Una cosa divertente che non farò mai più

In una discussione non troppo recente, ci si chiedeva tra amici se fosse giusto approfondire la conoscenza di uno scrittore particolarmente apprezzato, passando allo studio della sua biografia, visitando i luoghi in cui ha vissuto, appagando così il desiderio di una conoscenza più intima. Secondo alcuni si corre il rischio di avere delle brutte sorprese: il poeta è cosa diversa dall’uomo. Altri mi mettono invece in guardia dal pericolo di una lettura biografica dei testi, alla ricerca di conferme, o smentite, riguardo eventi realmente accaduti. Il caso David Foster Wallace è da questo punto di vista molto interessante; come si fa ormai a scrivere, o semplicemente parlare di lui, senza prendere in considerazione il folle gesto suicida? D’altronde non c’è bisogno di cercare lontano: Infinite Jest abbonda di personaggi sull’orlo della depressione o comunque affetti da diverse e preoccupanti forme di Dipendenza. Ciò che tutto sommato appare strano, al punto quasi da far male, è che pochi altri scrittori son riusciti a rendere alla carta un pari fascino per la vita.

L’atteggiamento con cui DFW si affaccia al mondo è quello di un bambino curioso, a tratti indifeso, che vuole provare, sempre provare ogni cosa e spingersi oltre, rompere il giocattolo per osservare gli ingranaggi. È ciò che si pensa leggendo Una cosa divertente che non farò mai più (trad. it. a cura di G. D’Angelo e F. Piccolo, Minimum Fax). Nel bene e nel male il piacere della lettura di questo libro deriva dalla quasi totale assenza di filtri narrativi. Spedito in vacanza in mezzo all’oceano, per scrivere un reportage sulle crociere extralusso, Wallace descrive con sincerità ciò che vede, le esperienze che vive. I personaggi sono “veri”, passeggeri della nave ed ufficiali della compagnia, a cui è legato da una profonda empatia; lo scrittore non si limita a conoscerli, ma nell’arco di centocinquanta pagine li scava a fondo, armato di torcia e martelletto e preparato ad ogni sorpresa. Sarà forse la sua precisione nel dettaglio, mista ad un pungente sarcasmo, a dare l’impressione che Wallace sia riuscito nel tentativo di estraniarsi, descrivendo la scena da un punto di vista esterno, contemporaneamente comparsa e spettatore nel medesimo baraccone. Ciascun capitolo presenta un momento della giornata a bordo, con particolare attenzione alle varie forme di comfort pubblicizzate nella brochure. «Il fatto che gli americani degli anni Novanta tendano ad associare la parola pamper, viziare, ad un particolare prodotto di consumo non è casuale, non credo, e la connotazione non si perde in queste megacompagnie di massa e nelle loro pubblicità. E se ripetono e sottolineano di continuo questa parola, avranno le loro buone ragioni.»

Spicca la figura ricorrente della donna delle pulizie, «la diafana Petra dagli epicantici occhi da cerbiatto». Nel dipingere la sua cartolina, DFW segue un suo registro abituale: parte da un dettaglio banale che ha colpito la sua attenzione, uno dei tanti aspetti che renderanno divertente il ricordo della crociera, per passare poi ad analizzarlo come farebbe un medico armato di bisturi alle prese con un’autopsia. Scherza inizialmente su come sia possibile che la diafana Petra riesca ad indovinare in anticipo la durata delle sue passeggiate; successivamente riflette sulle implicazioni morali dell’avere a disposizione una persona che pulisca la camera a comando. È quasi come avere una mamma, senza però l’implicito latente senso di colpa. E così il gioco si ripete, ancora una volta Wallace non si arresta ad osservare il dettaglio delle cose, ma prosegue, calandosi nei labirinti del pensiero e della mente che spesso non hanno uscita.

Ma è l’esperienza delle pulizie in cabina che forse rappresenta l’estremo esempio della stressante volontà di viziarvi, così stravagante che confonde il cervello. […] … la cameriera della cabina 1009 non l’ho vista quasi mai, la diafana Petra dagli epicantici occhi da cerbiatto. Ma ho buoni motivi per credere che lei vede me. Perché ogni volta che lascio la cabina per più di mezz’ora, quando torno è tutta di nuovo pulita e spolverata e gli asciugamani ripiegati e il bagno uno specchio. […] Provo ad uscire dalla 1009 un paio di volte e poi a tornare dopo dieci o quindici minuti per vedere se riesco a cogliere Petra in delicto, ma non c’è mai. Provo a lasciare la 1009 in condizioni davvero indecenti e poi me ne vado e mi nascondo da qualche parte sul ponte inferiore e dopo ventinove minuti esatti torno – e di nuovo quando spalanco la porta non c’è traccia né di Petra né di pulizie. […] Non sono riuscito a sviluppare una teoria plausibile su Come Fanno. Quando decido di lasciar perdere i miei tentativi, sento di esser diventato quasi pazzo e le mie misure di controspionaggio stanno cominciando a suscitare negli altri ospiti del corridoio sguardi impauriti e anche qualche colpetto di indice sulla tempia. Occorre ammettere che nel tipo di viziatura da personalità A della Nadir c’è qualcosa che può fotterti il cervello e che l’invisibile, maniacale donna delle pulizie fornisce l’esempio più chiaro di quanto sia raccapricciante tutto questo. Perché a pensarci bene, non è esattamente come avere una mamma. Lasciamo perdere il senso di colpa, quanto sia petulante, eccetera: ma una mamma ti pulisce la camera soprattutto perché ti vuole bene – sei tu il centro, sei tu in qualche modo il vero fine delle pulizie. Sulla Nadir, invece, una volta esaurito il senso di novità e di comodità, comincio a scoprire che tutta questa cura fenomenale non ha niente a che fare con me. (Ed è stato particolarmente traumatico rendermi conto che Petra pulisce la cabina 1009 in modo così straordinario semplicemente perché ha l’ordine di fare così, e quindi (è ovvio) non lo fa per me o perché io le piaccio o perché pensa che “non è problema” o “io essere molto simpatico” – infatti mi avrebbe pulito la cabina in modo altrettanto straordinario anche se io fossi stato un coglione – ed è persino possibile che dietro il sorriso pensi davvero che sono un coglione, e se è così cosa succederebbe se io fossi davvero un coglione? – voglio dire, se il viziare, se la gentilezza radicale non sono motivate da un affetto forte e quindi né ti danno la certezza né ti aiutano a rassicurarti che insomma non sei un coglione, quale profondo e significativo valore vuole avere tutta questa condiscendenza e pulizia?)

Sembra quasi che Wallace riesca ad andare oltre lo sguardo della gente comune, mostrando una sorprendente capacità di calarsi in profondità; ma giunto sul crinale, non riesce poi a tornare indietro, a non arrendersi all’abisso della disperazione. Alcune persone sono dotate di una sensibilità tale da non riuscire a scendere a compromessi con la vita; non li protegge, cioè, una corazza abbastanza spessa da filtrare il peso delle loro visioni. E viene da chiedersi allora, se non sia a rischio l’incolumità del lettore impreparato, se non si ritrovi anche lui sull’orlo del burrone. Leggendo Una cosa divertente che non farò mai più, ci si sente combattuti, tra il fascino per lo stile ed il genio dello scrittore, la tagliente ironia che investe i passeggeri della nave, e la sensazione di sconforto che suscitano queste parole, una richiesta d’aiuto che lascia inermi, impietriti. È difficile fronteggiare una così viva fotografia del dolore.

In queste crociere extralusso di massa c’è qualcosa di insopportabilmente triste. Come la maggior parte delle cose insopportabilmente tristi, sembra che abbia cause inafferrabili e complicate ed effetti semplicissimi: a bordo della Nadir – soprattutto la notte, quando il divertimento organizzato, le rassicurazioni e il rumore dell’allergia cessavano – io mi sentivo disperato. Ormai è una parola abusata e banale, disperato, ma è una parola seria, e la sto usando seriamente. […] È come avere il desiderio di morire per sfuggire alla sensazione insopportabile di prendere coscienza di quanto si è piccoli e deboli ed egoisti e destinati senza alcun dubbio alla morte. E vien voglia di buttarsi giù dalla nave.