Cronaca di un fumetto annunciato

(il seguente articolo è apparso, in forma ridotta, sul Foglio il 6 febbraio 2010. L’immagine è di Lorenzo Mattotti, copyright:Bob Dylan Revisited (c) 2008 Guy Delcourt Productions /Sony ATV Music Publishing France / Bob Dylan)

Nel 1998 nel cult-movie The Big Lebowsky i fratelli di Cohen immortalarono una canzone misconosciuta di Bob Dylan, The Man in Me, regalandogli una formidabile sequenza (con Jeff Bridges-Lebowsky che svolazza su Los Angeles) che i due registi americani, successivamente intervistati,  hanno giustificato come naturale omaggio a un brano musicale così forte, come se la musica non fosse stata usata a commento della scena ma, al contrario, la scena stessa fosse scaturita dalla musica. Dylan è sempre più presente nella filmografia a cavallo dei due millenni, forse perché la sua musica ha accompagnato l’infanzia e la gioventù di diverse generazioni dei registi contemporanei.

Lasciando da parte l’irrisolta “video biografia” di  I’m not there di Todd Haynes del 2007, è opportuno segnalare, tra gli altri, la versione di Alta fedeltà (2000) di Nick Hornby da parte di Stephen Frears che lascia molto spazio alle canzoni di Dylan e, sempre nel 2000, Curtis Hanson che per il suo delizioso Wonder Boys arriva a commissionare al cantautore la ballata Things have changed che gli consentì anche di vincere l’Oscar come migliore canzone dell’anno (Hanson si è ripetuto nel 2007 chiedendo a Dylan una canzone ad hoc – Huck’s Tune – per Le regole del gioco, film e canzone che meritavano senz’altro di più). Un altro regista “intriso” di Dylan è Wes Anderson che per il suo capolavoro I Tenenbaum ha realizzato l’effetto della “colonna sonora al quadrato” inserendo in una lunga sequenza il brano musicale che Dylan aveva composto come (splendido) commento sonoro ai titoli di testa per Pat Garrett & Billy the Kid di Sam Peckinpah, film che nel 1973 ha segnato l’inizio di questo lungo rapporto tra Dylan e il cinema.

Il volume Bob Dylan Revisited pubblicato a dicembre dalla casa editrice Arcana (l’edizione originale è francese del 2008) segna l’inizio di un nuova relazione che si può immaginare ricca e lunga: Dylan e il fumetto. Si tratta infatti di 13 canzoni che sono state scelte da altrettanti disegnatori e illustratori che hanno realizzato delle tavole lasciandosi ispirare da quelle musiche e da quei testi (che hanno portato “la poesia nel juke-box” secondo Allen Ginsberg) qui ripresentati all’inizio di ogni singola graphic novel perché questo alla fine è il risultato, una carrellata di immagini che compongono tanti racconti inevitabilmente intrecciati tra loro, anche quando alla dimensione più narrativa (come in Hurricane o Hard rain is gonna fall – l’unica di firma italiana, l’ottimo Lorenzo Mattotti)  subentra quella più onirica di Desolation Row o quella impressionistica di Blowin’ in the wind che inevitabilmente apre il volume.

La cosa bella è che non c’è altro: il testo della canzone, in italiano e in inglese, e le tavole dei disegnatori; per dirla un po’ solennemente si potrebbe citare quel verso di Is, struggente poesia di Patrick Kavanagh, che dice: “L’unica vera lezione/ Consiste nel guardare / Cose che si muovono o appena prendono colore/ Senza commenti da parte del filologo./ Stare a guardare è abbastanza/ Quando è questione di amore”. Sono evidenti in questo libro a fumetti, entrambi: l’assenza della glossa filologica e l’amore degli autori verso la loro musa ispiratrice. È chiaro allora che l’unico commento possibile a questo libro dovrebbe essere quello della musa, cioè la musica stessa di Dylan: il consiglio è quindi di leggerlo ascoltando quelle canzoni che sono la sorgente da cui è nato, anche perché è una buona occasione per godere di nuovo di grande musica. I tredici disegnatori hanno scelto bene (e viene la voglia di scoprire se ci sono degli out takes delle canzoni che sono state illustrate ma poi non inserite nella “compilation” finale) e il fan dylaniato può scorazzare tra i classici (Like a rolling stone, Knockin’ On Heaven’s Door) e le chicche come I want you, Positively Fourth Street, Blind Willie McTell e Not Dark Yet. Quest’ultima (raccontata in quattro grandi tavole dal disegnatore Zep) che è anche la più recente, del 1997, chiude il volume forse come nota di speranza: “Non è ancora buio”, una speranza rimarcata ulteriormente dall’accostamento con la canzone precedente Knockin’ On Heaven’s Door con il suo verso iniziale “It’s getting dark, too dark to see”. Per Dylan, come per Kavanagh, l’arte ha a che fare con la vista, è un fatto di osservazione o, meglio ancora, di apertura alla realtà che ti colpisce: commentando il suo verso “Ed ora me ne sto qui ad osservare la tua ferrovia gialla nelle macerie del tuo balcone” (in Absolutely Sweet Marie) Dylan una volta ha affermato che “l’ho scritto guardando un luogo in particolare. Sai quando fai il musicista ti capita di girare il mondo. Per cui devi abituarti a osservare qualunque cosa. Ma nella maggior parte dei casi la realtà ti colpisce, non serve nemmeno che la osservi. Ti colpisce. Come la ferrovia gialla..”; da questo punto di vista questo libro è la cronaca di un esito annunciato: era inevitabile che Dylan diventasse materia per disegnatori, di gente che vive guardando “Cose che si muovono o appena prendono colore”.