Di quali storie abbiamo bisogno?

Tra le lettura di quest’estate mi è capitato tra le mani Se ti abbraccio non aver paura, senza conoscere il “caso” creatosi su settimanali e programmi tv. Alle spalle, una storia grande. Quella di un padre che parte in viaggio con il figlio autistico: in moto, negli States, coast to coast. Una partenza senza certezze – resisteremo un giorno? tre? una settimana? – che diventa un’avventura di tre mesi.

Una storia talmente incredibile che in Fulvio Ervas, affermato giallista trevigiano, è scattata la necessità di raccontarla. Prestando la propria scrittura. Non sono mancate le polemiche sull’attendibilità della vicenda, nonostante Ervas chiarisca nelle prime pagine che il romanzo «intreccia vicende ed emozioni autentiche con fantasia e arte narrativa».
Ma a dirla tutta, non mi interessa. Mi interessa altro.
E cioè il senso di quelle tre parole – assolute, assertive – sapientemente messe in risalto: «una storia vera».

Che emozioni si accendono in noi quando ci sbattiamo contro, all’inizio di un libro o di un film? Quanto ci condizionano? Perché se le hanno messe proprio lì, prima di tutto il resto, significa che mi vogliono, mi devono condizionare.

Devo assumere una particolare attenzione?
O scusare i difetti formali perché ciò che conta è il contenuto esperienziale?

Clock, clock.

Inesorabile, comincia a ondeggiare in noi il pendolo tra scetticismo e desiderio di credere, un cocktail inebriante di critica feroce e sentimenti a piede libero. «Vicende ed emozioni autentiche», scrive appunto Ervas, intrecciate grazie a «fantasia e arte narrativa».

Una storia “vera” presuppone che vi siano anche storie “non vere”. Quindi una storia, anche se reale, potrebbe non essere vera. Mentre una storia inventata potrebbe essere molto più vera.

E questa che ho tra le mani, che storia è?

Le storie accadono, è un fatto. Le storie si scrivono, è un altro fatto.
Di quali storie abbiamo più bisogno? Leggiamo per scoprirlo, ed è questo il giallo che ci tiene incollati alla pagina.