Viaggio attraverso l’Eneide II

Continuiamo la nostra lettura dell’Eneide passando al secondo libro.
Anche al principio del secondo libro a porsi in evidenza è una collettività, anche in questo incipit l’eroe svolge la sua funzione in seno ad una comunità e solo in ragione di essa la sua azione ha un senso.

Enea in fuga insieme ad Anchise, Ascanio e Creusa

Enea in fuga insieme ad Anchise, Ascanio e Creusa

La comunità costituita da Troiani e Cartaginesi si è raccolta in silenzio intorno a Enea, “conticuere omnes intentique ora tenebant” (En., II, 1), tutti tacquero e tenevano gli sguardi attenti. Tutti sono in attesa. Il poeta prepara per la narrazione della caduta di Troia un’atmosfera solenne, al silenzio dei presenti si associa la posizione di Enea che inizia a parlare “ab alto trono”, da un’elevatezza fisica e morale, dalla quale egli intreccerà ai fatti che hanno travagliato Troia nel suo ultimo giorno l’investitura che a lui è venuta e che lo ha spinge verso l’Italia.
All’inizio del suo racconto l’eroe appare titubante, esita poiché non vuole rinnovare il ricordo del dolore e del lutto, eppure cede, per dovere di ospitalità, alla richiesta di Didone e inizia dalla fine, dall’ultimo giorno di guerra, quando i Greci simularono la partenza e il dono di un cavallo di legno.

Enea narra, indugiando sulla gioia dei Teucri che credono che la guerra si sia conclusa. Agli occhi del lettore emerge amaro il contrasto con quello che sa essere l’esito del racconto. Virgilio ci fa intuire in Enea, fattosi a sua volta narratore, la gioia sottile nel ricordare non solo la gloria passata della sua terra ma anche il suo ultimo sprazzo di vita: indugia su come i luoghi della guerra vengono rioccupati da una serena e riconquistata quotidianità, “panduntur portae. Iuvat ire et Dorica castra / desertosque videre locos litusque relictum. / Hic Dolopum manus, hic saevos tenebant Achilles, / classibus hic locus, hic acie certare solebent.“, si aprono le porte. È piacevole andare e vedere l’accampamento dorico, i luoghi deserti e la spiaggia abbandonata. Qui la schiera dei Dolopi, qui il crudele Achille teneva la tenda, qui la flotta, qui solevano combattere in schiera (En., II, 27-30),.

Enea si sofferma anche sullo stupore suscitato dal cavallo di legno lasciato dal Greci. Ammirato per la sua mole, spinge i Troiani a manifestare da subito pareri contrastanti, proponendo chi di portarlo sulla rocca all’interno delle mura, chi di bruciarlo o di aprirlo per esplorarne il ventre e verificare che sia vuoto.
È a questo punto che inizia a divenire sempre più evidente che Troia non deve più combattere solo contro i Greci ma contro un destino ormai divenuto avverso. Dalla rocca accorre il sacerdote Lacoonte che si rivolge ai suoi concittadini con parole di fuoco. Ammonendoli a diffidare del dono che viene dai Greci e ricordando loro la perfidia dei Danai, capacissimi di tessere inganni e tra tutti l’astuzia di Ulisse, conficca un asta nel fianco del cavallo. Le sue parole avrebbero dovuto – commenta amaramente Enea – spingere i Troiani ad aprire il cavallo e a svelare al suo interno i guerrieri Achei, se i fati degli dei non fossero stati funesti. Il richiamo al fato come principale artefice della disfatta troiana viene continuamente ribadito non solo durante l’episodio di Lacoonte, già di per sé emblematico della volontà divina di abbattere Troia. Nelle parole di Enea la consapevolezza di come sono andate le cose non va disgiunta da una certa amarezza, la sua accettazione del destino non è arrendevole fatalismo, anzi è tormentata, mai scontata.

Il dibattito è interrotto dall’arrivo di un prigioniero greco. A Sinone, cugino di Ulisse e a questi legato dall’arte dell’inganno, spetterà il compito di tessere la trama con la quale avviluppare i Troiani e superare le loro ultime resistenze. “Accipe nunc Danaum insidias et crimine ab uno / disce omnis”(En., II, 65-66), apprendi ora le insidie dei Danai e da un solo crimine tutti, ovvero il crimine dei Greci è tale che da esso è possibile apprendere tutti gli altri, non c’è alcun eroismo nella vittoria che stanno per cogliere.

Il prigioniero lamentando la sua sorte infelice riesce immediatamente a cambiare l’atteggiamento verso di lui della folla che gli si accalca intorno e lo esorta a parlare. Lo stesso Priamo lo induce a rivelare chi sia e quali mali lo hanno colpito, ma il discorso del greco è un capolavoro di simulazione. Già la sua affermazione iniziale di volere riferire tutta la verità è chiaramente falsa, al lettore è chiara la contrapposizione tra le parole dello straniero e il fine a cui tendono: non mira a svelare il vero bensì a celarlo.

Sinone racconta di essere giunto a Troia al seguito di Palamede, odiato dagli altri Greci poiché si era opposto alla guerra e della cui morte si era reso colpevole Ulisse con la sua astuzia ingannatrice. Abilmente dà inizio a una manipolazione attenta della realtà, difatti c’era astio tra Palamede e Ulisse, non perché il primo si opponeva alla guerra, come riferisce Sinone, perchè, invece, Palamede aveva smascherato Ulisse che si fingeva pazzo per non partire alla volta di Troia.
Facendo riferimento all’astuzia di Ulisse, l’ideatore del cavallo, il prigioniero svia i Troiani, proprio mentre le sue parole dovrebbero metterli in guardia. Anzi crea una solidarietà tra sé e i Troiani sulla base di un nemico comune, raccontando che Ulisse riuscì a farlo passare come la vittima sacrificale che avrebbe dovuto propiziare il ritorno dei Greci in patria.

Tum vero ardemus scitari et quaerere causas, / ignari scelerum tantorum artisque Pelasgae” (En.,II, 105-106), allora in vero ardiamo di chiedere e sapere le ragioni, ignari di tanti delitti e dell’astuzia Pelasga: all’ignoranza del delitto e dell’inganno da parte dei Troiani, alla loro umana simpatia per i fatti che stanno ascoltando, si contrappone la raffinata scaltrezza dei Greci.
Sinone porta a compimento il suo racconto, associandovi il dolore per la patria perduta e per i cari che probabilmente dovranno pagare la colpa della sua fuga, quindi chiude il suo discorso con una invocazione agli dei “tutori del vero”: il completo rovesciamento della realtà è stato compiuto e ha ottenuto lo scopo di far accogliere il prigioniero tra i Troiani, che a lui si affidano chiedendo cosa sia il cavallo abbandonato dai Greci. Le sue parole continuano a stravolgere la verità dei fatti. Riferisce, infatti, che, dopo il furto del Palladio custodito nella rocca di Troia, ad opera di Diomede e Ulisse, avendo perso il sostegno di Pallade Atena, i Greci decisero di partire, non prima di avere espiato la loro colpa dotando Ilio di un’altra statua che potesse sostituire quella rubata ma dandole, come ultimo dispetto, dimensioni tali che fosse impossibile collocarla sulla rocca senza aprire un varco attraverso le mura.
A Enea che racconta questi fatti non resta che constatare, come nella vittoria dei Danai, non ci sia alla fine nessun valore: “talibus insidiis periurique arte Sinoni / credita res captique dolis lacrimisque coactis / quos neque Tydides nec Larisaeus Achilles, / non anni domuere decem, non mille carinae”, per tali insidie e per l’arte dello spergiuro Sinone il fatto fu creduto e furono presi con inganni e finte lacrime quelli che né il Tidide né il larisseo Achille né dieci anni di guerra né mille navi domarono (En., II, 195-198).

L’attenzione immediatamente si sposta su un sinistro evento: due serpenti provenienti dall’isola di Tenedo, quasi a preannunciare l’arrivo da lì della flotta greca, si dirigono contro Lacoonte e i due figli di lui facendone scempio. I due animali si celano poi nel tempio di Atena, individuando chiaramente la colpevole della morte di Lacoonte. La dea partecipa così anche lei della sorte di Troia e dell’inganno, contribuendo a far sì che i Troiani si persuadano che il sacerdote è stato colpito perché si è scagliato contro un oggetto a lei consacrato.

Le scene successive, con i Troiani che allegramente si danno da fare intorno al cavallo per portarlo verso la rocca, incuranti di stare conducendo il fiore dei guerrieri nemici all’interno della loro città, sono scandite da un triste contrasto: la città di Troia nel momento in cui ritiene più vicina la gioia di una nuova rinascita è, in realtà, a un passo dalla catastrofe, il lettore rimane colpito dalla cecità che sembra guidare le azioni dei Teucri, che si abbandonano al sonno incuranti. Questo stesso contrasto sembra colpire Enea che non può non attribuire al fato la colpa di avere protetto tanto bene Sinone, che fa uscire i compagni dal cavallo, mentre la flotta Achea fa ritorno protetta dalla notte. Enea dà prova, ancora una volta in questo libro, di ribellarsi al destino avverso, considerandolo ingiusto e di parte nel condurre i Troiani alla rovina.

Anche Enea, come gli altri, non si accorge di quello che sta accadendo, dorme e nel sogno gli appare Ettore, non quale era al massimo della sua forza e della sua bellezza, ma afflitto da tutte le ferite che gli aveva inflitto Achille nell’ultimo mortale scontro. L’immagine di Ettore è emblematica della condizione di Troia, da lui Enea apprende che è ormai giunta la fine, che ogni difesa è vana. Ettore sa che per Troia è stata decisa l’ultima ora, e significativamente è lui, che era stato l’emblema della resistenza armata contro i Greci, il primo a investire Enea della sua missione, affidandogli i sacri Penati e il compito di fondare oltre il mare nuove mura.

Il sogno si interrompe bruscamente. Il tumulto, provocato dalle orde greche che ormai imperversano, ha raggiunto anche la casa di Enea, benché discosta dal centro della città. Salito sul tetto della casa per osservare che cosa stia succedendo, l’eroe vede ovunque morte e distruzione.
Virgilio sottolinea abilmente il momento in cui i discorsi mendaci di Sinone si manifestano per quello che sono, quando la percezione della realtà alterata dall’astuzia dei Greci viene bruscamente ridestata proprio dal caos che sconvolge ogni cosa: “tum vero manifesta fides Danaumque patescunt / insidiae”, allora è chiara l’affidabilità e si chiariscono le insidie dei Danai (En., II, 309-310).

Eppure Enea non cede immediatamente al destino che gli è stato affidato da Ettore, non ha ancora compreso la missione che egli è stata affidata, la sua prima reazione è eroica, vuole difendere la sua città e forse anche morire per essa. Si arma e parte verso il folto della battaglia.
Un volere più grande della sua stessa volontà continua però a manifestarsi a Enea, che uscito di casa incontra Panto, sacerdote d’Apollo. Per bocca sua viene sancita la realtà della situazione: “fummo Troiani, fu Ilio e la grande gloria dei Teucri. Giove crudele ha trasferito ogni cosa ad Argo” (En., II, 325-326). Enea tuttavia continua a credere di potersi opporre al fato e che la cosa migliore per lui sia morire da eroe: “una salus victis nullam sperare salutem”, l’unica salvezza per i vinti è non sperare alcuna salvezza (En., II, 354) dice rivolto ai compagni che si sono uniti a lui pronti ad una lotta disperata.

La lotta procede nella notte con alterne vittorie, ma senza alcuna speranza per i Troiani di potere salvare la propria città. Enea non manca di sottolineare una certa viltà da parte dei Greci che sfuggono allo scontro con il nemico, cercando rifugio tra le navi o risalendo dentro il cavallo, ma “heu nihil invitis fas quemquam fidere divis”, ovvero non è lecito sperare in nulla quando gli dei sono avversi (En., II, 402). Nel racconto di Enea torna di continuo questo concetto, l’idea di un fato avverso che si oppone strenuamente vanificando ogni iniziativa. È come se egli volesse difendere sé e gli altri Troiani dalla colpa della sconfitta, mettendo in evidenza come non la loro forza, non la loro volontà di difesa è venuta meno ma la forza con la quale erano chiamati a confrontarsi era al di sopra di ogni umana resistenza. Il pio Enea continua a farsi sfuggire segnali di amarezza, affermando che l’operato degli dei non fu pienamente giusto. Contemporaneamente mette in rilievo come la sua non sia stata una fuga, ma una vocazione venuta dal fato.

Le scene che seguono, con la reggia di Priamo assediata dai nemici e i Troiani pronti a divellere il tetto per difendersi dagli assalitori, riassumono la drammaticità del momento e la disperazione di un popolo ormai vinto, nell’ora estrema i Troiani stessi sacrificano la reggia, simbolo del potere del loro re, eppure ciò non è sufficiente.
Enea decide di unire le sue forze a quelle degli assediati ed entra nella reggia attraverso un passaggio segreto, spesso usato da Andromaca, per raggiungere il suocero. L’immagine quotidiana e famigliare rievocata da Virgilio per bocca di Enea, acuisce per contrasto la drammaticità del momento. Dalla posizione elevata che ha raggiunto Enea può vedere i Greci abbattere le porte della reggia ed entrarvi, può scorgere gli Atridi, Neottolemo, Ecuba e tutti gli infelici protagonisti di quella notte, su uno solo però si concentra la sua narrazione, Priamo.

Enea racconta che il primo impeto del re è quello di correre verso la battaglia nonostante l’età. La moglie Ecuba riusce a trattenerlo dal proposito insano, invitandolo a restare insieme a lei, alle nuore e alla figlie presso gli altari, pegno di salvezza se i Greci avessero rispettato le leggi divine. Mentre si trova lì, ecco accorrere il figlio Polite, inseguito da Neottolemo, figlio di Achille, che raggiunto il nemico lo uccide spietatamente davanti agli occhi dei genitori. Il re inizia allora a inveire ferocemente contro il guerriero greco, rinfacciandogli l’umanità del padre che aveva rispettato il suo dolore paterno quando aveva chiesto supplice la restituzione del cadavere di Ettore. Neottolemo, lungi da qualsiasi sentimento di compassione, trascina con furia animalesca il vecchio re verso l’altare e, come una bestia sacrificale, lo uccide.

La morte di Priamo apre gli occhi a Enea sullo stato delle cose, per la prima volta un sentimento di terrore lo percorre e vedendo la fine del re pensa al padre coetaneo, alla moglie, al figlio, pensa alla sua casa e, per la prima volta, getta uno sguardo intorno a sé, dovunque morte e distruzione.
In un angolo appartata nel tempio di Vesta, sperando di non essere scorta né dai Greci né dai troiani, Elena. Per un attimo l’eroe medita vendetta, pur sapendo che si tratterà di un’azione infamante, individua in lei la ragione di quella disperata rovina e vuole ucciderla. È l’apparizione della madre Venere a fermare il suo braccio e a porre fine alle sue riflessioni.

La dea si mostra al figlio con la stessa bellezza e lo stesso splendore con cui è solita apparire agli altri dei, l’eccezionalità della natura dell’apparizione di Venere è chiara se la si confronta con l’apparizione del primo libro, quando si era mostrata sotto le mentite spoglie di una divinità dei boschi. Venere ricorda a Enea che il suo primo dovere è ricordarsi del padre e della moglie, la sua apparizione al colmo del pathos cambia il corso degli eventi.
Non solo, se la prima parte di questo libro è tutta incentrata sul tessersi di una trama che occulta la verità e annebbia il giudizio dei Troiani e la seconda, invece, è un disvelamento progressivo e impietoso di una realtà crudele, si può dire che solo dopo il dialogo con la madre Enea ha la piena percezione di quello che sta avvenendo. È lei a rivelare al figlio che non di Elena né di Paride è la responsabilità del crollo della potenza Troiana ma degli dei che così hanno stabilito. È lei a togliere al suo sguardo mortale la nube che gli impedisce di vedere gli dei che combattono contro i Troiani. È lei infine a indicargli la via della fuga.

Giunto a casa Enea deve scontrarsi con l’opposizione del padre, deciso a non abbandonare la patria e a morire con essa. Enea ha già indossato le armi e sta per uscire di casa, per tornare a combattere, nonostante gli ordini della madre e la disperazione della moglie Creusa, quando un prodigio persuade il vecchio Anchise: una fiamma tenue e luminosa si effonde intorno alla testa del piccolo Ascanio. Anchise leva le mani al cielo e chiede, se quello è il volere degli dei, un nuovo prodigio. Una cometa allora precipita alla sua sinistra, mostrando con la sua scia la via che li avrebbe portati alla salvezza. I due prodigi sanciscono il volere divino del percorso che Enea sta per iniziare. “Vestrum hoc augurium vostroque in numine Troiast”, questo il vostro augurio, nel vostro volere sopravvive Troia (En., II, 703) proclama Anchise apprestandosi a seguire il figlio.

Nel percorso che li porta fuori dalla città, tuttavia accade a Enea di perdere la moglie Creusa. Affettuoso e trepidante, messi al sicuro il padre e il figlio, ritorna sui suoi passi nella città ormai in mano al nemico. Nelle parole dell’eroe che ripercorre le sue azioni dinnanzi ai Cartaginesi c’è un sincero affetto nel ricordo della moglie, cercata a rischio della vita, finché non è il fantasma stesso di Creusa ad apparirgli per imporgli di desistere.
L’apparizione di Creusa completa il distacco di Enea dalla patria, predicendogli le lunge peregrinazioni, l’arrivo in Italia e le nozze regali, dando una direzione e un destino stabilito alla sua fuga.

Tornato dai compagni l’eroe troiano trova che altri superstiti si sono aggiunti, pronti a seguirlo per mare dovunque voglia condurli. Una nuova alba suggella la notte trascorsa recando la speranza di una nuova rinascita. A Enea non resta che prendere ancora una volta il padre sulle spalle e recarsi verso i monti, dove di nascosto organizzerà la partenza dei sopravvissuti. Il movimento incipiente di Enea chiude il libro, creando sospensione e continuità con il libro successivo.