L’altro fuoco di Antonio Spadaro

È questo il secondo volume (L’altro fuoco. L’esperienza della letteratura II, Jaca book, pp. 300) in cui Spadaro mette a fuoco le sue esperienze letterarie,  quelle del suo sito “Bomba-carta” e delle sue innumerevoli letture, tutto sorretto dalla sua teoria critica su cos’è la letteratura – in cui, a mio avviso, confondendo cristianesimo ed ermetismo aveva scelto la poetica di Carlo Bo come estetica. In questo nuovo libro di critica militante Spadaro ci insegna cose stupende: per esempio che entrare nella poesia, in questo altro fuoco, è come varcare la soglia, “andare lontano dentro se stessi” che è bisogno di consolazione, è la poesia come vita altra e esperienza dell’attesa. Il volume interviene su questi autori: Cesare Pavese, Stig Dagerman, Rowan Williams, Oscar Wilde, Alda Merini,  Bartolo Cattafi, Mario Luzi, Gerard M. Hopkins; e si chiude con una serie di figure: il viaggio, la frontiera, la lotta, il germoglio, le cose, il Logos. Insomma un libro di critica a tutto tondo, che non mancherà di interessare il lettore. In Pavese Spadaro scopre il nervo scoperto in questa sua ricerca della “possibilità aperta”, per ricercare o aspettare il futuro bensì riscoprire i segni di un passato: “lo stupore vero è fatto di memoria, non di novità”. In Oscar Wilde riscopre il senso del peccato e la visione di Dio nella Ballata del carcere di Reading. Purtroppo non possiamo toccare tutte le tematiche e gli autori, ma almeno vorrei soffermarmi su una figura che forse è la più poetica di tutte: il viaggio (basti per tutti Omero, Dante, Coldridge, Melville e tanti americani). Il viaggio è visto in principio come travaglio, poi come esplorazione, da Kavafis a Gozzano, come possibile ritorno, come privazione, interruzione, o infine terra promessa. Chiaramente il viaggio è nostalgia del desiderio, oppure può essere il naufragio di Melville, Ariosto, Conrad, e di Rimabud col suo “sregolamento di tutti i sensi” (e io aggiungerei con la sua “trascendenza vuota”), ma può e deve anche essere itinerario spirituale – religioso o no.

Da Pulp Libri n. 81 – Edizioni Apache

1 commento a “L’altro fuoco di Antonio Spadaro”

  1. Il movimento vivente della scrittura sprigiona le scintille di uno strano fuoco. E scrivendo oltre, sempre oltre, andando incontro all’ imprevisto, esprime il desiderio di uno spazio di non-morte.

    A volte le parole sembrano come incenso, altre volte niente altro che cenere, le ceneri della Fenice… Perlomeno così pare, finché non incontrano un lettore attivo, diventando le rivelatrici di una Cosa ardente e come proveniente da molto lontano che cerca di farsi strada, e talvolta vi riesce – per quanto possa sembrare inaudito e subito rimosso.

    Le parole che sembravano abitate dal fuoco di una Presenza, “come un biblico roveto ardente” ( Antonio Spadaro, in L’altro fuoco: l’esperienza della letteratura), ora non sono altro che macchie d’inchiostro o bit che sbiadiscono con il tempo. Il libro e i blog sono bucati dal fuoco del cielo.

    Se non fosse per il fuoco segreto del linguaggio e il lavoro della scrittura, le ceneri che restano non potrebbero generare un altro uccello-fenice, se non un altro Icaro.

    Oltre il tricotage sul buco del reale e nel simbolico, nessun nome tiene. Ad ogni ascensione/accensione dell’animale fantastico verso il sole un nome cede a un altro nome, ridotto in cenere per subito risollevarsi dalle sue ceneri.

    Se non fosse per il lavoro della metafora , oltre che per il lavoro della memoria, dell’immaginazione e del simbolico, le parole non potrebbero prendere fuoco e propagarsi, riaccendendosi le une dopo le altre e proiettando – nel momento in cui le si pronuncia – scintille di significanti secondari che accendono altri focolai.

    Dove la Fenice arde senza bruciare, scrivere è diventare cenere d’autore – un’incenerazione del corpo dei significanti, per dar calore agli altri.

    Così fecero i nostri padri e le madri, gli antenati, i cari maestri e così fecero persino miliardi di aurore sul nostro Pianeta in bilico, splendide aurore, tutte distrutte.

    Affinché rinasca la Fenice, occorre che un lettore attivo (non dico grande, ma non fiacco) soffi sulla brace delle parole e l’accensione si propaghi verso altri lettori che, a loro volta vi rispondano con la propria storia, il proprio linguaggio, la propria libertà.

    Ma poiché molte sono le storie possibili, o anche impossibili, e linguaggio e libertà cambiano infinitamente, la risposta a uno scrittore e alle aurore che debbono ancora sorgere non può che essere infinita.

    Io passo, ma la questione resta…E non è solo questione di sogni, di bisogni o di desiderio: chi ti spiegherà il mistero del Forno e della Fenice?

    Chi non diventa cenere, mai risorgerà con la Fenice.

    P.S.
    Esporsi al vento delle tensioni fondamentali e del numinoso ( non oso scrivere la parola “Spirito”) , così come soffiare sulle ceneri del già detto per far riprendere il volo alle parole è un lavoro a un tempo delicato e rischioso. Occorre un punto di vista sufficientemente elevato, un’altezza che dipende dalla cenere di questo o quell’autore.

    Insomma, scrivere della fenice è la scrittura meno gratuita che esista, la più pericolosa. Come giocare con il fuoco. Parafrasando Oscar Wilde : “Il grande vantaggio del giocare col fuoco è che non ci si scotta mai. Sono solo coloro che non sanno giocarci che si bruciano del tutto”.

    Appunto. Le linee delle mie mani erano colme di fuoco, sono solo inchiostri che sbiadiscono col tempo…

    Sembravano voler andare chissà dove, le parole, ed eccole invece ritornare come disertori.

    Esperienza poetica, fuoco segreto del linguaggio e del suo eccesso, quasi mistico ? In ogni caso, Fenice o non Fenice, se una di voi parole o disertori dovesse opprimermi, dirmi che la Poesia è una via d’uscita, parlarmi di Archetipi junghiani e cercare di mettermi in un vero forno, fuor di metafora, io mi ribello. Va da sè.

    PERIT UT VIVAT

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