’idea. Gli venne un giorno, sull’impulso del momento, per evitare di rispondere a una domanda scomoda. «Ma lasci che le faccia io una domanda anche migliore…». Già allora era ciò che la gente si aspettava di sentirsi dire da un politico. In quel momento però le cose cominciarono a andare di male in peggio. «Una domanda anche migliore è: qual è il significato dell’esistenza? Perché ci troviamo qui oltre che per riempire i buchi che lasceremo alla nostra morte? Sapete, potremmo sederci a insultarci a vicenda, a guardare le cose peggiorare sempre di più e darci la colpa l’un l’altro, oppure potremmo, dico io, scoprire quale sia questo perché. E poi risalire all’indietro per capire se davvero abbiamo bisogno di costruire strade, case e tutto il resto.»

Stranamente, l’idea attecchì.

Qualcuno suggerì immediatamente di costruire un computer, ma il politico, accorgendosi che stava andando a gonfie vele, snobbò la proposta all’istante. «Ci ritroveremo a occuparci di procedure di assegnazione e contratti d’appalto che finiranno per allontanarci dagli obiettivi e ci incolperemo a vicenda quando quel dannato arnese non sarà ancora pronto, non funzionerà e dovrà essere smantellato. Parliamone semplicemente tra noi.»

Fu quello che fecero gli abitanti di Sakunthala. Continuarono a far funzionare scuole e ospedali, ma oltre a ciò praticamente tutti si sedettero a formare la Commissione del Perché […]. Le nazioni si divisero in varie sottocommissioni per affrontare argomenti quali: “Perché mettiamo al mondo dei figli?”, “La morte ha davvero importanza?” e “Perché esistono le unghie dei piedi?”.

Tutti gli abitanti del pianeta presero parte al dibattito. Discussero a fondo l’intera faccenda e, un po’ alla volta, quando i diversi gruppi si riunirono, giunsero a un consenso.

«Oh» dissero tutti quanti, scambiandosi sorrisi circospetti.

E a quel punto i cieli di Sakunthala si oscurarono.

—D. Adams, Il pianeta pirata

Tiziana

L’intervento gioca su due “poli” e lancia un paio di suggestioni per esplicitare il passaggio dal 2+2=4, inteso come logica del calcolo, al 2+2=5, come logica dall’esperienza.

Con la clip da Sliding doors, proprio concentrandoci sull’incipit, ci troviamo di fronte all’interrogativo se l’imprevisto, l’alea possano essere calcolati e se esistono dei margini di “modifica” della realtà. Riuscire a prendere al volo la metropolitana o perdere la corsa per un banalissimo inciampo sono due momenti tanto veri quanto reali che conducono a risultati e conseguenze molto diverse. Una sorta di storia fatta con i “se”.

Mentre nella seconda clip, tratta da Ricomincio da capo, la domanda si trasforma: ripetere all’infinito un giorno della propria vita ci conduce (inevitabilmente?) a sentirci assuefatti dalla reiterazione di momenti sempre uguali e a voler “rompere” lo schema di una routine coatta introducendo un elemento di diversità. Rubare una borsa da un portavalori modifica una storia e inserire nuovi comportamenti in situazioni diverse della giornata porta ad infrangere la fissità del calcolo maledettamente prevedibile, andando incontro ad uno scarto che “fa la differenza” e rende valore e giustizia all’esperienza. In due parole, se cambio qualcosa, so che sono vivo.

Marta

Dopo l’intervento di Tiziana sulla possibilità o meno di riuscire a calcolare l’imprevisto e sulla capacità immaginativa – che rompe il quotidiano e scompiglia “gli addendi della somma” -, Marta si è soffermata su due estratti da Trilogia della Città di K. di Agota Kristof. L’esercizio della scrittura e il racconto della quotidianità sotto l’egida del vero e dell’oggettivo (“vale a dire, descrizione fedele dei fatti”, cit.) è diventato qui il pretesto per riflettere su quanto l’occhio letterario risulti deformante nell’indagine sulla vita. Ci si è interrogati su che cosa dia la precisione di un’esperienza – il suo ricordo, la sua forma scritta e quindi la sua rilettura, il privilegiare un aspetto piuttosto che un altro; sicuramente, nelle “grandi somme” che tiriamo a seguito di un’esperienza, gioca un ruolo fondamentale ciò che di essa non si sa raccontare. L’elemento indicibile, doloroso e scandaloso contribuisce ad “approssimare”, per eccesso o per difetto, il calcolo che mai può dare una risposta certa – proprio perché avviene in un “sistema” in cui l’errore è parte integrante. Per quanto grandi siano i nostri sforzi di eliminare questa vaghezza (qui codificata con i “sentimenti”, che adulterano la realtà nuda e cruda) non possiamo pretendere di annullarla del tutto: forse perché, purtroppo o per fortuna, è la cifra di quella verità a cui tanto agogniamo e che non riusciamo a definire.

Scrive Kristof:

Ci mettiamo a scrivere. Abbiamo due ore per trattare l’argomento e due fogli di carta a disposizione.

Alla fine delle due ore ci scambiamo i fogli; ciascuno corregge gli errori di ortografia dell’altro con l’aiuto del dizionario e, in fondo alla pagina, scrive: Bene o Non Bene. Se è Non Bene gettiamo il tema nel fuoco e cerchiamo di trattare lo stesso argomento nella lezione seguente. Se è Bene, possiamo ricopiare il tema nel Grande Quaderno.

Per decidere se è Bene o Non Bene, abbiamo una regola molto semplice: il tema deve essere vero. Dobbiamo descrivere ciò che vediamo, ciò che sentiamo, ciò che facciamo.

Ad esempio, è proibito scrivere: «Nonna somiglia a una strega»; ma è permesso scrivere: «La gente chiama Nonna la Strega».

Ci mettiamo a scrivere. Abbiamo due ore per trattare l’argomento e due fogli di carta a disposizione.

Alla fine delle due ore ci scambiamo i fogli; ciascuno corregge gli errori di ortografia dell’altro con l’aiuto del dizionario e, in fondo alla pagina, scrive: Bene o Non Bene. Se è Non Bene gettiamo il tema nel fuoco e cerchiamo di trattare lo stesso argomento nella lezione seguente. Se è Bene, possiamo ricopiare il tema nel Grande Quaderno.

Per decidere se è Bene o Non Bene, abbiamo una regola molto semplice: il tema deve essere vero. Dobbiamo descrivere ciò che vediamo, ciò che sentiamo, ciò che facciamo.

Ad esempio, è proibito scrivere: «Nonna somiglia a una strega»; ma è permesso scrivere: «La gente chiama Nonna la Strega». […]

Scriveremo: «Noi mangiamo molte noci», e non: «Amiamo le noci», perché il verbo amare non è un verbo sicuro, manca di precisione e obiettività. «Amare le noci» e «amare nostra Madre», non può voler dire la stessa cosa. La prima formula designa un gusto gradevole in bocca, e la seconda un sentimento.

Le parole che definiscono i sentimenti sono molto vaghe; è meglio evitare il loro impiego e attenersi alla descrizione degli oggetti, degli esseri umani e di se stessi, vale a dire descrizione fedele dei fatti. […]

– Lei continua a parlare di rimborsi. Vorrei che parlasse d’altro. Tanto per cominciare, che cosa scrive?

– Quello che scrivo non ha nessuna importanza.

Insiste:

– Quello che mi interessa sapere è se scrive delle cose vere o delle cose inventate.

Le rispondo che cerco di scrivere delle storie vere, ma, a un certo punto, la storia diventa insopportabile proprio per la sua verità e allora sono costretto a cambiarla. Le dico che cerco di raccontare la mia storia, ma che non ci riesco, non ne ho il coraggio, mi fa troppo male. Allora abbellisco tutto e descrivo le cose come non sono accadute, ma come avrei voluto che accadessero.

Valerio

Dal mondo calcolabile al mondo incalcolabile, dalla logica della matematica alla logica dell’esperienza. Appare uno scontro simile in Moneyball, film ispirato alla vera storia di una squadra di baseball, vincente perché creata in base a un algoritmo infallibile. E, tuttavia, la squadra inizialmente viene ripetutamente sconfitta, riuscendo a invertire la direzione di marcia solo nel momento in cui il direttore sportivo inizia, per la prima volta, a confrontarsi con i giocatori, ascoltandoli e consigliandoli. Il vero messaggio del film non è la vittoria della tecnica sull’esperienza, ma al contrario vengono messi in risalto i limiti della sola organizzazione, se priva dell’umana apertura relazionale.

Veronica

Veronica ha provato a mettere in luce la dinamica dell’insoddisfazione che deriva da una vita che è “prevedibile”, ed in particolare come il sentimento della noia possa portare ad innescare meccanismi distruttivi, come nella scena centrale di Perfetti sconosciuti, in cui la protagonista propone il “gioco pericoloso” di mettere in comune i telefoni per una sera.

Nella scena di The lobster, invece, si vede come l’uomo per sua natura tenda a creare un nuovo ordine, quando sovverte il primo, ma non sempre il nuovo ordine è garanzia di miglioramento, e soprattutto di soddisfazione. Partendo dal presupposto che l’uomo è una creatura che ha necessità di ordinare, di discernere gli eventi della propria vita, come è possibile trovare un metodo, che non sia una legge o una regola, per farlo?

Un tentativo di risposta è affidato al finale del racconto Perchè non ballate di Carver, in cui la protagonista semplicemente sta di fronte all’esperienza, lasciandosi attraversare da essa, senza necessariamente doverla chiudere in uno schema. Un possibile metodo per imparare a discernere potrebbe quindi essere il semplice stare di fronte all’evento, lasciandosi interrogare da esso.

Margherita

Margherita si è concentrata sull’aspetto del controllo che l’uomo tenta di applicare alla propria vita, in opposizione all’imprevedibilità degli eventi. I due testi presi in esame, tratti da Stoner di John Williams, sono esemplificativi del carattere del protagonista del romanzo, il quale, anche nelle circostanze più complicate, non si lascia trasportare dall’imprevisto, da ciò che oggettivamente non può controllare, evitandosi di soffrire. Allo stesso modo, d’altra parte, si impedisce di provare anche le emozioni positive, fatto che porta il personaggio ad un inevitabile vuoto interiore.

Valerio

L’imprevisto è sempre dietro l’angolo e ci costringe a variare i nostri piani, deviando dalle formule predeterminate, con le quali pretendiamo di imbrigliare il futuro. D’altronde, “nessuno si aspetta l’inquisizione spagnola”…

La pretesa di un ‘sapere totale’ non solo appare vacua, ma – anche ammettendone la possibilità – ci condannerebbe alla perpetua assenza di sorpresa, nonché a una sconfinata solitudine. Un simile, triste destino è quello proprio del Dottor Manhattan, personaggio di Watchman in grado, tra le altre cose, di vedere nello stesso momento il proprio passato, presente e futuro.

Per lui gli uomini sono prevedibili come gli ingranaggi di un orologio e immancabilmente deludenti, tanto da decidere di esiliarsi su Marte; fino al momento in cui, realizzando di aver sempre avuto davanti a sé dei piccoli e sorprendenti miracoli, deciderà di tornare sulla Terra.

L’esistenza è costellata di piccoli miracoli quotidiani, di emozioni imprevedibili e segnate dall’eccedenza che si contrappongono alle semplici reazioni causali delle macchine. Se riuscissimo a riassumerle tutte, sarebbe una contraddizione in termini. Ciononostante, nell’anno che ci attende, faremo del nostro meglio.