La poesia della carta carbone

Qualche settimana fa ho ricevuto degli auguri molto singolari dall’amico poeta Fabio Messina, conosciuto in quel di Palazzolo Acreide (SR). I quali recitano così:

Unici semu tutti,
ognarunu chè so’ rarichi
chiantati nti la terra,
ma tutti semu vasati
ro stissu suli:
e subitu agghiorna!

Ed ecco qua la traduzione italiana:

Unici siamo tutti,
ciascuno con le proprie radici
piantate nella terra,
ma tutti siamo illuminati
dallo stesso sole:
ed è subito giorno!

Le parole suonano familiari… chi non ha riconosciuto quel «subito» in chiusura, balenante come un lampo? Si tratta infatti di una riscrittura dei celebri versi di Salvatore Quasimodo:

Ognuno sta solo sul cuor della terra
trafitto da un raggio di sole:
ed è subito sera.

Ma si può riscrivere una poesia? E, per di più, capovolgendola? Credo di sì. Ci sono altri casi famosi, come il Padre nostro capovolto da Bertolt Brecht in un’invocazione al Denaro. La poesia, quando raggiunge il suo punto più alto, contiene un’intuizione della realtà talmente universale che può essere letta anche al contrario: come orma, cavità, calco, negativo. Cosa succederebbe se, per esempio, facessimo copia carbone di Forse un mattino andando in un’aria di vetro di Montale? Proviamoci, per puro divertimento:

È certo: una sera, tornando alla tiepida terra
fertile, senza voltarmi, si svelerà l’ordinario:
il tutto dirimpetto, la pienezza intera e netta
si parerà di fronte, con solida meraviglia.

Né saranno più scherno o inganno virtuale
alberi case colli: ma la miracolosa verità.
Mai sarà troppo tardi; tu pure potrai gridare
al volto degli uomini il segreto che vi leggi.