2+2=5: Pazzi, strambi e visionari

“C’è del metodo in questa follia”, mormora fra sé uno sconcertato Polonio di fronte ai bizzarri ragionamenti di Amleto. È dunque pazzo il giovane Principe di Danimarca? Tutti a corte se lo chiedono – e la considerazione di Polonio non è di alcun aiuto.

In verità, lungo la tragedia il confine tra salute e follia viene scavalcato di continuo: Amleto simula con Polonio, ma nella Scena II del primo Atto così aveva risposto alla madre che lo incoraggiava a scrollarsi di dosso il malumore (elargendo ciò che da più parti è stato modernamente definito un eccellente ritratto della depressione):

Sembra, signora? No, non sembra, è; io non conosco “sembra”. Non è soltanto il mantello d’inchiostro, buona madre, né il mio vestir consueto, sempre così solennemente nero, né il sospirar violento del mio petto, né il copioso fluire dei miei occhi, né l’aspetto contratto del mio volto con gli altri segni e mostre del dolore, ad esprimere il vero di me stesso. Di tutto questo si può dir che “sembra”, perché questi son tutti atteggiamenti che ciascuno potrebbe recitare. Ma quel che ho dentro va oltre la mostra… queste esteriori son tutte gualdrappe, e livree del dolore, nulla più.

La sua ricerca di giustizia è lucida, ma i sentimenti che lo attraversano sono il lutto, lo sconcerto, il risentimento, la disperazione, la furia: una emotività in subbuglio che è facile sottostimare se ci si ferma al semplice gioco vero/falso nel quale sono, del resto, intrappolati gli altri personaggi.

Amleto, folle di rabbia, lucidamente simula la propria follia per dire ciò che non può dire altrimenti (e per costringere gli altri a fare lo stesso). E dove non arriva la comunicazione sghemba della vera o presunta follia, ecco il teatro a riempire lo spazio:

Devo far recitar da questi attori qualcosa che, in presenza di mio zio, richiami l’assassinio di mio padre. Starò poi a spiar la sua reazione. Lo voglio scandagliare fino in fondo. Se appena accenna a un minimo sussulto, so quel che fare.

Teatro e follia hanno molto in comune da ben prima di Amleto: “I beni più grandi ci vengono dalla pazzia” dice Socrate nel Fedro (τὰ μέγιστα τῶν ἀγαθῶν ἡμῖν γίγνεται διὰ μανίας), almeno quando appartengano a una di queste quattro categorie:

  1. il furore profetico (da Apollo)
  2. il furore telestico o rituale (da Dioniso)
  3. il furore poetico (ispirato dalle Muse)
  4. il furore erotico (da Afrodite ed Eros).

L’“ispirazione” porta nell’opera un surplus di significato che l’autore non potrebbe trasmettere altrimenti: lo trascende e lo supera, dunque non può che avere origine divina.

Quattro furori come doni divini dunque – ma non tutti i doni divini sono fortunati.

Aiace, furibondo con gli Achei che gli hanno negato le armi di Achille, si abbandona al desiderio di farne scempio; ma quando riprende il senno si rende conto che Atena gli ha fatto credere di uccidere soldati greci mentre si stava accanendo su un gregge di pecore.

Per la vergogna, si uccide: il suo rivale Odisseo però non celebra. Con le parole di L. Binswanger:

Sebbene Aiace mi sia nemico, io scorgo nella sua sorte, cioè nella sua follia, anche τὸ ἐμόν, null’altro che «la mia sorte», come dice Kierkegaard, cioè la nostra sorte comune, di essere uomini, che però qui significa «fantasmi» (εἴδωλα) o «ombre inconsistenti», poiché «tutte le cose umane un sol giorno abbatte e suscita».

Letteratura, cinema, teatro sono pieni di personaggi folli e stravaganti che tanto più sono riusciti quanto più risultano sfuggenti, ambigui.

Proprio per la loro non convenzionalità, proiettiamo facilmente su queste figure le nostre immedesimazioni, i nostri desideri, le nostre interpretazioni e facciamo fatica a separarci dal loro protagonismo. Ma l’enigma rimane insoluto, il mistero resta tale e qualcosa del folle sempre ci sfugge.

Per fortuna, l’arco dei personaggi che folli non sono affatto e che loro malgrado spesso accompagnano queste avventure/disavventure ci ricorda che quando smettiamo di essere (sempre con Binswanger) soggetti disinteressati [unbeteiligtes Subjekt] e vediamo nel folle l’altro uomo [Mit-Mensch] sul “fondo” [Grund] della nostra stessa condition humaine, allora – forse – accediamo a una “visione” che prima ci era nascosta e che invece ci riguarda.