Un romanzo che forma alla vita

Simone Caltabellota, Il Giardino elettrico, Bompiani

Simone Caltabellota, Il Giardino elettrico, Bompiani

“Dove vanno le storie d’amore quando finiscono? E cosa diventa la passione quando l’amore scompare, in cosa si trasforma? Ci deve essere un luogo da qualche parte, in qualche tempo, che custodisce gli amori finiti”, magari è un giardino primaverile, ipotizza Ludovica, magari è un giardino elettrico, il giardino in cui ogni amore si conserva intatto, vivo, magari è una porta del tempo, un rifugio dai desideri, dalle paure, un luogo in cui recuperare il senso del mistero, in cui rappacificarsi col passato, uscire dai labirinti della propria anima, affacciarsi in una “più grande misura del cuore”.

Il giardino elettrico è lo spazio che accoglie la bellezza apparentemente spensierata della ragazza senza nome, la ragazza del Big Star, e quella più profonda, “non vistosa, non per tutti, baciata dalla malinconia” di Ludovica; è un rifugio per Davide, al quale la vita appare solo come un susseguirsi dei giorni, una meta per Giuseppe, per la sua smarrita ricerca di dolcezza e bellezza. Un luogo in grado di riportare al tempo in cui le notti apparivano ancora calde, piene di promesse, e luminose.
Il giardino elettrico è un romanzo di formazione, senza dubbio, formazione alla vita e alle sue imperscrutabili rivelazioni, in cui le storie dei giovani protagonisti si intrecciano, per risolversi, con quelle di numerosi e inattesi fantasmi (di se stessi, del proprio passato, di una rock star inglese, della ragazza suicida su un barcone nel Tevere). Ed è un romanzo di separazione e ricongiungimenti: i personaggi sono – o sono stati – separati, ma i loro movimenti continuano a corrispondersi, le distanze (spaziali e temporali) ad annullarsi.
Ci piace la trama, che procede per episodi, immagini, evocazioni; una struttura non precostituita che nasce da urgenze profonde e che non si lascia incasellare in schemi predefiniti. Ci piace la dimensione temporale, l’idea che il passato possa essere modificato dal futuro, e che il tempo spesso coincida in noi (quando riusciamo a incontrare noi stessi come eravamo o ad avere l’esatta intuizione di come potremmo essere). E poi Roma. Una città in cui questa stratificazione temporale è ancor più visibile, una città non descritta ma evocata, illuminata nella sua coesistenza di effimero ed eterno. Una Roma anni Venti più che anni Duemila. In cui realtà e sovra-realtà si sfiorano e, talvolta, si incontrano. E poi la lingua. Di una purezza straordinaria, classica, non barocca, fuori dalle mode e dai modi di dire, fuori dal tempo. Cristallina, attenta, precisa. E, ancora, l’inscindibile legame tra carnalità e spiritualità (“Comporrò i poemi del mio corpo e della mia mortalità, persuaso di comporre così i poemi della mia anima e dell’immortalità“, W. Whitman).
Un libro che merita una lettura d’altri tempi, lenta, attenta, assorta come una meditazione – di cui forse è frutto – un libro appassionato e fragile, come i suoi protagonisti, e durevole, come le emozioni che evoca. Ben si adatterebbero ora le parole che Cristina Campo aveva utilizzato in altri tempi e altri contesti: ci troviamo di fronte a un autore che “sa ancora tessere, in un’unica, inconsutile trama, paesaggio sentimento sogno moralità“, e a un romanzo “dove nulla resterà senza una risposta, senza un’eco fatale e rivelatrice; dove il mistero si manifesterà, come deve, nel silenzio degli specchi e nei cicli della spirale“.

(Questo articolo è uscito su STILOS, settembre 2010)