La speranza oltre la morte di Dio

Raramente una rappresentazione così convincente dell’occupazione nazi-fascista dell’alta Italia sì è vista sugli schermi italiani come ne L’uomo che verrà di Giorgio Diritti.
Diritti realizza un film godibile, classico ma mai banale, in un contesto da brividi. Prendere il piccolo paese di Monte Sole come dato estraibile dalla convenzionalmente chiamata strage di Marzabotto – gli eccidi compiuti nell’autunno del 1944 dalle truppe naziste contro gli abitanti del bolognese al fine di reprimere la formazione partigiana Stella Rossa – non è un’operazione facile, sia dal punto di vista storico-politico che dal punto di vista cinematografico.

L’espediente narrativo della storia di una famiglia contadina attraverso gli occhi di una bambina muta è apparentemente patetico – la guerra dagli occhi dei bambini – ma risulta a lungo andare convincente: le vicende non scadono mai nel banale – è lontana la retorica pornografica a noi giornalmente molto cara – o nel melenso gratuito.
Non mancano, certo, alcune sbavature formali e trovate al limite della sopportazione retorica figlie della non-cultura da fiction arraffona, ma, tutto sommato, rispetto agli standard cinematografici italiani che attingono sempre più alla fiction di Stato quasi a fondersi tra loro – mai come in Italia la televisione ha influenzato, per forma e contenuti, e rovinato una delle prime industrie cinematografiche in Europa, non continuiamo a far finta di ripeterci che non ci sono più gli autori di una volta – di revisionismo non c’è traccia, e questo è già un grande risultato quando compare la scritta RaiCinema tra i titoli di testa.

L’astensione da un giudizio politico in favore di una sorta di umanizzazione delle vittime risulta sempre un’operazione discutibile, ma Diritti la compie senza calcare eccessivamente la mano, senza scadere nel banale e riuscendo a fare un film molto equilibrato, che fa dei campi lunghi mozzafiato delle montagne appenniniche e dei primi piani della bambina – una vera forza della natura – i suoi punti di forza.
Siamo assuefatti giornalmente dall’estetizzazione della violenza fine a se stessa e dalla spettacolarizzazione della morte e questo film, umanizzandola in tutta la sua ingenuità e insensatezza, ci riporta un po’ sulla terra.

L’elemento Terra si fonde con il concetto di Popolo, in un’azzardata ma convincente italianizzazione del mito germanico del Volk und Heimat, con un’interessante e profonda riflessione sul mondo delle campagne e sul radicamento dell’uomo alla sua terra. Qui la fede gioca un ruolo fondamentale: la collettività del mondo contadino è compattata da una serie di simboli religiosi sparsi – neanche troppo velatamente – lungo tutta la prima parte del film. Ma il suicidio della ragione nega presto la vita umana stessa, in un lento e agognato deicidio successivo alla crisi della fede – eclatante la scena in cui i simboli religiosi che hanno vegliato sul paesino per tutta la vita vengono sotterrati da un contadino.

Nell’autunno del 1944 a Monte Sole, in provincia di Bologna, Dio è morto – come diceva una famosa canzone di Augusto Daolio – ma la speranza cristologica che l’uomo tanto atteso, prima o poi, arriverà non si ferma neanche davanti alla sonno della ragione o alla morte di Dio.