Intervento all’Officina del 24 gennaio

La suite I Pianeti di Holst ci testimonia un modo particolare di porsi di fronte alla volta stellata del cielo, quello di cogliere delle peculiarità dei singoli pianeti ed esprimerle attraverso le forme musicali. Altri modi di rapportarsi alla meraviglia dell’universo possono essere il senso di smarrimento, con il percepire tra sé e il firmamento una distanza abissale, ma anche un incombere, oppure il sentirsi portati ad un dialogo per colmare l’abisso, sia come interrogazione che come acquisizione di certezze.
Un esempio di cielo stellato che grava ed incombe sullo spettatore, in modo inquietante, è dato dal quadro di Vincent Van Gogh Notte stellata (nella foto) del 1889, mentre una poesia di  Giovanni Pascoli ci dà il senso dello smarrimento:


LA VERTIGINE

Si racconta di un fanciullo che aveva
perduto il senso della gravità…

 I
Uomini, se in voi guardo, il mio spavento
cresce nel cuore. Io senza voce e moto
voi vedo immersi nell’eterno vento;

voi vedo, fermi i brevi piedi al loto,
ai sassi, all’erbe dell’aerea terra,
abbandonarvi e pender giù nel vuoto.

Oh! voi non siete il bosco, che s’afferra
con le radici, e non si getta in aria
se d’altrettanto non va su, sotterra!

Oh! voi non siete il mare, cui contraria
regge una forza, un soffio che s’effonde,
laggiù, dal cielo, e che giammai non varia.

Eternamente il mar selvaggio l’onde
protende al cupo; e un alito incessante
piano al suo rauco rantolar risponde.

Ma voi… Chi ferma a voi quassù le piante?
Vero è che andate, gli occhi e il cuore stretti
a questa informe oscurità volante;

che fisso il mento a gli anelanti petti,
andate, ingombri dell’oblio che nega,
penduli, o voi che vi credete eretti!

Ma quando il capo e l’occhio vi si piega
giù per l’abisso in cui lontan lontano
in fondo in fondo è il luccichìo di Vega…?

Allora io, sempre, io l’una e l’altra mano
getto a una rupe, a un albero, a uno stelo,
a un filo d’erba, per l’orror del vano!

a un nulla, qui, per non cadere in cielo!

II

Oh! se la notte, almeno lei, non fosse!
Qual freddo orrore pendere su quelle
lontane, fredde, bianche azzurre e rosse,

su quell’immenso baratro di stelle,
sopra quei gruppi, sopra quelli ammassi,
quel seminìo, quel polverìo di stelle!

Su quell’immenso baratro tu passi
correndo, o Terra, e non sei mai trascorsa,
con noi pendenti, in grande oblìo, dai sassi.

Io veglio. In cuor mi venta la tua corsa.
Veglio. Mi fissa di laggiù coi tondi
occhi, tutta la notte, la Grande Orsa:

se mi si svella, se mi si sprofondi
l’essere, tutto l’essere, in quel mare
d’astri, in quel cupo vortice di mondi!

veder d’attimo in attimo più chiare
le costellazïoni, il firmamento
crescere sotto il mio precipitare!

precipitare languido, sgomento,
nullo, senza più peso e senza senso.
sprofondar d’un millennio ogni momento!

di là da ciò che vedo e ciò che penso,
non trovar fondo, non trovar mai posa,
da spazio immenso ad altro spazio immenso;

forse, giù giù, via via, sperar… che cosa?
La sosta! Il fine! Il termine ultimo! Io,
io te, di nebulosa in nebulosa,

di cielo in cielo, in vano e sempre, Dio!

Entrambe queste opere si collocano in un momento di grandi trasformazioni a livello teorico. Infatti nel 1905 Albert Einstein formula la Teoria della relatività ristretta e nel 1915  la Teoria della relatività generale. Negli anni successivi  avviene la messa in crisi della meccanica classica con il conseguente passaggio alla meccanica quantistica, che potenzia la funzione dell’osservatore.

Ritorniamo alla suite: Holst si rapporta ai pianeti secondo le possibilità artistiche dell’espressionismo. Infatti egli cerca di individuare il carattere specifico di ogni pianeta e di esprimerlo musicalmente. Il suo è però un itinerario di cultura, più che di immediatezza e di esperienza personale, o meglio Holst fa esperienza dei pianeti attraverso una dimensione culturale e la esprime artisticamente con il linguaggio della musica. Altra cosa è l’immediatezza dell’esperienza personale. Guardare il cielo stellato è una visione sempre uguale per l’uomo nei millenni, in quanto la volta del cielo è rimasta immutata nel tempo. Qualcosa del nostro percepirla può essere cambiato a causa del crescere dell’illuminazione terrestre artificiale. Spero che altri tra di voi abbiano avuto, come me, la fortuna di poter guardare il cielo in una fredda e limpida notte stellata d’inverno dalla cima di una montagna, intorno ai 2000 metri dove non ci fosse illuminazione elettrica, e abbiano potuto addentrasi negli spazi sconfinati con l’aiuto di un telescopio, fino a poter vedere i satelliti di Giove e gli anelli di Saturno. È una sensazione che sconcerta, inquieta, ma soprattutto pone degli interrogati e a qualcuno suggerisce risposte sicure. Si ha veramente l’impressione di uscire dal nostro mondo, di sollevarsi da terra ed entrare in una dimensione diversa che dà un’emozione particolare che forse viene resa compiutamente solo dal vocabolo “vertigine” che è appunto quello scelto dal Pascoli come titolo della sua poesia.

Ciascuno di noi, di fronte all’immensità dell’universo pur percepita nella limitatezza del personale angolo visuale, può avere due atteggiamenti, smarrimento o acquisizione di certezze,  come può sentire il firmamento lontano, irraggiungibile, oppure vicino, avendo la sensazione di farne parte. La volta celeste può essere sentita come qualcosa di nettamente separato dall’uomo e quindi ininfluente su di lui e sulla sua vita, oppure come un insieme di elementi in relazione con l’uomo e quindi capaci di determinarlo: di qui nasce il desiderio di scoprire le leggi del determinismo.
Se ritorniamo alla suite di Holst, dobbiamo dire che egli esprime con espressionismo musicale i caratteri dei pianeti consolidati dalla più antica tradizione classica, per cui filtra le sue emozioni attraverso l’acquisizione culturale. Un’acquisizione che si perde nella notte dei tempi e che pone Holst in una posizione tolemaica, in cui egli, uomo al centro dell’universo, può proprio per la percezione di centralità della Terra, porsi in dialogo diretto con i singoli pianeti, mentre il passaggio al sistema galileiano ha portato l’uomo ad una posizione di marginalità con conseguente personale sconcerto.
Se vogliamo recuperare questo filtro culturale attraverso il quale Holst si rapporta ai pianeti dobbiamo risalire al mondo classico e soffermarci sulla descrizione dell’organizzazione del sistema che ci viene fornita da Cicerone alla fine del Somnium Scipionis. In quest’opera abbiamo una raffigurazione dell’universo percepita da un punto di osservazione particolare, umanamente impossibile, cioè dalla Via Lattea, dove in sogno l’Africano Minore viene portato e dove incontra il suo antenato, l’Africano Maggiore, che gli spiega la configurazione dell’universo e il destino degli uomini dopo la morte. Leggiamo in particolare i capp. 17 e 18.
17) Eccoti sotto gli occhi tutto l’universo compaginato in nove orbite, anzi, in nove sfere. Una sola di esse è celeste, la più esterna, che abbraccia tutte le altre: è il dio sommo che racchiude e contiene in sé le restanti. In essa sono confitte le sempiterne orbite circolari delle stelle, cui sottostanno sette sfere che ruotano in direzione opposta, con moto contrario all’orbita del cielo. Di tali sfere una è occupata dal pianeta chiamato, sulla terra, Saturno. Quindi si trova quel fulgido astro – propizio e apportatore di salute per il genere umano – che è detto Giove. Poi, in quei bagliori rossastri che tanto fanno tremare la terra, c’è il pianeta che chiamate Marte. Sotto, quindi, il Sole occupa la regione all’incirca centrale: è guida, sovrano e regolatore degli altri astri, mente e misura dell’universo, di tale grandezza, che illumina e avvolge con la sua luce tutti gli altri corpi celesti. Lo seguono, come compagni di viaggio, ciascuno secondo il proprio corso, Venere e Mercurio, mentre nell’orbita più bassa ruota la Luna, infiammata dai raggi del Sole. Al di sotto, poi, non c’è ormai più nulla, se non mortale e caduco, eccetto le anime, assegnate per dono degli dèi al genere umano; al di sopra della Luna tutto è eterno. La sfera che è centrale e nona, ossia la Terra, non è infatti soggetta a movimento, rappresenta la zona più bassa e verso di essa sono attratti tutti i pesi, per una forza che è loro propria.

Teniamo presente che per gli antichi i pianeti erano Mercurio Venere Marte Giove e Saturno,  a cui venivano aggiunti il Sole, la Luna, la Terra e le Stelle fisse per creare nove sfere celesti. Per questa ragione un rapporto di identificazione mitologica reale si può stabilire solo con questi cinque pianeti, mentre a quelli scoperti successivamente sono stati dati nomi di divinità classiche per semplice analogia. Urano infatti è stato scoperto nel ‘700, Nettuno nell’800, Plutone nel ‘900 e recentemente sono stati aggiunti i cosiddetti Pianeti nani, per i quali ci sono varie proposte di nomi mitologici, non ancora universalmente accettate dalla comunità scientifica. Secondo gli antichi le nove sfere celesti producevano un dulcis sonus, la più melodiosa delle melodie, come ci dice sempre Cicerone.

18) Dopo aver osservato questo spettacolo, non appena mi riebbi, esclamai: «Ma che suono è questo, così intenso e armonioso, che riempie le mie orecchie?». «È il suono», rispose, «che sull’accordo di intervalli regolari, eppure distinti da una razionale proporzione, risulta dalla spinta e dal movimento delle orbite stesse e, equilibrando i toni acuti con i gravi, crea accordi uniformemente variati; del resto, movimenti così grandiosi non potrebbero svolgersi in silenzio e la natura richiede che le due estremità risuonino, di toni gravi l’una, acuti l’altra. Ecco perché l’orbita stellare suprema, la cui rotazione è la più rapida, si muove con suono più acuto e concitato, mentre questa sfera lunare, la più bassa, emette un suono estremamente grave; la Terra infatti, nona, poiché resta immobile, rimane sempre fissa in un’unica sede, racchiudendo in sé il centro dell’universo. Le otto orbite, poi, all’interno delle quali due hanno la stessa velocità, producono sette suoni distinti da intervalli, il cui numero è, possiamo dire, il nodo di tutte le cose; imitandolo, gli uomini esperti di strumenti a corde e di canto si sono aperti la via per ritornare qui, come gli altri che, grazie all’eccellenza dei loro ingegni, durante la loro esistenza terrena hanno coltivato gli studi divini.

Tutto questo è ripreso e finalizzato in un’ottica cristiana da Dante nella Commedia che proprio di quest’impianto cosmologico si avvale. Dante dimostra di conoscere bene il brano prima citato del Somnium Scipionis, che ricalca nella conclusione del canto XXII del Paradiso, quando anch’egli guarda il mondo terrestre dall’alto dei cieli, per la precisione dalla costellazione dei Gemelli:

  Col viso ritornai per tutte quante
le sette spere, e vidi questo globo
tal, ch’io sorrisi del suo vil sembiante;

 e quel consiglio per migliore approbo
che l’ha per meno; e chi ad altro pensa
chiamar si puote veramente probo.

 Vidi la figlia di Latona incensa
sanza quell’ombra che mi fu cagione
per che già la credetti rara e densa.

 L’aspetto del tuo nato, Iperione,
quivi sostenni, e vidi com’si move
circa e vicino a lui Maia e Dione.

 Quindi m’apparve il temperar di Giove
tra ‘l padre e ‘l figlio: e quindi mi fu chiaro
il variar che fanno di lor dove;

 e tutti e sette mi si dimostraro
quanto son grandi e quanto son veloci
e come sono in distante riparo.

 L’aiuola che ci fa tanto feroci,
volgendom’io con li etterni Gemelli,
tutta m’apparve da’ colli a le foci;

 poscia rivolsi li occhi a li occhi belli.
(vv. 133-154)

L’uomo, fin dai tempi più antichi, si è rapportato a quelle sfere luminose nella notte, lontanissime e rotanti e le ha legate a sé, divinizzandole e attribuendo loro poteri e capacità di condizionamenti sulla vita della Terra. Di qui è nata una scienza antichissima, l’astrologia, discussa, ma tuttora viva, per comprendere ed utilizzare i segreti di questi rapporti.
Quello che per noi può essere interessante è capire come siano avvenute le identificazioni tra i pianeti e le divinità della mitologia classica. Determinanti sembrano essere state le caratteristiche fisiche dei singoli pianeti.

MERCURIO è il più piccolo dei pianeti e il più vicino. Forse per questo a lui può essere stata attribuita l’identificazione con il messaggero degli dei, figlio di Giove, cioè colui che dagli spazi più lontani, assegnati alle divinità maggiori, si avvicina agli uomini. In realtà i Greci attribuirono a Mercurio due nomi: Apollo, la stella del mattino, ed Hermes, la stella della sera. La realizzazione del fatto che si trattasse di un unico pianeta è attribuita a Pitagora.

Per capire le caratteristiche che gli antichi gli attribuivano leggiamo un’ode di Orazio (Carm. I, 10):

O dio Mercurio, nipote di Atlante,
d’eloquenza grandissima dotato,
che nella tua sagacia hai dato forma
ai costumi selvaggi,
degli uomini comparsi da poco sulla terra
col dono del linguaggio
e con la pratica della palestra
che ai corpi dà vigore e armonia:
io canterò te, messaggero
del grande Giove e di tutti gli dei,
che padre sei della ricurva lira,
astuto nel nascondere quello che t’è piaciuto
dopo averlo rubato
con grandissimo tuo divertimento.

Mentre cercava un giorno con voce minacciosa
di spaventare te ancora fanciullo
– se non avessi reso le giovenche
che gli avevi sottratto con l’inganno –
Apollo scoppiò a ridere accorgendosi
che in quel preciso istante
gli avevi trafugato la faretra.
E fu con la tua guida che Priamo, il ricco re,
uscendo poi da Ilio nella notte,
eluse i fieri Atridi
e i fuochi dei Tessali veglianti
in quell’accampamento così funesto a Troia.

Tu sei colui che guidi gli spiriti dei giusti
nelle dimore liete,
se con la verga d’oro già sospingi
quella folla leggera, evanescente…
gradito sempre a tutti
tanto agli dei del cielo
quanto a quelli degli inferi profondi.

VENERE è l’oggetto naturale più luminoso nel cielo notturno, con l’eccezione della Luna. Ha l’aspetto di una stella lucentissima, di colore giallo-biancastro. Poiché si trova vicino al Sole, può essere visto di solito soltanto per poche ore e nelle vicinanze del Sole stesso: durante il giorno la luminosità solare lo rende difficilmente visibile; è invece molto brillante subito dopo il tramonto (Vespero), sull’orizzonte ad ovest, oppure poco prima dell’alba (Lucifero) verso est, compatibilmente con la sua posizione. Essendo uno degli oggetti più luminosi nel cielo, il pianeta è conosciuto sin dall’antichità e ha avuto un significativo impatto sulla cultura umana. È descritto dai Babilonesi in testi di scrittura cuneiforme come la Tavola di Venere di Ammisaduqa. I Babilonesi chiamarono il pianeta Ishtar, la dea della mitologia sumera, personificazione dell’amore e della femminilità. Gli Egizi identificavano Venere con due pianeti diversi, e chiamavano la stella del mattino Tioumoutiri e la stella della sera Ouaiti. Allo stesso modo, i Greci distinguevano tra la stella del mattino, Phòsphoros, e la stella della sera, Hèsperos; tuttavia, nell’epoca Ellenistica, si comprese che si trattava dello stesso pianeta. Hesperos fu tradotto in Latino come Vespero e Phosphoros come Lucifero (“portatore di luce”), termine poetico in seguito utilizzato per l’angelo caduto allontanato dal cielo. L’identificazione con la femminilità e l’amore, risalente appunto ai sumeri, va messa in rapporto con la sorridente ammaliante luminosità e l’ apparire e scomparire, rendersi prezioso, di questo corpo celeste.
Numerosi sono i poeti che hanno cantato Venere, tra i più celebri, l’autore dell’Inno ad Afrodite, compreso tra gli Inni omerici, Lucrezio nel De rerum natura (I, 1-43) e Ovidio nei Fasti (IV, 85-132). Leggiamo il testo di Lucrezio:

Madre degli Eneadi, gioia degli uomini e degli dèi,
alma Venere, che sotto i corsi celesti degli astri
dovunque popoli con la tua presenza il mare solcato dalle navi,
le terre fertili di messi, poiché grazie a te ogni specie di viventi
è concepita e, sorta, vede la luce del sole –
te, o dea, te fuggono i venti, te le nuvole del cielo,
e il tuo arrivare; a te soavi fiori sotto i piedi fa spuntare
l’artefice terra, a te sorridono le distese del mare
e placato splende di un diffuso lume il cielo.
Non appena è dischiuso l’aspetto primaverile del giorno
e, disserrato, si ravviva il soffio del fecondo zefiro,
prima gli aerei uccelli te, o dea, e il tuo giungere annunziano,
colpiti nei cuori dalla tua potenza.
Poi fiere e animali domestici bàlzano per i pascoli rigogliosi
e attraversano a nuoto i rapidi fiumi; così preso dal fascino
ognuno ti segue ardentemente dove intendi condurlo.
Infine, per i mari e i monti e i fiumi rapinosi
e le frondose dimore degli uccelli e le pianure verdeggianti,
a tutti infondendo nei petti carezzevole amore,
fai sì che ardentemente propaghino le generazioni secondo le stirpi –
poiché tu sola governi la natura
e senza di te niente sorge alle celesti plaghe della luce,
niente si fa gioioso, niente amabile,
te desidero compagna nello scrivere i versi
ch’io tento di comporre sulla natura
per il nostro Memmiade, che tu, o dea, in ogni tempo
volesti eccellesse ornato di ogni dote.
Tanto più dunque, o dea, da’ ai miei detti fascino eterno.
Fa’ sì che frattanto i fieri travagli della guerra,
per i mari e le terre tutte placati, restino quieti.
Tu sola infatti puoi con tranquilla pace giovare
ai mortali, poiché sui fieri travagli della guerra ha dominio
Marte possente in armi, che spesso sul tuo grembo
s’abbandona vinto da eterna ferita d’amore;
e così, levando lo sguardo, col ben tornito collo arrovesciato,
pasce d’amore gli avidi occhi anelando a te, o dea,
e, mentre sta supino, il suo respiro pende dalle tue labbra.
Quando egli sta adagiato sul tuo corpo santo, tu, o dea,
avvolgendolo dall’alto, effondi dalla bocca soavi parole:
chiedi, o gloriosa, pei Romani placida pace.
Ché in tempi avversi per la patria non possiamo noi compiere
quest’opera con animo sereno, né l’illustre progenie di Memmio
può in tali frangenti mancare alla comune salvezza.

MARTE, come abbiamo visto anche in Cicerone, appare rutilus horribilisque, ragioni per cui può essere stato facilmente identificato con il dio Marte, signore della guerra, anche se in origine della natura e della fertilità.
Così lo caratterizza Omero nell’Iliade:
non d’altro si compiace che del selvaggio grido di guerra,
armato dalla testa ai piedi, con l’elmo dal cimiero ondeggiante,
alto vibrando la sua lancia, con la sinistra imbracciando lo scudo,
scorreva per il campo di battaglia, seminando strage e morte.

A lui è dedicato anche uno degli Inni omerici.

GIOVE è visto, anche da Cicerone, come un fulgor hominum generi prosperus et salutaris, per cui può essere stato identificato con il sovrano degli dei. È un pianeta massiccio, conosciuto fin dall’antichità dai Babilonesi, dai Greci e dai Romani, ed è stato associato più volte al credo religioso di queste diverse culture. Ai Romani, e prima ancora ai Greci, si deve l’attuale nome del pianeta: infatti ambedue le culture hanno identificato l’astro con il padre degli dei (Zeus per i Greci, Iuppiter per i Romani  dal nome del loro principale dio, derivante dal proto-indoeuropeo dyeu che significa dio-celeste dio del giorno, per cui l’idea della suprema divinità è associata fin dalle origini al fenomeno naturale della luce del giorno e del brillare del cielo.
I testi più  significativi sulle sue caratteristiche significativi sono Omero, Iliade I, 528 e in Pindaro.

SATURNO è l’ultimo dei pianeti facilmente visibili ad occhio nudo, pertanto era conosciuto sin dall’antichità. Forse perché per gli antichi era il più lontano, è stato identificato come il padre di tutti gli dei.
Una bella caratterizzazione di Saturno e del suo regno si trova nell’Eneide di Virgilio (VIII, 313 – 336)

  Il fondator della città romana,
Evandro re, diceva: “In questi luoghi
vissero i Fauni indigeni e le Ninfe
ed una gente uscita fuor dai duri
tronchi di quercia, senza arti né leggi,
che non sapeva né aggiogar giovenchi
né raccolti adunare e porre in serbo,
ma si nutriva degli arborèi frutti
e di un vitto durissimo di caccia.
Ma dall’Olimpo etèrëo discese
prima Saturno; profugo dal regno,
egli fuggiva i fulmini di Giove.
Ed egli, primo, tutti insieme accolse
Quegl’indocili popoli dispersi
Per le montagne, e diede lor le leggi,
e Lazio nominò questa contrada
ov’ei s’era celato in sicurezza.
Sotto il suo regno fu l’età ch’è detta
età dell’oro. Egli così reggeva
le genti in pace; ma seguiron poscia
una peggiore età più scolorita.”

 Queste divinità, identificate nei pianeti, hanno delle caratteristiche ben precise e sono tra di loro in rapporti familiari e parentali. Saturno è padre di Giove, a sua volto padre di Marte, amante di Venere: sono divinità prodotte dalla fantasia degli uomini come uomini dotati di poteri e facoltà superiori, ma non assoluti, in quanto tutti sono soggetti al Fato e anche vittime di piccolezze e meschinità tipicamente umane.

 Di fronte al cielo stellato, se l’uomo pensa che abbia rapporti di connessione e determinazione nei suoi confronti, dà vita alla scienza che studia e spiega questi nessi, l’astrologia, una scienza antichissima, che godette particolare favore tra la fine del I sec. a.C. e l’inizio del successivo a Roma. Testimonianza ce ne dà un grande poema del tempo, gli Astronomica di Marco Manilio, il quale, con acceso entusiasmo, canta le stelle e l’arte che, scrutando gli astri, svela i misteri degli umani destini. Profonda è in lui l’ammirazione per gl’infiniti spazi celesti scintillanti di stelle, e più ancora per l’ordine divino del cielo, per gli arcani rapporti che legano alle stelle la vita di tutte le creature. Con acuta intuizione egli sente che solo nel ritmo poetico la parola può adeguarsi all’armonia del firmamento.

Con i miei versi le arti della divinazione e gli astri che; consapevoli del fato, determinano le varie vicende degli uomini (opera della ragione che governa il cielo) io mi accingo a trar giù dal firmamento, e a far echeggiare per primo di novelli canti l’Elicona e i boschi oscillanti con le cime, portando riti stranieri che nessuno prima di me ha menzionato. […] È dolce percorrere l’aria stessa e vivere spaziando nel cielo sconfinato e conoscere le costellazioni e i corsi dei pianeti ad esse opposti. Ma è poco sapere solo questo. Giova conoscere meglio, nell’intimo, il cuore del vasto cielo, vedere come esso con i suoi segni governi le creature animate e presieda alla loro nascita, e, ispirato da Febo, tradurre tutto ciò in ritmo poetico.

Osservando l’ordine razionale e immutabile dell’universo il poeta acquisisce una certezza: per lui questo è il principale argomento dell’esistenza di Dio, mente suprema che l’universo regge e governa. Contro Epicureo, la cui filosofia era stata divulgata a Roma dal De rerum natura di Lucrezio, che attribuisce il mondo al caos, Manilio polemizza sdegnosamente: una convinzione profonda lo anima, perché la visione delle luci del cielo esalta il suo spirito. E nella contemplazione del firmamento il poeta avverte, ed esprime in versi altissimi, il contrasto tra l’incalzare degli eventi umani nella storia e la serena eternità della vita dell’universo.

E a me nessun argomento sembra tanto evidente a provare che il cielo è volto dal potere divino e che è Dio stesso, né si formò a capriccio del caso, come vorrebbe far credere  (Epicureo)…Chi può credere che costruzioni di tanta mole si siano formate senza intervento divino da particelle minime e che da un cieco accozzo il mondo sia stato creato? Se il caso tutto questo ci ha dato, il caso stesso dovrebbe governarlo. Ma perché vediamo i segni celesti sorgere con vicenda ordinata e, come obbedendo ad un comando, ripercorrere le prescritte orbite e nessuno restare indietro perché un altro si affretti?Perché le medesime stelle sempre adornano le notti estive, e le notti invernali le medesime sempre, e ogni giorno riporta nel cielo una certa configurazione, e una certa vi lascia? […] Tutte si trasformano le cose create con sorte mortale, più non si riconoscono le terre spogliate dalla fuga vertiginosa degli anni, ed nel trascorrere delle generazioni i popoli vedono mutare il loro destino. Ma resta indenne il cielo e conserva ogni suo oggetto che la lunga età non accresce né sminuisce vecchiezza, né il moto piega punto né la corsa affatica: sarà sempre il medesimo perché fu il medesimo sempre. Non altro lo videro i padri né altro i nipoti lo contempleranno. È Dio che non muta in eterno. […] Che non cadano sulla terra gli astri sospesi nel cielo, ma tempi determinati conservino nei loro giri, non del caso è opera, ma ordine stabilito da un grande nume.

Il poeta dispiega un grande inno alla Mente Divina, che genera e conserva la mirabile armonia dell’universo nella sua unità e in tutte le sue parti. Ma a lui interessa particolarmente sviluppare il tema che gli astri, pur nella loro immensa lontananza, regolano i ritmi della vita (le maree e la vita animale), nonché il destino dei popoli e l’indole di ogni singolo uomo. Dato che agli uomini è stata data l’intelligenza per indagare questo mondo e la parola per esprimere e comunicare questa indagine, vuol dire che Dio stesso scende e abita nell’uomo e che, nel cuore dell’uomo, ricerca se stesso: all’uomo, dunque, che è parte di Dio, è concesso di indagare e penetrare gli arcani della divinità e del cielo.

Chi dubiterà di congiungere l’uomo al cielo, poi che a lui la natura diede – singolare privilegio – la parola, un vasto ingegno, un animo alato, e in lui solo infine Dio scende e abita e ricerca se stesso?[…] chi potrebbe conoscere il cielo se non per dono del cielo, e trovare Dio se non chi è parte lui stesso di Dio?

A giudizio del poeta, dunque, l’uomo ha un posto privilegiato nel cosmo, essendo, nel suo piccolo,una copia del mondo e un’immagine di Dio. Come dubitare allora, che la mente umana possa penetrare i segreti del cielo, il mistero stesso di Dio? Dio stesso vuole essere conosciuto, si svela a noi nel firmamento punteggiato di luci, ci invita a contemplare le stelle e a conoscerne le leggi.
Così si è posto l’uomo di fronte all’universo al culmine del paganesimo, quando la fede negli dèi della mitologia era ormai sfumata e la verità della rivelazione si cominciava ad intravedere nella speranza: il cielo stellato poteva essere interrogato per essere meglio conosciuto e dare delle certezze che, intuite dall’umana intelligenza, sarebbero state confermate dalla rivelazione della tradizione vetero e neo testamentaria.

1 commento a “Intervento all’Officina del 24 gennaio”

  1. EmMaGi ha detto:

    La Volta del firmamento

    Dopo una notte stellare
    tenendoti per mano,
    vorrei in un solo bacio,
    regalarti l’Aurora,
    camminando per le
    antiche vie della vita.

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