Lo scrittore è un asceta

Che cos’è la letteratura? Risponderebbe André Blanchet:  “La letteratura? È un’esplorazione dell’abisso:  quello dell’autore, e anche il nostro”. La letteratura permette l’ingresso in quest’abisso, discernendo sensi sotterranei, motivazioni e significati, al di là di quel prosaico e scialbo significato letterale, di quella letteralità che “uccide”. La vita letteralizzata è quella ridotta al senso comune, all’apparenza, alla banalità illuministica della superficie. Allora la vocazione alla letteratura è quella di “resistere alle forze della disumanizzazione” attraverso la capacità di lettura della vita come un testo ricco di significati:  ogni vita può essere letta nei suoi punti forti e nei suoi punti deboli, può essere interpretata, o meglio ancora, “eseguita”:  ogni vita ha la sua cifra.

Certo qualcuno, molti forse, non saprebbero che farsene della polisemia, della ricchezza di significati della propria vita, ma scoprirla è accedere a un territorio in cui si acquista consapevolezza di sé e del mondo. La passione per la lettura – che è anche passione per la polisemia della vita – richiede delle condizioni, vi è uno “straniamento”, per il quale il mondo in cui ci si immerge nella lettura non è più il nostro, il solito (la Yourcenar e i suoi lettori entrano nel tempo di Adriano, come i lettori di Kafka si muovono verso l’irraggiungibile Castello e i lettori di Carroll entrano nel Paese delle meraviglie). Tuttavia è proprio a partire dalla cripta del testo letterario e dai suoi sotterranei che è possibile rimettere in questione sia la nostra percezione comune delle cose sia la nostra personale esistenza in un gioco di interpretazioni e significati colti con maggiore chiarezza. Ecco allora la via per comprendere la virtù paradossale della lettura:  quella di astrarci dal mondo per trovargli un senso.

Cogliere la ricchezza di significati della vita non significa aggrovigliarsi in speculazioni astratte, emozioni tumultuose o idee grandiose, ma agganciarsi saldamente al reale. Personaggi e avvenimenti hanno sempre un aspetto che colpisce la percezione, sono incarnati e materiali. Con i concetti astratti non si fanno storie:  “La caratteristica principale, e più evidente, della narrativa – scrive in un suo saggio Flannery O’Connor – è quella d’affrontare la realtà tramite ciò che si può vedere, sentire, odorare, gustare, toccare. È questa una cosa che non si può imparare solo con la testa; va appresa come un’abitudine, come un modo abituale di guardare le cose”. E quest’abitudine deve mettere radici profonde in tutta la personalità dell’artista. Certi scrittori principianti, a giudizio della scrittrice americana, purtroppo sono consapevoli di problemi, di temi, di tutto quel che sa di sociologia, ma non di persone, dell’ordito dell’esistenza, di quei particolari di vita concreti che danno realtà “al mistero della nostra posizione sulla terra”. La sensibilità e l’acume psicologico sono poveri strumenti per scrivere di narrativa. È la materia e la concretezza della vita che danno realtà al mistero del nostro essere nel mondo.

Non si deve però confondere quest’atteggiamento con una sorta di crudo naturalismo, che sarebbe invece solo un vicolo cieco. Il romanzo non è chiamato a far la fotografia del reale o a essere una sua replica anastatica:  ne è un’interpretazione e il dovere dello scrittore è “contemplare l’esperienza, non dissolversi in essa”. Si tratta di un realismo orientato in direzione del mistero, che si manifesta, ad esempio, nella forma dell’imprevisto o, addirittura, del grottesco, di uno scarto. Il tipo di narrativa congeniale a questa visione dunque apparirà l’esatto contrario del “buon senso” vagamente laico, razionale e illuministico. Sarà dunque eccentrico, spingerà sempre i propri limiti verso i limiti del mistero, sarà più interessato a ciò che appare incomprensibile o difficile da comprendere rispetto a ciò che invece è ben comprensibile.
Del resto, se nella comunicazione normale lo scopo primario è la chiarezza, in generale la letteratura invece pone in secondo piano il fine puramente pratico di comunicazione per puntare al senso del reale. Ma per far sí che gli oggetti, la realtà, il linguaggio, da quotidiani, usuali, banali, diventino sorprendenti, occorre che lo scrittore, sfruttando le immense possibilità di scelta e le non poche possibilità che il sistema linguistico offre, operi una selezione e una combinazione diversa dai modi della comunicazione ordinaria, distolga gli elementi significanti dai loro consueti significati, produca immagini insolite. Solo attraverso questo processo il meccanismo della consuetudine verrà spezzato, le attese dell’ascoltatore-lettore, altrimenti abituato, verranno sorprese.

Da questa “eccentricità” emerge anche la dimensione simbolica del dettaglio realistico. Quindi la mente che meglio sa apprezzare un romanzo non è la più istruita, ma quella che è disposta “ad approfondire il senso del mistero attraverso il contatto con la realtà, e il proprio senso della realtà attraverso il contatto con il mistero”.

Il significato “intellettuale” della storia, a questo punto, non può essere mai al di là della storia stessa che viene raccontata:  è la stessa storia, in quanto esperienza e non astrazione. Il romanziere “dimostra” qualcosa che non si può dimostrare in un altro modo se non con un romanzo:  il significato non è mai astratto, ma vissuto. Da ciò si deduce anche che quando in un romanzo il tema è isolabile dalla storia, esso di certo non sarà un granché.

La dimensione “espansiva” della narrazione, quando è ben realizzata in un buon romanzo, fa sì che in esso accada molto di più di quanto il lettore riesca a cogliere sul momento, di quanto balzi all’occhio. Lo scrittore dunque è chiamato ad avere una visione del mondo capace di intuire più livelli di realtà in un’immagine o in una situazione, deve avere una prospettiva ampliata della scena umana.
L’esperienza della letteratura è un modo di interpretare il mondo e cogliere al suo interno il suo mistero. E questo è un dono:  chi ha l’abilità di crear vita con le parole è stato chiamato dalla presenza di un dono. Ma esso è anche una responsabilità e richiede un certo ascetismo. Quest’aspetto fa sì che non ci sia tecnicismo che regga e che il pozzo a cui lo scrittore deve attingere sia molto profondo:  se uno scrittore vale qualcosa, ciò che crea avrà la propria fonte in un luogo ben più vasto di quello che la sua mente cosciente può abbracciare, e sarà sempre una sorpresa.

(© L’Osservatore Romano – 23-24 novembre 2009)