Roberto Benigni: un saltimbanco, un giullare dei nostri tempi o un idiota?

Roberto Benigni… propendo per l’ultima ma solo perché mi consente di accostare Benigni a L’Idiota di Dostoevskij. Il Principe Myskin è un grumo d’affetto radicatosi in tante adolescenze. Sostanzialmente un’utopia perché troppo spugnosa di ideali per riconoscerle anche il dubbio che una figura del genere sia mai esistita. Eppure, oggi come sempre, non c’è realtà che non scatti da una grande utopia che fa dono di un linguaggio particolare, miracolato da una parola accesa. Ecco !… Benigni è un linguaggio che veicola emozione a strati diversi in qualità e quantità, ma raggiunge indistintamente tutti.

Quanti, come lui, vivono, da lettori, la stessa estasi che pervase il Poeta ? La chiamano passione quella che pare innervi l’estasi in questione. E se ciò fosse vero, e se ciò bastasse a circostanziare la causa e l’effetto del successo del “Tutto Dante” in TV, avremmo già dato a Cesare e a Dio il rispettivo dovuto; se di passione si nasce e si vive, se questa fosse congenita, quasi un morbo, nessun merito a nessuno andrebbe riconosciuto. Ma non penso sia così.Sono tanti a cui la passione è nutrimento e, nel contempo, l’esperienza di un’autarchia. Altrimenti detto, la passione non si attiva né accresce se, chi la ospita, non coltiva l’animo di quel singolare “idiota”. Di chi, nel bene o nel male, è quello che è, senza infingimenti per paura di essere rifiutato da una società che della maschera si ostina a fare il volto. Questo è l’orizzonte sul quale Benigni pare sbiadisca nel Principe Myskin.

Ma da quest’ultimo, il nostro, si distacca per la consapevolezza di un comunicativa che sa modularsi senza pregiudicare il pensiero, integro e pregevole. Sempre. È consapevolezza che mira ad impigliare la cultura ad un’emozione, e quella si trasmette solo da pancia a pancia, non da testa a testa. Così si rivaluta un metodo di insegnamento che ricorda molto la fiaba, quel raccontare filtrato dalla propria emotività. È come se una felicità bambina accompagnasse l’ascolto perchè la stessa pare guidare il narratore.

L’ironia consueta si innesca su un tappeto di intimità che l’attore sa tessere lento col proprio pubblico: e il palco diventa un tutt’uno con la platea, lo spettatore è nell’attore e lo vive e lo respira come se il protagonista fosse lui. Benigni non conosce quanti cerchi nell’acqua formerà la pietruzza che va a lanciare. E si meraviglia dell’entusiasmo che, sul finale di ogni spettacolo, gli precipita addosso dal suo pubblico. Ma solo dopo. La sua tensione, dall’inizio alla fine, è tutta nel lancio di quella pietruzza.

A differenza di Myskin, Benigni sa che la passione non può che mantenere origini semplici istintive: così non confligge col prototipo di uomo colto un parlare inceppato se quel parlare riesce a raggiungere il centro, a reintegrare un’essenza. Benigni sa che il suo porsi fa avvampare e ridesta – nel subbuglio quotidiano da cui si è vessati – un’emozione che ci restituisce la dignità di esseri pensanti, dall’emotività ancora tattile.

Quanto Dante sarà contento di Benigni? Mah… Se è vero che ogni scrittore scrive per ritrovarsi col proprio lettore al margine di ogni pagina, Dante oggi va oltre. E mai, come oggi, stringe intimamente la mano all’astante. Di quella sua mano stupisce sempre il calore.