Emotionally Bob

(il presente testo – quasi un “report poetico” del concerto milanese di Bob Dylan – ci è offerto dall’amico FRANCESCO ZIPPEL, che ringraziamo)

Mercoledì sera un uomo con un cappello si è goffamente issato sul palco dell’Alcatraz, un piccolo ma glorioso club musicale milanese.
Accanto a sé aveva una band dal look southern, di quelle che si possono notare facilmente nelle foto delle antiche sale di registrazione di Nashville. Le luci erano basse ma il pubblico era già in visibilio. Giovanissimi cultori e stagionati coetanei dell’uomo dal cappello da cowboy si sono mescolati fin da un paio di ore prima del concerto. C’era chi lo aveva visto 25 volte o forse più ma anche chi, assoluto neofita, sperava di ascoltare quel classico ‘come lo cantava una volta’. C’era chi quasi si augurava di assistere a un concerto terribile perchè anche quando lui è terribile e latrante riesce ad essere immenso. C’era chi voleva vederlo almeno una volta ‘perchè comunque inizia pure lui ad avere settanta anni’.
Poi il momento è arrivato, lui si è accomodato al centro del palco e ha iniziato a offrirsi al pubblico del club con una generosità e un entusiasmo inconsueti.
I volti nella folla si scambiavano espressioni incredule ed esaltate. Raramente il riccioluto performer aveva saputo trasmettere una tale allegria nell’eseguire la propria musica. Nervosamente si toccava la nuca per spazzare via il sudore di un concerto mai così intenso mentre saltellava giulivo tra le tastiere, le chitarre e l’armonica. Gli spettatori continuavano a strabuzzare gli occhi mentre quel meraviglioso Chris Martin settantenne sfiorava il pubblico camminando lungo il bordo del palco intrecciando di continuo il cavo del microfono.
Un tic capace di ricordare un bizzarro sorriso ricambiava le urla della folla alla fine di ogni esecuzione, condito da qualche applauso tanto impacciato quanto inedito.
L’oscurità calava sul palco durante le sue esecuzioni più intense. Un’intera esistenza, cinquanta anni di palcoscenico sembravano scorrere in un attimo dietro i movimenti goffi e sinceri di quella rockstar in incognito. Il pubblico sembrava ormai composto, rapito dalla sincerità dello spettacolo in atto su quello spoglio palcoscenico. Tre sono stati i bis, tre classici, tre canzoni quasi ‘riconoscibili’. Poi le luci si sono alzate deboli, la southern band si è allineata lungo il palco e il piccolo cowboy ha fatto un salto in avanti per accommiatarsi, quasi un tonfo, e si è tenuto in piedi oscillando come una foglia. Ha guardato la punta del suo stivale sinistro, battuto tre volte le mani e si è eclissato dietro la scena.
Grazie Bob!