Odissea nell’ospizio?

…Itaca ti ha dato il bel viaggio,
senza di lei mai ti saresti messo
in viaggio: che cos’altro ti aspetti?
E se la trovassi povera, non per questo Itaca ti avrà deluso.
Fatto ormai savio, con tutta la tua esperienza addosso
Già tu avrai capito ciò che Itaca vuole significare.

Polifemo

Di tanto in tanto ci sono volti del mito che riaffiorano alla nostra coscienza, luoghi e situazioni che riemergono da un mondo forse solo neuronale. Esse vengono poste lì e si piazzano con una consistenza icastica nella nostra letteratura dando forza a un pensiero che, forse, dal sostegno del mito trae ulteriore autorevolezza, non un repertorio di belle immagini quindi ma di interrogativi aperti e laceranti. Sono l’Elena di Seferis, l’Antigone di Anouilh, la Medea di Alvaro, la cetra d’Achille di Pascoli.

Un tale rapporto dialettico varrebbe probabilmente a dare una risposta negativa alla domanda se sia possibile accantonare l’Odissea insieme a tutto ciò che generalmente poniamo sotto l’etichetta di classico. La questione merita comunque anche un altro tipo di riflessione, soprattutto se la consideriamo dal punto di vista della scrittura.

L’invenzione della scrittura fu, come apprendiamo tutti a scuola, una svolta di civiltà, il discrimine tra preistoria e storia, ma essa che cosa significò per la letteratura?

Omero non conosceva la scrittura: né la fa usare ai suoi personaggi né se ne servì come strumento di diffusione della sua opera. Ciò significa che dobbiamo pensare a un tipo di pubblicazione che non dipende da un supporto scrittorio, ma da una interazione di tipo orale–aurale, cioè tra un aedo che riproduce l’opera e un pubblico di ascoltatori. Che questo metodo di trasmissione fosse valido, il fatto che Iliade e Odissea siano giunte sino a noi lo dimostra.

La scrittura fiorì come strumento di elaborazione di una riflessione sul mondo sulla costa ionica dell’Anatolia. Fu un fervore d’interesse storico e scientifico, una ricerca del principio in senso storico e fisiologico che generò la prosa.

Se il patrimonio enciclopedico, che l’epica si portava appresso con il suo repertorio formulare, era fatto per tramandarsi ed essere recepito per mezzo della voce umana, l’attività di riflessione sul mondo richiese di disegnarsi con un supporto grafico, soprattutto per essere consegnata alle generazioni future e perché chi scriveva potesse nell’ariosità della scrittura vedere il proprio pensiero prendere una forma nella quale si riconoscesse.

Ci si pose allora per la prima volta il problema del rapporto con la tradizione epica.

Il primo logografo, cioè scrittore di prose, che utilizzi il termine grapho, scrivo, nella accezione poi divenuta corrente (anche Omero lo usa ma con il significato generico di “traccio segni”), è Ecateo di Mileto che nel VI secolo si occupò di geografia e di genealogie. Quel che a noi interessa è l’inizio delle sue Genealogie:

Ecateo di Mileto così racconta: scrivo queste cose come mi sembrano vere,infatti, le tradizioni dei Greci sono molte e, nel modo in cui mi si presentano, risibili.

Questo sbocciare dell’autore in incipit, quale prima parola e principio assoluto della sua opera, è rilevante perché non si tratta semplicemente di una assunzione di responsabilità. Il principio della narrazione non è più una dea col suo canto, ma un autore col suo potenzialmente fallace punto di vista.

La scrittura, al suo primo apparire, finisce così col destituire il sapere della propria assolutezza e col donare all’uomo il senso rassicurante della propria relatività.

Dunque Ecateo sostituisce alla centralità delle muse, con la cui invocazione iniziava il poema epico, quella del narratore e al contempo introduce un punto di vista relativo. Egli sarebbe pertanto colui cui spetta il merito di aver mandato in pensione la musa dalla bella voce, Calliope. Ma poi sarà proprio vero, basta questo a mandare l’Odissea nell’ospizio?

Indubbiamente con Ecateo vi è una presa di coscienza dell’autore, in quanto mediatore di un messaggio, in quanto responsabile di un’opera di discernimento nel momento della scrittura. Tanto è vero che Erodoto ci riferisce nelle sue Storie degli aneddoti su Ecateo che ne rivelano il profilo di uomo laico, mosso sempre da una solida razionalità: per la prima volta uno scritto e il suo autore diventano complementari nelle loro attribuzioni, ragione per cui, dietro un’opera critica verso la tradizione, si colloca la figura di uno scrittore che anche con le sue azioni dimostri una tale attitudine.

Con Ecateo e con la scrittura nasce la figura dell’autore. Egli, tuttavia, non è forse così indipendente dalla tradizione precedente.

L’opera di Ecateo, così come poi quella di Erodoto, ha caratteri chiaramente odissiaci: si tratta, pur sempre, di uomini fatti esperti dai loro viaggi che ne riferiscono a un pubblico tornati in patria. In fondo non diversamente da Odisseo che, alla fine delle proprie peregrinazioni, riferisce ad Alcinoo e alla sua corte dei paesi e dei popoli conosciuti in quegli anni. Che, poi, questo racconto, per nulla scientifico, adombrasse lo stesso desiderio di conoscenza del mondo, lo provano non gli Antichi, ma i Moderni che si sono peritati di identificare i luoghi di Odisseo, mostrando come il suo non fosse lo spazio dell’immaginazione, ma uno spazio reale, sia pure carico di elementi fantastici.

Vi è un aspetto nell’epos che è ancora più importante e che è alla base di ogni letteratura, il valore riconosciuto alla parola, della quale parola Odisseo, all’occorrenza anche mendace, sfoggia lusinghe e stratagemmi.

Nel libro VIII ai versi 167 e seguenti Odisseo dice:

“è così! Non a tutti concedono i loro favori
gli dei: figura, senno, parola.
Un uomo infatti è di aspetto meschino
ma un dio ne inghirlanda di beltà le parole e gli altri
con piacere lo fissano: egli parla in tono sicuro,
con dolce riguardo si distingue tra convenuti
e quando avanza in città guardano a lui come un dio”

In questi versi c’è il senso di tutta una civiltà, che si tramanda a Roma per trovare alloggio nell’ideale catoniano del “vir bonus dicendi peritus”.

Di questa capacità nel parlare Odisseo aveva dato prova solo pochi versi prima nel colloquio con Nausicaa, portento di abilità oratoria prima ancora che l’oratoria nascesse, perfettamente diviso nei tre momenti della captatio benevolentiae, della narratio e della petitio, ma ci darà prova ancora meglio raccontando le sue avventure.

Si suole dire che Odisseo diventi allora aedo di se stesso, forse è di più, è come il protagonista del film Big Fish di Tim Burton, è l’uomo che, a forza di raccontare le sue storie, diventa quelle storie.

Di lui infatti si ricorda il marinaio, il naufrago, l’uomo da mille volti e dai mille viaggi. Emmanuel Lévinas ne fece addirittura per queste sue caratteristiche il simbolo dell’intera civiltà europea, contrapposta a quella semitica di Abramo. Anche se, in verità, i viaggi di Odisseo sono solo una parte neppure assai cospicua di tutta l’Odissea, appena quattro libri su ventiquattro.

Odisseo, in questo senso, anticipa Ecateo ed è il primo narratore che inaugura quel rapporto osmotico di cui abbiamo detto con la sua narrazione, quella ricerca nel volto del narratore dei tratti dei suoi racconti.

La parola ha nell’epica un’importanza fondamentale, non solo dal punto di vista di Odisseo, sia personaggio che narratore (d’altra parte epos, in greco significa parola e, quindi, l’epica è la parola per eccellenza, lo sapeva bene Aristotele, che nella Poetica dava a questo genere un ruolo di preminenza tra gli altri generi letterari), ma anche in quanto strumento mitopoietico.

Omero dà alla Grecia i suoi dei, anche se essi non sono precisamente edificanti (Toynbee) e, se ci rifacciamo a una definizione di Karoly Kerényi, attraverso il mito porta un significato profondo di carattere collettivo a significazione razionale.

Questa capacità creativa e conoscitiva della lingua omerica fu presente a Platone che nel Cratilo fa discutere Socrate ed Ermogene sull’essenza del linguaggio.

Socrate invita il giovane amico a guardare all’esempio di Omero, il fine è quello di mostrare come l’essenza di un oggetto domini nel suo nome, l’esempio assunto è quello del figlioletto di Ettore, il cui nome Astianatte, alla lettera “signore della città”, sarebbe un omaggio al padre, al suo ruolo di difensore di Troia e alla sua condizione regale. Per i Greci era ovvio che Omero costituisse un punto di riferimento chiaramente comprensibile per un discorso che ruotasse intorno al problema del linguaggio e dei nomi, perchè egli aveva dato la prova della sua varietà e versatilità.

Nell’Odissea la parola poetica raggiunge anche un altro confine, attraverso la discesa di Odisseo agli inferi essa viola i limiti della vita e ne riemerge con la sua acquisita immortalità. Dimostra la sua capacità di esplorare fino agli estremi dell’esperienza umana e, nelle avventure affrontate da Odisseo, il suo proporsi come mezzo più valido per procedere nel caos delle vicende che lo coinvolgono.

Così Dante, secoli dopo, attraversando l’Inferno e il Purgatorio, si scelse come guida Virgilio per due ragioni (sono parole che nel secondo Canto mette in bocca a Beatrice) la sua parola ornata e il suo parlare onesto, sono questi dunque gli strumenti più agguerriti dei quali la Ragione, di cui Virgilio è l’allegoria, può servirsi qualunque sia la sua Itaca.

L’eredità che Omero lascia ai suoi successori (altro si potrebbe dire delle tecniche narrative, sorprendentemente moderne che vengono impiegate) è complessa, tale da non lasciarsi accantonare e da attribuirgli un ruolo archetipale.

Per quanto riguarda la scrittura, non solo bisogna sottolineare che anche le opere dei logografi erano destinate ad essere ascoltate, non ad essere lette, ma è indubbio che per una civiltà portatrice di una concezione tanto vitale della parola essa rappresentasse un reale problema. Basti pensare a Socrate e a Platone, la scelta di fissare il dialogo sulla pagina costituì una limitazione dell’arte maieutica e un parziale tradimento del maestro.

Dare fissità a quelle parole alate, conferirgli un supporto materiale che le preservasse, in una parola affidarsi alla scrittura e alla lettura fu necessario quando il mondo della polis iniziò a declinare. Allora, crollato quel sistema di esercizio e diffusione del sapere, la parola iniziò a farsi carico del mondo per iscritto e ad indirizzarsi ad un pubblico di lettori. Allora nacque la filologia, col suo corpo a corpo plurisecolare con il testo.

Ciò nulla toglie che sia stato Omero ad insegnarci per primo il valore delle parole, la loro capacità di raccontare il mondo, quella che oggi chiamiamo scrittura creativa.