La parola "storia" impigliata nei pensieri…

«Qualche secondo dopo essere passato accanto alla libreria, Arthur Daane si rese conto che la parola Geschichte, storia, gli era rimasta impigliata nei pensieri, e che nel frattempo l’aveva tradotta nella propria lingua in modo che, all’istante, aveva assunto il suono geschiedenis, meno minaccioso che in tedesco. Si domandò se fosse dovuto a quell’ultima sillaba. Nis: una parola stranamente breve, non volgare e aspra come altre parole brevi, anzi, rassicurante. Nis voleva dire “nicchia”, un luogo in cui si poteva cercare rifugio, o dove si poteva trovare qualcosa di nascosto». Cees Nooteboom, olandese, nato nel 1933, così avvia il suo romanzo del 1998 dal titolo Il giorno dei morti (Milano, Iperborea). La parola «storia» si impiglia nella testa ed evoca la necessità di un luogo in disparte, una nicchia rassicurante. Il romanzo è stato definito un «libro-cinepresa» e a ragione. Si tratta di una splendida prova narrativa della quale è protagonista Arthur Daane, un cineasta segnato dalla perdita della moglie e del figlio in un incidente aereo, ossessionato, come scrive il traduttore Fulvio Ferrari, «dall’idea di catturare con macchina da presa e registratore i dettagli, i movimenti inosservati, tutto ciò che rientra normalmente nel nostro campo visivo o uditivo senza che ce ne rendiamo nemmeno conto» (p. 392). In effetti il libro propone un lavoro interiore di presa di contatto e di coscienza di sé in relazione al mondo e alla storia attraverso il filtro della perdita, della separazione, della distanza, che resta la chiave nascosta delle osservazioni e delle immagini. La moglie e il figlio non ci sono più e per questo sono sempre e dovunque. Narrazione e vita interiore dei personaggi costituiscono un’unità indivisibile. Daane ha girato il mondo per reportage e documentari. È stato, dalla morte dei suoi cari, un «viaggiatore senza bagaglio, con computer portatile, cinepresa, cellulare, radio a onde corte, qualche libro» (p. 13). Adesso gira per Berlino, la città in cui vive a contatto un gruppo di persone interessanti: Victor Leve, uno scultore, Zenobia Stejn, scienziata con la passione per la fotografia, Arno Tieck, filosofo e Erna, l’amica più cara. Camminare per Berlino significa camminare all’interno di una spaccatura, di una cicatrice, dove l’elemento di separazione è «quella forma imperfetta di storia che viene chiamata politica» (p. 34). Qui si imbatte in una umanità priva di caratteri sensazionalistici, ma densa di significati vitali. La meditazione – perché di questo si tratta: una ampia e intensa meditazione in cui si sentono gli echi delle pagine di Pessoa, Borges, Musil, Proust e Kakfa – si fonda sul progetto di un film che abbia «qualcosa a che fare con il tempo, l’anonimato, la sparizione e, anche se odiava questa parola, con l’addio» (p. 120). Per questo progetto va in giro alla ricerca di testimonianze minori, episodi di vita «senza storia», fenomeni poco visibili. Ma proprio da questi piccoli fatti emerge la Storia, le sue inquietudini, le sue domande sul destino del tutto (cfr. p. 32) e il fatto, anzi l’enigma, «che un minuscolo cervello possa riflettere sull’eternità, o sul passato» (p. 59) che spinge anche al confronto con la domanda religiosa (cfr pp. 128s), e le Scritture: «Le mie ossa a Te non erano nascoste quando venivo formato nel segreto, mentre prendevo forma come un ricamo nelle profondità della terra. I tuoi occhi mi hanno visto, grumo ancora informe, e tutte queste cose erano scritte nel Tuo libro, come sarebbero stati i miei giorni prima ancora che ne esistesse uno» (p. 249). Forse in queste parole, citate dal protagonista dal Salmo 139, si può intuire una forma di risposta alle tante domande vitali e inesprimibili che riecheggiano nelle pagine di Il giorno dei morti (Milano, Iperborea)

Nessun commento a “La parola "storia" impigliata nei pensieri…”

  1. Luisa ha detto:

    Mi ha colpito:

    ” una parola impigliata nei pensieri”

    “Qui si imbatte in una umanità priva di caratteri sensazionalistici, ma densa di significati vitali”

    “un lavoro interiore di presa di contatto e di coscienza di sé in relazione al mondo e alla storia attraverso il filtro della perdita, della separazione, della distanza”

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