La poesia della carta carbone

Qualche settimana fa ho ricevuto degli auguri molto singolari dall’amico poeta Fabio Messina, conosciuto in quel di Palazzolo Acreide (SR). I quali recitano così:

Unici semu tutti,
ognarunu chè so’ rarichi
chiantati nti la terra,
ma tutti semu vasati
ro stissu suli:
e subitu agghiorna!

Ed ecco qua la traduzione italiana:

Unici siamo tutti,
ciascuno con le proprie radici
piantate nella terra,
ma tutti siamo illuminati
dallo stesso sole:
ed è subito giorno!

Le parole suonano familiari… chi non ha riconosciuto quel «subito» in chiusura, balenante come un lampo? Si tratta infatti di una riscrittura dei celebri versi di Salvatore Quasimodo:

Ognuno sta solo sul cuor della terra
trafitto da un raggio di sole:
ed è subito sera.

Ma si può riscrivere una poesia? E, per di più, capovolgendola? Credo di sì. Ci sono altri casi famosi, come il Padre nostro capovolto da Bertolt Brecht in un’invocazione al Denaro. La poesia, quando raggiunge il suo punto più alto, contiene un’intuizione della realtà talmente universale che può essere letta anche al contrario: come orma, cavità, calco, negativo. Cosa succederebbe se, per esempio, facessimo copia carbone di Forse un mattino andando in un’aria di vetro di Montale? Proviamoci, per puro divertimento:

È certo: una sera, tornando alla tiepida terra
fertile, senza voltarmi, si svelerà l’ordinario:
il tutto dirimpetto, la pienezza intera e netta
si parerà di fronte, con solida meraviglia.

Né saranno più scherno o inganno virtuale
alberi case colli: ma la miracolosa verità.
Mai sarà troppo tardi; tu pure potrai gridare
al volto degli uomini il segreto che vi leggi.

7 commenti a “La poesia della carta carbone”

  1. Andrea Monda ha detto:

    ricordo che anche Hemingway rovesciò il testo del Padre Nostro dedicandolo al Nada /Nulla. Comunque la poesia di Montale rovesciata è ancora più bella!

  2. Emanuela Scicchitano ha detto:

    @ Paolo
    L’esperimento della riscrittura rovesciata è affascinante: una sorta di “mise en abîme” dell’effetto cannocchiale capovolto sulla realtà da cui scaturisce la poesia. E se Montale attraverso il suo cannocchiale ribaltava il reale nel nulla («vedrò compirsi il miracolo: / il nulla dietro di me») rendendolo correlativo oggettivo del vuoto, dell’assurdo ingannevole dell’esistere («poi come s’uno schermo, s’accamperanno di gitto / alberi case colli per l’inganno consueto»), qui invece l’epifania da negativa diventa positiva e l’ordinario si conferma nella sua pienezza, nella sua evidenza tanto che l’io invece di chiudersi in sé stesso può aprirsi al tu e affidargli l’incarico di leggere e gridare al mondo la rivelazione della verità. Ma può la meraviglia accamparsi come una certezza nelle vite degli uomini tanto da essere solida? Non è essa stessa epifanica, momentanea e dunque precaria? E dunque latrice, nel momento in cui cessa di essere, di smarrimento? Quello smarrimento celato nell’ubriachezza sia da Montale che da Sbarbaro in “Talora nell’arsura della via” in cui lo stupore che nasce dall’ammirare il mondo è paragonato all’ebbrezza fragile di chi ha bevuto e riesce così ad aderire alle cose: «E stupisco che ancora al mondo sian / gli alberi e l’acque, / tutte le cose buone della terra / che bastavano un giorno a smemorarmi…// Con questo stupor sciocco l’ubriaco / riceve in viso l’aria della notte». Senza la perdita di sé, a cui metaforicamente l’ubriachezza allude, si può aderire al reale e rendere questa percezione «solida»?

  3. Paolo Pegoraro ha detto:

    Si può e si deve, perché soltanto l’adesione al reale disintossica l’io e gli restituisce la sobrietà necessaria per comprendere dov’è collocato nel mondo. Sono stato sorpreso anch’io dal senso che assumeva la poesia man mano che la capovolgevo… eppure tutto partiva da un semplice spostamento di soggetto: non l’io che vede, ma il reale che gli si offre. L’io non è chiamato a fare un passo avanti, ma tre passi indietro, lasciandosi abitare dalla visione.

    In questo modo si può lentamente correggere lo sguardo e avvicinarsi alla «solida meraviglia». Nei primi anni del Novecento Chesterton scrive che forse siamo ancora nell’Eden, sono stati solo i nostri occhi a mutare. I momenti epifanici di meraviglia sono sprazzi di sanità che spezzano la nostra malattia oculare, la quale ci fa vedere ogni contorno individuale sfumato… così che non vediamo più “la” foglia ma la noiosa astrazione delle foglie; non più “l’albero” ma uno dei tanti nell’insignificante mucchio della foresta; non più “Emanuela” ma una sagoma umana ripetuta nell’indifferenza della folla.

    Solo la meraviglia – madre della poesia e della filosofia – percepisce interamente (e dunque realisticamente) la realtà, cioè la singolare irrepetibilità di ogni atomo e di ogni attimo. Senza meraviglia, la filosofia – presto o tardi – diventa patologia.

  4. Emanuela Scicchitano ha detto:

    Che noi “forse siamo ancora nell’Eden, sono stati solo i nostri occhi a mutare” mi pare una frase densa di spunti e di provocazioni intellettuali. Il suo significato consiste, credo, nell’invitare gli uomini a guardare meglio il mondo per poterlo apprezzare. Ma è guardando il mondo che percepiamo lo scarto fra esso e l’Eden, che è il luogo dell’immaginario deputato ad accogliere la nostra idea di irraggiungibile compimento di sé. L’Eden è il non-luogo: nel senso di matrice di tutti i luoghi reali e immaginari che da esso discendono in progressivi scarti di imperfezione e finitudine, che tuttavia costituiscono i confini della nostra percezione, del nostro essere nel mondo. Come non soffermarsi su di essi? Come non ascoltare la loro voce che ci ricorda che non siamo nell’Eden, ma nella sua caduta? Ciò non ci impedisce di apprezzare ogni atomo e ogni attimo, ma ci consente di cogliere la loro unicità nella loro smagliatura dalla perfezione edenica: una smagliatura che consiste anche in quel vuoto che Montale vedeva nell’”aria di vetro” insediarsi fra le cose ma che l’immaginazione consente di colmare. E quel “nihil” non rivela vuoti conoscitivi ma anzi esalta il pensiero umano come la risorsa a cui aggrapparci per confermarci che esistiamo, che “siamo” contro il rischio o la paura di “non essere più”.

  5. Paolo Pegoraro ha detto:

    …nell’esperienza quotidiana approfondiamo la conoscenza di noi stessi e ne rafforziamo la percezione interagendo con un’altra persona o agendo in un contesto di non-io: instaurando cioè una relazione con la realtà. La prova migliore della nostra esistenza è l’esperienza dell’essere chiamati, voluti, desiderati – così è il nascere, così è l’essere amati – quando insomma è la realtà (il non-io) che viene a cercarmi. Ma nessuno chiede a se stesso se esiste, a parte il nevrotico. In questo senso credo che Chesterton non inviti solo a “guardare meglio” le cose, quanto a capovolgere la dinamica abituale dello sguardo. Se sono gli occhi a essere mutati, come si fa a vedere il mondo diversamente? Sempre da quei due occhi malati devo passare, sempre da me devo partire. Non se ne esce, finché il soggetto vedente è l’io. Ma se la realtà diventa il soggetto vedente e io il suo oggetto; se io non “vedo”, ma “sono visto” e riconosciuto; allora percepisco che nell’esistente – pure monco, parziale, deformato, incompleto – è in atto un mistero che valica le mura della mia soggettività e mi sollecita una risposta.

    Tuttavia c’è differenza tra constatare l’imperfezione e affermare il niente. L’imperfetto è dinamico, il niente immobile. Montale non parla di una realtà zoppa o informe, ma di una realtà che è tout-court «inganno» e la cui verità è «il vuoto». Non parla di un mondo imperfetto che va verso o lotta per la propria compiutezza, ma di un mondo finto («schermo») che maschera l’immutabile certezza del nulla: tant’è che il poeta non osa neppure il grido comune della rivolta nietzschiana, ma se ne va solingo e «zitto». Il Vuoto non è l’umile ammissione d’ignoranza del Mistero (“c’è ma non so”): al contrario, è un’affermazione netta, assoluta, indiscutibile (non si parla con «gli uomini che non si voltano»). Alla fine il soggetto resta appeso a se stesso: non perché il mondo ha rivelato la sua inconsistenza, ma perché lui è rimasto imprigionato dentro il proprio splendido cranio.

  6. Fabio Messina ha detto:

    La meraviglia può accamparsi come certezza nella vita di un uomo quando questo ambisce a guardare negli occhi un altro uomo o qualsiasi altro oggetto “vivo” del creato, riconoscendolo tale e non come uno specchio di sè. E’ il concetto di perfezione espresso molto bene nell’inno alla Carità di San Paolo, che ritengo essere non solo la più bella poesia mai scritta nella storia dell’uomo, non solo la più concreta constatazione di un bisogno “istintivo” dell’uomo antesignana dei fondamenti della psicologia moderna; ma anche il meraviglioso incontro tra arte, scienza, coscienza, etica e morale. Il segreto a mio avviso è tutto lì…

  7. Rovena Bocci ha detto:

    Si, una poesia si può riscrivere, prenderne il significato e stravolgerlo, farne una parodia, prenderne uno spunto.
    Nell’ottica de “l’Arte crea Arte”, quando cioè, in questo caso una poesia, evoca sensazioni-situazioni identiche o contrarie per scrivere o ri-scrivere, come negli esempi sopra citati di altre opere scritte da Autori noti.
    Sempre bene citare l’Autore della poesia, di cui si è tratto spunto, sia per rispetto dell’Autore stesso e per non incorrere, in un certo senso, nel plagio.
    Ci sono lezioni di scrittura creativa sulla poesia di note scuole d’Arte e Cultura, che traggono spunto da poesie, per far costruire altre poesie.
    Rovena Bocci.

Prima di inserire un commento, assicurati di aver letto la nostra policy sui commenti.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *