Le voci e le storie

La nostra vita è immersa nei suoni, nei rumori e nelle voci, che per lo più ci infastidiscono e ci stancano, per cui per il riposo cerchiamo la quiete e il silenzio, soprattutto a contatto con la natura, dove recuperiamo altri suoni, altri rumori, altre voci. Quest’ultimi ci portano fuori dal presente, ci trascinano indietro nel tempo, anche lontano, tanto che possiamo essere indotti a chiederci quale fosse l’ambiente sonoro degli antichi Greci e Romani. È quanto ha fatto Maurizio Bettini (nella foto), con la sua straordinaria capacità di indagine nei testi classici, spaziando dai più ai meno noti, nell’interessante saggio Voci. Antropologia sonora del mondo antico (Einaudi, 2008). Innanzitutto lo studioso ci fa notare che il mondo antico possedeva tutta una serie di sonorità, legate ad attività artigianali scomparse (come i colpi di martello dei fabbri, lo strepito delle macine dei mugnai, il cigolio dei carri, i colpi di frusta), che noi abbiamo perduto, ma molto più presenti erano le voci degli animali, ossia latrati, ragli, nitriti, belati, grugniti, cinguettii, di cui noi, oltre a quest’ultimi prodotti da alcune specie d’uccelli, conosciamo quasi unicamente l’abbaiare dei cani e il miagolio dei gatti. Gli antichi invece erano a contatto con un repertorio di voci di animali molto più ampio, per designare le quali avevano inventato verbi fortemente espressivi, come il caccabare delle pernici, il iubilare dei nibbi, il gannire delle volpi e il drindrare delle donnole. Queste voci dei diversi animali si sentivano perché c’erano meno rumori di disturbo, perché si viveva più a contatto con la natura, ma anche perché c’era un preciso interesse ad ascoltarle. Gli antichi infatti consideravano le voci degli animali, in particolare degli uccelli, messaggi di buono o di cattivo augurio, attribuivano loro la funzione di annunciare le stagioni, ma anche la capacità di predire il futuro. Per di più i canti degli uccelli erano capaci di far recuperare vicende di antichi miti e di fornire a musicisti e poeti occasioni di ispirazione melodica, come ci attesta soprattutto il famoso frammento di Alcmane in cui il poeta fa riferimento al canto delle pernici come sua fonte d’ispirazione. A queste voci gli uomini antichi hanno dovuto dare dei nomi, hanno dovuto creare dei verbi che le esprimessero; tutto questo ha indotto a produrre dei testi e a tessere delle storie, che le testimonianze scritte di autori maggiori e minori ci conservano, permettendoci di recuperare molte di quelle voci. Muovendosi attraverso i testi che consentono in vari modi di riappropriarci di qualcosa di queste voci ormai per lo più mute per sempre, Maurizio Bettini ha percorso quattro itinerari di ricerca, che sovente si intersecano tra di loro. Dapprima indaga la “densità” della voce animale, cioè la sua capacità di veicolare significati simbolici e culturali, talvolta anche con esiti di carattere decisamente narrativo, attraverso il modo in cui gli uomini l’hanno registrata ed espressa in forma metaforica: di qui nascono le connessioni tra il verro e il suo quiritare, il nibbio e il suo iubilare, il lupo e il suo ululare. Il secondo percorso di indagine è quello che riguarda la riarticolazione sonora delle voci degli animali per individuare nelle loro sonorità brevi messaggi dotati di significato anche per gli uomini. È una lunga tradizione, mantenutasi fin quasi ai giorni nostri nel mondo contadino, che possiamo ritrovare ancora in versi famosi del Pascoli, pervasi di stupore e meraviglia per il legame tra mondo animale e mondo umano: Un cocco! /ecco ecco un cocco un cocco per te! Il terzo percorso viene definito dallo studioso del “discorso dispiegato”: è quanto accade in quei racconti mitologici in cui agli animali, ed in particolare agli uccelli, viene attribuita una vera e propria capacità di parlare un linguaggio comprensibile per quegli uomini che hanno ricevuto il dono magico di capirla! È quanto avviene per personaggi di mitologie di paesi diversi, da Melampo a Eleno a Sigurdht. Il quarto percorso è quello della pratica divinatoria, attraverso i cui strumenti ermeneutici gli àuspici e gli indovini sono in grado di estrapolare dal canto degli uccelli presagi ed ordini per gli uomini.

Dalla lettura di questo libro comprendiamo come un più stretto rapporto tra gli uomini e gli animali, soprattutto attraverso la percezione delle loro voci, sia stato per gli antichi un’inesauribile incentivo all’immaginazione e una costante occasione di creazione di storie, talvolta concentrate nell’elaborazione di un vocabolo, altre volte dispiegate in un concatenarsi di eventi, storie, però, sempre percepite come veritiere, per quell’adesione fiduciosa dell’uomo dell’antichità al mondo della natura di cui si sente parte. Questa giustificazione affabulatoria dei vocaboli inventati dagli uomini antichi per indicare le voci degli animali, mette in crisi l’affermazione della linguistica generale secondo cui il legame che intercorre tra significante e significato è puramente arbitrario. Nel nostro caso, alla base del processo creativo, c’è piuttosto la meraviglia, la meraviglia con cui si guarda alla cosa, all’oggetto, nel caso specifico all’animale. Di qui possiamo capire che senza l’oggetto non ci sarebbe il pensiero, all’origine del quale c’è appunto la meraviglia che le “cose” intorno a noi riescono a suscitare: di qui sono nate le storie.