Il potere delle parole

Silvano Petrosino di recente è diventato un ospite frequente sulle pagine di BombaCarta. Se ne comprende il motivo leggendo questa intervista di Sergio Massironi apparsa il 20 febbraio sulla pagina culturale de L’Osservatore Romano. Buona lettura a tutti!

Sembrerebbe un’ovvietà: la Bibbia non è un libro di filosofia, né un trattato di etica e tantomeno un manuale di teologia. Le Sacre Scritture raccontano delle storie il cui lògos è essenzialmente narrativo-espressivo e non logico-dimostrativo. Silvano Petrosino è un filosofo che ha a lungo indagato il senso del narrare, recentemente nel volume Contro la cultura. La letteratura, per fortuna (Vita e Pensiero, 2017).

Professore, immagino che il titolo del suo libro abbia un senso provocatorio: potrebbe chiarirci le ragioni della sua scelta?

La “cultura” contro cui bisogna ribellarsi è quella che riduce l’attività intellettuale e la pratica artistica a una sorta di nobile passatempo o di raffinata consolazione. In entrambi i casi si tratta di fenomeni che non producono alcun reale cambiamento nella vita di coloro che a essi si dedicano. Eppure considerarsi o meglio ancora esser considerati, in questo preciso senso, uomini “di cultura”, di ampie letture e di vasti interessi, è sempre stato motivo di grande soddisfazione.

Ma che cosa c’è di negativo in tutto ciò? Perché bisognerebbe opporsi alla “consolazione della cultura”?

Ovviamente, concepire e praticare la “cultura” come consolazione e perfino come divertimento non è qualcosa di negativo; si può sempre leggere un romanzo o visitare una mostra solo per trascorrere il tempo e per svagarsi un po’. Ma non credo che Kafka, Joyce, Manzoni, Picasso o Mozart abbiano dato vita alle loro opere per queste ragioni. All’origine della loro azione vi è forse qualcosa di molto più profondo e di molto più drammatico, qualcosa che mi sembra avere a che fare con l’essenza stessa dell’esperienza umana.

Perché gli uomini hanno una vera passione per le storie?

Perché c’è un dramma che realmente attraversa ogni narrazione. Nel libro mi permetto di avanzare la seguente definizione: la grande letteratura è il luogo ove decantano e vengono salvaguardate le testimonianze relative ad alcuni aspetti essenziali dell’esperienza umana. Questa letteratura dice il vero, pretende di dire il vero, non rispetto alla vita, ma sempre e solo rispetto all’esperienza. La distinzione è importante: ricordo l’affermazione di Barthes, secondo il quale la letteratura la sa lunga sugli uomini. Ciò che la letteratura sa è che la loro vita non è mai “nuda”, perché non si può che abitarla all’interno dell’«aggrovigliata trama» (Cassirer) di un’esperienza che è «soggettiva per costituzione» (Lacan), vale a dire che è soggetta a segni, sogni, simboli, fantasmi, paure, rimorsi, aspettative, immaginazioni, speranze, illusioni, propositi, sensi di colpa e così via.

Eppure, nel linguaggio comune, “raccontare storie” è anche sinonimo di mentire, o comunque di un parlare non degno di credito. Come mai?

Certamente, esiste un raccontare storie per «non pensarci» e soprattutto per «non farci pensare». Questo ci porta però agli antipodi della grande letteratura e del testo biblico. Perché negarlo? Si raccontano e si leggono storie non solo per dare testimonianza al proprio vissuto esperienziale ma anche per ingannare e ingannarsi nei suoi confronti. Il potere delle parole, in generale, e della narrazione, in particolare, è talmente forte da riuscire a mettere in scena un simulacro in grado di produrre degli «effetti d’esperienza»: non c’è stato alcun viaggio ma continuando a parlarne se ne gode come se esso fosse realmente avvenuto. Al contrario la «grande letteratura» si dimostra grande per il fatto che le opere che la costituiscono non cercano mai, per andare incontro alle aspettative dei lettori e alle esigenze del mercato, di risolvere o semplificare l’intreccio esperienziale; esse non mirano mai a fornire «risposte semplici e rapide che escludono la domanda» (Kundera). Esse non si preoccupano di “fare cultura” e restano indifferenti di fronte ai “gusti raffinati” delle diverse élites. Il loro compito è sempre lo stesso: cogliere e dare testimonianza alla particolarità dell’esperienza umana.

Perché il Dio biblico ha scelto la storia e il racconto per rivelarsi e per parlare agli uomini?

Si dice che Dio abbia creato l’universo servendosi della matematica. Questo probabilmente è vero, anche se è poi necessario riconoscere che il modo d’essere dell’uomo sembra eccedere la compostezza delle scienze matematiche. La matematica è essenziale per tentare di comprendere le leggi della natura, di quella che si può definire la “nuda vita”, ma per leggere il “vestito” umano, l’in-abitare umano, cioè l’esperienza, è necessario fare riferimento non al numero, ma alla lettera. In termini più rigorosi, a me sembra che il lògos esatto dall’esperienza umana sia quello narrativo: laddove c’è esperienza umana, là c’è anche racconto e narrazione. In questo senso, se non è osare troppo, quando Dio parla all’uomo e dell’uomo, quando s’intrattiene con questa particolare creatura, egli non si serve più della matematica, ma della narrazione e così inizia a raccontare una storia.

Una simile scelta, la Parola storico-narrativa, rivela dunque qualcosa di Dio, dell’uomo e soprattutto del rapporto che il primo tenta di stabilire con il secondo. È così?

Sì e tuttavia questa grande verità, invece di sollecitare una seria riflessione sulla natura della narrazione e soprattutto sul nesso essenziale che lega l’esperienza umana al racconto, spesso, nelle mani di alcuni irriducibili militanti del non pensiero, si trasforma in un atto d’accusa contro ogni lettura che non si riduca a ripetere un supposto contenuto fisso e irremovibile. Così, non appena si chiede un po’ di tempo e si cerca di articolare una qualche interpretazione si viene accusati di essere astratti, ideologici, inutilmente ambigui. Da questo punto di vista, per i non pensanti il «vizio di interpretare» sarebbe uno dei sintomi più sicuri di una pericolosa tendenza al relativismo.

Che cosa significa questo? Che cosa comporta? Nel Corano e in altri libri sacri non pare avvenire lo stesso: la narrazione o manca del tutto, o non gioca questo ruolo.

La struttura delle Sacre Scritture ha di notevole il fatto che il loro lettore sia sollecitato non solo ad aprirsi a delle “informazioni”, ma anche all’unicità inimitabile della sua persona e del proprio genio. Come ha scritto Levinas, la particolarità «di questo abbordaggio della Scrittura in ognuno, come la particolarità di ciascun momento storico nel quale l’approccio è tentato, non comportano affatto un difetto di oggettività e non potrebbero essere denunciati come punti di visti soggettivi che falsano e limitano la verità. Questo perché nella lettura non è in questione soltanto una conoscenza di oggetti». La verità della rivelazione — spiega bene il filosofo — appartiene a un altro processo spirituale: essa «ha significato per l’io inteso nella sua insostituibile identità. La comprensione che questi ne ha determina un senso che, in tutta l’eternità, non potrebbe costituirsi senza di lui: la parte insostituibile apportata da ciascuno e in ogni istante al messaggio — e alla prescrizione stessa — ricevuto e la cui ricchezza si manifesta perciò solo nel pluralismo delle persone e delle generazioni».

Questo — pare di capire — non slega dalla comunità, ma invita a concepire lo spazio e l’autorità della Chiesa come terreno fertile alla maturazione di ciascuno. Certo, occorre esserne coscienti e volere un tipo di ascolto in cui i soggetti non siano passivi esecutori, ma creatori di senso.

In effetti ascoltare non è semplicemente sentire; per ascoltare bisogna prestare attenzione andando incontro a ciò che viene incontro, bisogna lasciarsi coinvolgere da ciò che sopraggiunge. Si potrebbe riprendere a tale riguardo la distinzione tra «leggente» e «lettore»: il primo si ferma sempre e solo alle righe scritte; il secondo, nel leggerle, non può fare a meno di lasciarsi interrogare, soprattutto da ciò che emerge e si nasconde «tra» queste righe, entrando così personalmente in scena — quasi fosse uno scrittore — nel testo che si trova ad affrontare. Insomma, è un po’ come quando si dice, per indicare che tra un uomo e una donna c’è una particolare relazione: «Sai, tra di loro c’è una storia»; oppure come quando due giovani iniziano a flirtare e si dice, in alcune zone del nord Italia, che «i due si parlano». In altre parole, mi sembra che quando si vuole comprendere qualcosa dell’essere umano non si possa fare a meno di dare credito alla sua esperienza, ascoltando le sue storie. E di queste storie la Bibbia è la più magnifica delle manifestazioni.