Si può ridere di tutto? / 1

L’Officina di questo mese è stata una vera bomba di stimoli. Tra i tanti, però, vorrei proporre qualche testo provocatorio per rispondere alla domanda: «Si può ridere di tutto?». Una prima indicazione molto vivace mi è venuta da questo testo della Szymborska…

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WISLAWA SZYMBORSKA, Il Fratellino minore

«L’umorismo è il fratellino minore della serietà. Una specie di cosmico Pierino a fronte di un’altrettanto cosmica Luigina. Tra fratello e sorella vige una continua rivalità. La serietà guarda all’umorismo dall’alto della sua primogenitura, l’umorismo per questo motivo soffre di un complesso di inferiorità e, sotto sotto, vorrebbe essere giudizioso come la serietà. Cosa che, per fortuna, non gli riesce.

Nelle biografie degli umoristi […] è rilevabile una costante, ancorché disperata aspirazione a occuparsi di cose serie. Quasi tutti gli umoristi hanno al loro attivo qualche mesto romanzo o dramma poi “caduto in oblio”, ma è stata la produzione umoristica, sovente ritenuta secondaria, ad assicurare loro “un posto stabile nella storia della letteratura”. Non ho mai trovato una biografia in cui invece si leggesse: “Scrisse senza successo vari libri umoristici e numerose farse, ma solo il grandioso affresco drammatico ispirato alla vita dei contadini dell’Europa centrale gli valse fama immortale “. Strano, vero? E lo stesso accade per gli attori. In segreto tutti i comici sognano di impersonare ruoli tragici. Mai però ho sentito che un attore drammatico gridasse al caffè: “Quel cretino (nel gergo teatrale si tratta sempre del direttore) mi obbliga di nuovo a recitare l’Amleto! Niente da fare, non gli entra proprio in quella testaccia dura che sarei un Guanciaterzana nato! “. Strano, strano davvero.

Ammiro la serietà e l’umorismo per i loro rispettivi pregi, eppure aspetto con ansia il momento in cui la serietà comincerà a invidiare l’umorismo. L’umorismo, per esempio, ha diverse sfumature, mentre la serietà, di solito, non è soggetta a classificazioni più dettagliate, anche se decisamente dovrebbe esserIo. Signori Critici! dal momento che vi servite dell’espressione “umorismo demenziale”, provate a introdurre, per equità, il termine “serietà demenziale”! Iniziate, vi prego, a distinguere tra serietà raffinata e serietà rozza, serietà spensierata e serietà forzata. Non soltanto la critica, ma anche la pubblicistica trarrà infinito giovamento dall’uso del vivificante concetto di pure sense. Non abbiamo forse bisogno, nella vita e nell’arte, di riscoprire una serietà che non sia di bocca buona? una serietà indecente? una serietà arguta? una serietà a tinte rosee?

Leggerei con piacere del “grande senso di serietà” del pensatore X, delle “perle di serietà” del vate Y o della “strabiliante serietà” dell’esponente delle avanguardie Z. Quale tra i recensori si risolverà infine a scrivere che “la spumeggiante serietà dell’epilogo riscatta la debole pièce del commediografo N. N.” o che “nei versi della poetessa W. S. risuonano accenti di serietà involontaria”? E perché ancora oggi manca nei periodici umoristici l’angolino della serietà? E, in generale, perché abbiamo così tanti periodici umoristici e ne abbiamo così pochi di seri? Come mai?»

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Torniamo quindi alla domanda iniziale: «Si può ridere di tutto?». Szymborska non risponde direttamente, ma fa presente che, di sicuro, non conviene prendere tutto così dannatamente sul serio… quanto meno perché c’è serietà e serietà. E certa serietà farebbe proprio bene a invidiarlo, l’umorismo.