Il suicidio non è trendy

Suicidio bananaSu Il Giornale dell’arte di maggio l’implacabile pungiglione di Achille Bonito Oliva si abbatte rovinoso sul politically correct. Provocazione estrema, d’accordo, ma chissà, magari fa riflettere anche su scrittori ed editoria…

«Perché gli artisti non si suicidano più? La storia è funestata da suicidi d’autore: Bronzino, Borromini, Van Gogh, Rothko, Lo Salvio, Tancredi, Palermo. Dopo gli anni Settanta più niente. Gli artisti tutti felici? Piuttosto un sistema dell’arte che ha adottato la notte americana del cinema, una illuminazione a full time sulla vita dell’artista che non lascia spazio a un gesto così intimo e privato. Qui vengono bandite melanconia e depressione, ogni traccia di privacy che rallenti l’integrazione del personal nel global. Niente, dunque, deragliamenti, rallentamenti o ripiegamenti. È ammessa solo l’happy end, una vita smart e un eterno smile a segno di buona riuscita e di successo raggiunto. Se ne fanno garanti, tutti trendy, galleristi, collezionisti, direttori di musei, con l’auspicio di critici e di curatori. La circolazione sostituisce l’universalità, l’istante l’immortalità. Prima si aveva un occhio all’arte e due alla vita. Ora la vista è monoculare e la performance assolutamente ciclopica. E i ciclopi, si sa, non si suicidano mai. Al massimo, come Polifemo, si lasciano accecare».