Il colore del paradiso

Il Paradiso, secondo un’immaginazione piuttosto comune, è dominato dal colore bianco. Ma c’è almeno un Paradiso che non è affatto bianco, o meglio in cui il bianco ha un ruolo importante, ma come risultato finale di un percorso in cui concorrono molti colori. E’ il Paradiso di Dante.
Nell’ascesa di Dante con Beatrice il Paradiso è formato da cieli che hanno ciascuno un proprio colore caratteristico: il cielo della Luna è bianco opalescente, il più opaco, o per meglio dire il meno luminoso di tutti. Il suo bianco è quello dell’aggettivo latino albus, quello delle perle (la sua luce diffusa è paragonata a «perla in bianca fronte», canto III, v. 14). Il cielo del Sole, il primo a essere pieno di spiriti decisamente splendenti al punto da essere irriconoscibili come umani, è dominato da una luce d’oro. Il cielo di Marte invece dal colore rosso; il cielo di Giove dal colore azzurro. Torna la luce dorata per la scala protesa verso l’alto del cielo di Saturno.
Dopo il settimo cielo si sale ancora, non tanto in altezza fisica, quanto spirituale, e si arriva al luogo di Dio e dei Beati e degli Angeli, un sistema che in realtà non è un cielo, ma un non-luogo che comprende tutti i luoghi dell’universo e che esiste nell’eternità. E’ quello che solitamente viene chiamato “Empireo”, ma che in realtà Dante nomina così solo nel Convivio, e poi una sola volta in tutta la Commedia, mentre nel Paradiso chiama con perifrasi suggestive e variegate, tutte incentrate sui temi della luce e della beatitudine.
E’ proprio in questo non-luogo a ritornare il bianco. Ma questa volta nella versione “lucida”, di assoluto splendore senza ombre. Non è più l’albus, ma il bianco della radice germanica della parola italiana, “blank”, che appunto significa “splendente”. E’ anche il bianco dell’aggettivo latino candidus, “incandescente”, risplendente di un fuoco che in questo caso non brucia, non consuma e anzi crea. Beatrice conduce Dante fino a questo «cielo della divina pace» e gli mostra l’insieme dei Beati nel loro massimo splendore, chiamandoli il «convento de le bianche stole» (canto XXX, v. 129). Di lì a poco l’autore li descriverà come una immensa «candida rosa» (canto XXXI, v. 1): in entrambi i casi, il colore dei Beati è, appunto, il bianco splendente.
Ma c’è di più. Nei tre canti conclusivi del Paradiso, dove la guida di Dante non è più Beatrice ma il mistico e devoto della Madonna San Bernardo di Chiaravalle, accadono altri fenomeni straordinari. Dapprima Dante assiste alla trasformazione del non-cielo comunemente detto Empireo, che assume differenti strutture e forme, come un immenso caleidoscopio. Qui riappaiono i colori: soprattutto il rosso rubino dei Beati, e l’oro lucente degli Angeli. Ma questo caleidoscopio di forme e colori confluisce poi tutto, di nuovo, nel bianco sfavillante della «candida rosa», che perciò non è un non-colore, o il colore dell’assenza, ma diventa il colore universale, il colore assoluto. Anzi, è il colore dell’assoluto, della dimensione umana e divina fuse insieme nell’eternità. Nella «candida rosa» infatti assumeranno la loro forma eterna, perfetta per l’unione di anima e corpo, i Beati dopo il giudizio universale. E già adesso, nel canto XXXII, Dante li può ammirare di nuovo con i loro lineamenti umani, dopo molti incontri in cui non distingueva più nulla di umano dentro la luce abbagliante della loro beatitudine.
Infine, il colore torna nell’incontro con Dio, il creatore, l’assoluto. Nel canto XXXIII Dio stesso si mostra alla vista rafforzata di Dante come un insieme indissolubile di tre circonferenze dello stesso diametro e di tre colori diversi, in una delle quali il pellegrino dell’Aldilà distingue la figura umana. Il loro risultato, durante la contemplazione, è nuovamente luce assoluta: il bianco splendente, che si conferma il colore della creazione, dell’energia divina, quindi della felice unione dell’umano e del divino.