Viaggio attraverso l’Eneide IV

Riprendiamo la lettura dell’Eneide dal IV libro. Per chi si fosse perso i primi tre ecco i link al I, al II e al III.

Didone morente

Didone morente

Il libro III si chiudeva con Enea che, terminato il suo racconto, si concedeva al ristoro del sonno. Il libro successivo si apre nel segno della contrapposizione: at regina gravi iamdudum saucia cura / volnus alit venis et coeco carpitur igni (vv. 1-2). At è una congiunzione che indica il passaggio da un pensiero a un altro, posto al principio, crea una contrapposizione tra lo stato in cui versa la regina e la serenità di Enea. Sino a questo punto ciò che sappiamo di lei ci viene dal libro I, ora ricompare innamorata, come già la conclusione di quello preannunciava. Nei soli due versi iniziali Virgilio ha condensato il destino di Didone e ci prepara alla sua conclusione: ella è piagata nell’animo (saucia) da un tormento che si rivela subito grave, mortale (gravi), nutre la ferita nelle sue viscere (venis) ed è divorata da un fuoco cieco nella sua forza distruttiva.

La passione amorosa è come subita da Didone, che trascorre la notte in preda a un sentimento violento che non le concede pace.
Trascorsa la notte, può confidarsi con la sorella Anna. Didone è stata colpita dalla fierezza di Enea, dal suo sguardo, dal suo coraggio, dalle sue terribili vicende. È certa che sia figlio di qualche divinità. Non sa, facendo riferimento all’origine divina di Enea, di indicare l’origine dell’amore che sta per travolgerla.
Eppure esita ad abbandonarsi. Ancora l’animo di Didone è titubante, resiste a quel sentimento, restando legato al ricordo del primo marito, ucciso dal di lei fratello per brama di potere (vv. 20-27). Quello che per primo mi unì a sè mi strappò / l’amore; quello lo tenga con sè e lo conservi nel sepolcro (vv.28-29) conclude la regina scoppiando in lacrime.

La risposta della sorella Anna manifesta le ragioni dell’amore, della giovinezza e della vita, ma tragicamente tende a spingere Didone in direzione opposta, verso la morte e la disperazione. Anna nega che si tratti di un amore empio, fa appello all’istinto materno della sorella, adduce le ragioni politiche che potrebbero portarla a ricercare le nozze con il nobile troiano e, infine, conclude che non solo non si tratta di un sentimento empio, ma che addirittura esso si può considerare propiziato dagli dei stessi e soprattutto da Giunone, che è la protettrice dei Punici ( Dis equidem auspicibus reor et Iunone secunda / hunc cursum Iliacas ventos tenuisse carinas vv. 45-46). Al lettore il riferimento a Giunone rivela il totale fraintendimento in cui Didone e Anna stanno per essere irretite. Solo il lettore può comprendere quanto tragica sia la condizione di Didone e quanto cieco sia – come si diceva all’inizio – il fuoco che la sta consumando, poiché sa che Enea è sì giunto in Africa per volontà di Giunone, ma non per i suoi favorevoli auspici, piuttosto per il suo malanimo, giacché era stata la dea a scagliare una tempesta contro la flotta troiana giunta in prossimità delle coste italiche.

Le parole di Anna hanno l’effetto di accendere l’animo della sorella verso l’amore contro cui combatteva.
Didone inizia a fare sacrifici per propiziarsi gli dei e prima tra tutti Giunone, cui spetta di tutelare i vincoli nuziali. Anche nel I libro la regina svolgeva un ufficio religioso, ma quello che la vede impegnata adesso è estraneo al suo compito di guida della cittadinanza, si manifesta come follia, lontana da qualsiasi pietà religiosa (quid vota furentem / quid delubra iuvant?, a che cosa giovano i voti e i templi a lei folle, vv.65-66).
Virgilio non fa che ribadire la natura malata e letale del suo amore: Didone è ferita, divorata in pro-fondità dall’amore, vaga come impazzita per la città. Didone è come una cerva incauta, ferita da una freccia che ora trascina con sé mentre va per i boschi, senza potersene liberare, piagata da una ferita che incancrenendosi le consuma la vita giorno per giorno (vv. 66-73).

Il poeta ci regala una serie di immagini, che incalzandosi ci lasciano l’impressione di una donna totalmente stravolta, determinata ormai solo dal suo sentimento d’amore: Didone che accompagna Enea attraverso le mura, che gli mostra le sue ricchezze e la sua grandezza, che gli chiede di narrare le sue avventure e pende dalle labbra del narratore, Didone che si tormenta appena resta da sola e che prende in braccio il piccolo Ascanio, rivedendo nel suo volto quello del padre (vv. 75-85).
La follia della regina non può che riverberarsi sulla collettività che ella guida. Quella città prospera, fiorente, impegnata nel costruire il proprio splendore, che si era mostrata a Enea nel I libro, ora langue: le torri cominciate non crescono, i giovani non si esercitano con le armi, la costruzione delle opere difensive viene abbandonata.

Fin da ora si istituisce un giudizio che più avanti diventerà un termine di paragone esplicito per l’operato di Enea: si possono misurare le azioni della regina da quelle del suo popolo, Didone non è da condannare perché si è sottratta al voto fatto alle ceneri di Sicheo, bensì perché è venuta meno al suo dovere di capo politico e morale, abbandonando i suoi sudditi all’inerzia e all’anarchia.
A questo punto Giunone, avvedutasi di quanto la regina sia stata traviata, interviene, rivolgendosi a Venere.
Le sue parole dapprima aggressive, poi distese e tendenti a una conciliazione, sembrano realizzare quanto detto da Anna. La dea offre a Venere una tregua, sancita e resa salda dalle nozze di Enea e Didone (vv. 102-104).
Ma Venere comprende che le parole di Giunone non sono sincere e che ciò che le sta a cuore è in realtà allontanare Enea dalle terre italiche. È riferendoci il pensiero di Venere che Virgilio ci rivela la frode ordita dalla madre degli dei, ciò che da una mente mortale non è percepibile lo è da quella divina.
La dea dell’amore decide di assecondare Giunone, la quale trama per l’indomani di congiungere Enea e Didone in uno stabile connubio. Quando insieme ai cavalieri saranno usciti per la caccia, farà in modo che un’improvvisa tempesta infuri, costringendo il corteo a sciogliersi in cerca di un riparo. Per suo volere, l’eroe troiano e la regina punica giungeranno alla stessa grotta e lì, con il consenso di Venere, consacrerà la loro unione.

Sorto il giorno, Troiani e Cartaginesi si preparano alla caccia. Tra tutti Didone avanza quale immagine di splendida bellezza, cinta dei simboli regali, immersa nei colori della porpora e dell’oro (vv. 136-139). Enea è più che regale, divino, incede come un novello Apollo (vv. 144-150).
Come preannunciato, Giunone disperde i loro compagni e li attira in una spelonca: quello che finché gli eventi erano incerti era stato un presagio di morte, ora diviene una certezza: Ille dies primus leti, quello fu il primo giorno di morte (v. 169). Rimane fissa una colpa che l’intervento di Giunone non può cancellare (v. 172).

Didone oramai non si preoccupa più di tenere segreto il suo amore, la cui notizia va, si diffonde tra i Punici e i popoli confinanti. La Fama, descritta da Virgilio come un mostro enorme che acquisisce forza e vigore incedendo tra le genti, col corpo coperto di piume che nascondono altrettanti infaticabili occhi (vv.173-188), giunge infine ai pretendenti di Didone un tempo respinti. Tra costoro Iarba, re dei Getuli, che sdegnato dal nuovo connubio leva le braccia a Giove implorando una giustizia che lo risarcisca dell’offesa subita.
L’onnipotente l’udì e volse gli occhi verso le mura / della regia e verso gli amanti dimentichi di una fama migliore (vv.220-221).

Giove interviene non già per esaudire le preghiere di Iarba, ma per ricondurre Enea al destino che è chiamato a compiere. Entrambi gli amanti sono venuti meno al dovere per loro fissato dal fato. Chiama, dunque, il messaggero degli dei Mercurio e lo incarica di volare immediatamente da Enea per rammentargli che non per regnare sui Punici fu salvato dalle armi achee ma affinché reggesse l’Italia gravida di imperi e fremente di guerra (v. 230).

Enea ha scordato la sua missione, l’intervento di Giove ne ribadisce l’altissima investitura. Lo stesso padre degli dei si cura della sorte di Roma, la sua non è solo una profezia, ma una promessa. Il senso del viaggio non si esaurisce al solo Enea, ha una prospettiva futura che gli impone di guardare al bene del figlio e a quello del Lazio e dell’Italia dopo di lui.
Mercurio si appresta sollecito ad adempiere al comando. Il suo movimento, ad ali tese giù dal cielo attraverso il corpo del duro Atlante che ne reca il peso, introduce una nuova pausa descrittiva dopo quella della fama, ma il movimento di Mercurio è contrapposto a quello minaccioso della Fama, è un tenue librarsi, simile al volo di un uccello a fior d’acqua (vv. 238-258).

L’immagine di Enea che si offre a Mercurio sottolinea quanto egli ha deviato dalla via che gli è stata prescritta: sulle spalle reca un mantello di porpora tiria ed è impegnato – egli progenitore dei distruttori di Cartagine – a fondare nuove rocche e case. Il dio rimbrotta l’eroe troiano, lo definisce uxorius, cioè troppo ligio, sottomesso alla moglie, gli chiede aspramente con quale speranza continui a perdere il proprio tempo su quelle terre, lo richiama ai doveri di padre e di condottiere. Quindi, abbandonate le sembianze umane a metà del discorso, affinché fosse chiaro da chi provenivano quegli ordini, scompare dalla vista di Enea.
Questi, colpito dall’apparizione del dio, che lo lascia senza un filo di voce e con i capelli ritti sul capo, ora arde di prendere la via della fuga e di lasciare le dolci terre (ardet abire fuga dulcisque relinquere terras, v.281). Dunque i luoghi che sta per abbandonare sono per Enea “dolci”, la sua scelta di andare via non è determinata da crudeltà o opportunismo – come affermerà Didone – ma dalla sua pietas, dal riconoscimento del limite posto dal fato alla sua stessa volontà, che non può es-sere che quella di adeguarsi a ciò che gli è riservato.

Il suo problema, a questo punto, è come distaccarsi dalla regina. Da questo momento tra i due amanti si crea una distanza che è determinata proprio dalla pietas di Enea. Sulle prime, credendo che ella si sarebbe opposta con qualsiasi mezzo, decide di preparare la partenza in segreto.
Subito tutti i Troiani accolgono i nuovi ordini laeti, termine emblematico poiché dimostra come Enea stesse trascurando il volere e la felicità del suo popolo, di coloro che a lui si erano affidati.
Didone ha un vivo presentimento di ciò che sta accadendo – chi potrebbe ingannare un’amante? commenta Virgilio (v. 296) – ancora quell’orribile mostro, che è la Fama, le porta la notizia all’orecchio.

Ella infuria come una tiade durante i riti bacchici. Il suo comportamento da questo momento è quello di una donna offuscata nelle sue capacità mentali. Aggredisce Enea rimproverandogli l’inganno ordito, lo apostrofa come perfido. Il dialogo che segue tra i due amanti è il confronto di ragioni antitetiche. L’agire dei due personaggi può leggersi in parallelo, Enea nolente si adegua al volere di Giove, Didone infuria e si oppone ai fati.
La regina non si avvede che, nonostante tutto, Enea le è legato. Le ragioni che scuotono Didone sono ben altre che quelle di Enea: egli tiene lo sguardo fisso ai moniti di Giove, lei sogna di potere almeno stringere tra le braccia un figlio nato dall’amore per lui. Apollo Grineo e gli oracoli della Licia / mi ordinano di raggiungere l’Italia, la grande Italia; / questo è l’amore, questa la patria (vv. 345-347). Enea continuamente ribadisce di non agire spontaneamente ma spinto dal destino (Italiam non sponte sequor, v. 361).

Didone non comprende il senso delle sue parole, stravolge il reale, agisce e pensa in base ad un impulso passionale. Definisce horrida iussa (v.378) gli ordini portati da Mercurio e invoca pii Numi contro Enea, quando empio è il suo atteggiamento. Forse la regina ha già stabilito di togliersi la vita, i neri fuochi, con cui afferma che assente inseguirà Enea (v. 384), sembrano preannunziarne la morte. Ella si augura che la notizia della morte di Enea, avvenuta dopo infinite sofferenze, la raggiunga tra i Mani sotto terra.
Le parole dure e affrante di Didone lasciano Enea molto addolorato, ma egli, sebbene desideri consolarla e sebbene anche il suo animo sia scosso da un grande amore, esegue gli ordini di Giove (vv.393-396). Enea ama Didone, ma antepone al suo bene e al suo desiderio i comandi degli dei.

Virgilio contrappone alla buona lena con cui i Teucri apprestano la flotta lo stato d’animo della regina, via via più affranta man mano che i preparativi per la partenza procedono. Il poeta indugia nella descrizione di Didone e, poi, prorompe in un’esclamazione di sdegno: improbe Amor, quid non mortalia pectora cogis?, Amore crudele, a cosa non costringi i cuori mortali? (v. 412). La regina tenta ancora di convincere Enea a restare, manda persino la sorella a tentare di piegarne le decisioni ma fata obstant, i fati si oppongono: il destino continua a imporsi sul furor (v. 440).
La grandezza di Virgilio sta nel negare in Enea un carattere monolitico, pervaso da un sentimento unico e inoppugnabile. Enea dubita, soffre, in lui c’è una passione che lo porterebbe a restare, combattuta da una persuasione più profonda a compiere la propria missione (vv. 441-448).
Didone è, invece, preda della follia. Un sentimento di morte la invade. Inizia a odiar la luce del sole, vede, durante un sacrificio, il vino mutarsi in sangue putrido e il latte annerirsi, dall’altare, che ha eretto nella reggia in onore del primo marito, sente raggiungerla voci di morti, la atterriscono antichi oracoli e il volto di Enea la perseguita nel sonno.
Quando decide di togliersi la vita, stabilisce accuratamente come e quando e, celando le sue reali intenzioni, si rivolge ancora una volta alla sorella Anna. Le rivela di avere trovato il modo di liberarsi dall’amore per l’eroe troiano, affidandosi ai riti di una maga potrà allontanare da lei il pensiero di lui. Le chiede poi di preparare all’interno della reggia un rogo, sul quale porre il loro talamo e le armi e ogni ricordo di Enea. Dopo aver detto queste cose tacque. Un pallore immediatamente le invade il volto (v. 499), oramai la morte l’avvince.
Virgilio descrive minuziosamente i rituali condotti da Didone, la sua meticolosa preparazione alla morte che ne amplifica la profonda tristezza. La precisione dei gesti cozza contro il vuoto verso cui sono diretti.

L’agitazione della regina fa da contrasto con il placido sonno, che avvolge i Troiani e tutte le creature, ella si è posta al di fuori della natura e del mondo, è oltre, al di là, in un luogo dove domina solo la sua disperata rabbia e il suo amore deluso (vv. 522-554).
Come al principio del libro all’inquietudine notturna di Didone si oppone la quiete di Enea, a lui, nel sonno, compare ancora una volta Mercurio. Il dio lo invita a non tergiversare più, a partire prima dell’alba, a guardarsi dalla regina stravolta dall’ira. Enea atterrito strappa i compagni dal riposo e ordina loro di affrettarsi ai remi e di dare le vele ai venti (vv. 571-580).
Quando inizia ad albeggiare, dall’alto della torre, Didone vede la flotta troiana in mare, la costa vuota. Non può che constatare la propria impotenza. Come aveva preannunziato Mercurio, un desiderio di vendetta si impossessa di Didone, ma ogni atto di forza con cui avrebbe potuto prostrare Enea e i suoi uomini le è precluso. Può solo rimpiangere di averlo accolto, un tempo, come un ospite a cui si deve riguardo, invece che come un nemico, contro cui sarebbe stato giusto imbracciare le armi.

Didone invoca Giunone e le Dire vendicatrici, scaglia terribili maledizioni contro Enea e il suo popolo, augurando loro di giungere in Italia, ma di trovarvi solo guerra e lutti. Quindi proclama l’odio imperituro dei Cartaginesi contro i discendenti di Enea (vv. 622-624).
Con la scusa di andare a chiamare Anna per compiere il rito che si erano proposte, allontana da sé la nutrice. Da sola, invasata, percorre le stanze del palazzo sino a dove la pira per il rogo è stata eretta. Indugia un poco Didone, si distende sul letto e si abbandona ai dolci ricordi che quegli oggetti ammucchiati recano con sé. Il suo pensiero rimane, tuttavia, fisso nel suo proposito di morte, anzi le giova pensare che, da lontano, Enea potrà scorgere il funesto presagio del suo rogo (661-662). Quindi, mentre le ancelle assistono inermi, si getta sulla spada di cui aveva fatto dono all’amante, a suo tempo. La Fama – ancora lei – corre veloce attraverso la regia e per la città.
Anna accorre fremente battendosi il petto, Didone giace in una lenta agonia, finché Giunone, commiserandola, non invia Iride a scioglierla dal suo corpo mortale.
Sull’ultimo respiro di Didone morente si chiude il IV libro. Le preghiere della regina saranno accol-te dagli dei, ma i travagli, che ha augurato a Enea e ai suoi discendenti, non faranno che contribuire alla gloria di Roma e del Lazio.

  • Salve, sono anni che seguo quasi quotidianamente il vostro “mondo”, sono appassionata di lettura, scrittura e tutto ciò che porta avanti la cultura in ogni suo aspetto.
    Grazie del vostro “supporto” culturale.

  • maria

    Grazie a te :-)

  • matrena

    Davvero interessante e utile questo “viaggio”! ;)

  • melania

    come sempre quando leggo qualcosa che parli di gesta eroiche o mitiche mi commuovo…grazie per avermene dato la possibilità… w la cultura… w la letteratura classica

  • Anonimo

    ;)

  • chira

    grazie è propio quello che savo cercando per il mio tema di italiano!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!

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  • ilaria99 the best

    ma io nn ci capisco un cazzo, scusate ma nn va bn xk è troppo corto sto riassunto! ciao la ila the best