Il volo basso di Roberto Recchioni

Roberto Recchioni è uno degli sceneggiatori di punta del fumetto italiano contemporaneo. Scrive per Bonelli – tra i più prestigiosi editori di fumetti al mondo – che, oltre ad affidargli uno dei suoi personaggi principali (Dylan Dog), gli ha dato carta bianca per il lancio di nuove serie da lui create (Orfani e l’universo di collane collegate).
Assieme a GIPI, Zerocalcare e Leo Ortolani, è una delle personalità più in vista della nuova scena fumettistica nazionale, ospite fisso di fiere, convegni ed eventi di vario genere.
La mia idea è che Recchioni occupi abusivamente una posizione di tale rilievo. O meglio: il fatto che lui occupi una posizione di tale rilievo è un cattivo sintomo dello stato di salute del fumetto italiano. Prendete questo pezzo come un grido di dolore di un innamorato di tale mezzo.

Amo da sempre il fumetto, così tanto da tornare spesso a interrogarmi sulle ragioni di tale infatuazione. La risposta che mi sono dato è che il fumetto è un mezzo costituito da una molteplicità di codici, la cui magia sta nelle infinite possibilità con cui questi codici possono dialogare tra loro. Unisce la dimensione artistica pura del disegno a quella della parola scritta per produrre una narrazione. L’essenza del mezzo è nella somma a valore aggiunto che i migliori artisti riescono ad ottenere utilizzando una prospettiva estetica (l’immagine) e una più interiore (quella della parola), per generare qualcosa di completamente nuovo.

Se questa è la mia idea di fumetto, va da sé che l’artista perfetto è quello completo, capace di usare disegno e parole come strumenti espressivi al servizio di un’idea personale di narrazione. Se invece si parla di sceneggiatori, la qualità principale che devono mostrare è una profonda conoscenza delle dinamiche che si istaurano tra la componente visiva e quella scritta e l’umiltà di mettere le parole al servizio di tale dinamica. La sensibilità di intuire e favorire la relazione generativa che si istaura tra parole e disegni.

Io credo che Recchioni difetti di questa sensibilità. Provo a dimostrarlo prendendo due esempi dalle sue opere più rappresentative, quelle già citate più sopra.

1. Dylan Dog, Mater Morbi (disegni di Massimo Carnevale)


Un disegnatore di fumetti riassume in sé professionalità che, in una produzione cinematografica, impiegherebbero decine di addetti. Deve essere scenografo, costumista, aiuto-regista, direttore della fotografia, direttore artistico, coreografo e, soprattutto, attore. Un attore straordinariamente versatile, perché deve far muovere e recitare decine di personaggi diversi, ognuno col suo modo di essere triste, con la sua camminata, con i suoi tic, eccetera.
Ebbene, guardate quanto è dissonante l’espressione di questo medico con le parole che Recchioni gli mette in bocca. Leggiamo battute di una persona ottimista, quasi progressista, su una faccia che dice il contrario. Se l’obiettivo era proprio quello di comunicare una dissociazione tra quello che il dottore dice e quello che pensa, allora avremmo dovuto vedere un medico che esprime ottimismo in un modo impacciato o imbarazzato. Le espressioni che Carnevale mette in scena sono incompatibili con i punti esclamativi. In generale, questo fumetto è pieno di personaggi cupi con pose facciali statiche che parlano con toni entusiastici.
Di queste sfumature Recchioni pare non curarsi. O, quanto meno, non si accorge che i suoi attori stanno completamente cannando la recitazione.

2. Orfani, vol 1 (disegni di Emiliano Mammucari, colori di Franco Busatta)

Ho scelto una tavola a caso, ma avrei potuto inserirne molte altre. Recchioni usa le didascalie in modo “didascalico”. L’ottimo Mammuccari mostra dei ragazzini che si affacciano incuriositi al finestrino e la voce narrante aggiunge “i più curiosi si affacciano al finestrino”. Mammuccari disegna dei ragazzini seduti con dei visi inespressivi e la voce narrante commenta “la maggior parte di noi rimane indifferente”. È una cosa che Recchioni fa continuamente: sovrappone le parole ai disegni, in un gioco a somma zero. Se vediamo cadere un lampo dal cielo lui scrive “arrivò un lampo”. Se vediamo un sole sorgere, lui scrive “il sole sorge”. Come non si fidasse né del disegnatore né del lettore. Non ha il coraggio di usare disegni e parole in modo polifonico, non ha la visione per sommare il senso delle parole a quello dei disegni per crearne uno ulteriore.

Quelli che ho riportato potrebbero sembrarvi peccati veniali. Eppure sono esempi emblematici della scarsa ambizione con cui Recchioni gestisce un mezzo dalle potenzialità altissime.
In altri mercati (penso a quello statunitense, francese o nipponico), neppure gli scrittori dei prodotti popolari cascano nelle ingenuità commesse da quello che dovrebbe essere uno dei nostri migliori autori. Pesco un comic-book dal mio comodino, lo apro sulla pagina di un numero di Nightwing scritto da Tim Seeley e disegnato da Javier Fernandez e scatto una foto. È una serie di seconda fascia, autori di seconda fascia. La voce narrante non dice “sto nuotando nell’acqua gelida, quando Rapace viene risucchiato verso il fondo”, ma porta avanti un discorso parallelo. È evidente che si tratta di autori che fanno affidamento su una platea di lettori capaci di un discreto livello di attenzione.

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Confesso, non sono un lettore assiduo di Recchioni. Ho letto una dozzina di cose sue, quanto bastava per farmi un’opinione e capire che non incontrava i miei gusti. Dopo aver ricevuto il via libera per la pubblicazione di questo articolo, mi faccio prendere dal timore di aver scritto un pezzo così engagé su basi poco solide. Potrei aver incrociato una serie di episodi sfortunati, dopo tutto.
Per fare la prova del nove mi faccio prestare i primi volumi di “Ringo” (spin-off della serie “Orfani”) da mio suocero. Gli chiedo che ne pensa e lui, settantenne lettore storico di Tex, mi risponde: roba vecchia. Si tratta di una serie destinata a stabilire “un nuovo standard qualitativo per il fumetto commerciale in Italia”, secondo quanto leggo sul sito della BAO Publishing, che ha deciso di ripubblicarla in volumi cartonati di pregio.
Leggo. Sceneggiatura solida, comparto grafico di eccellenza (formato da Emiliano Mammucari e Luca Maresca). Non ci sono didascalie, per cui il problema dell’appiattimento del racconto narrato su quello disegnato viene bai-passato. Ritorna la scarsa attenzione per la recitazione dei personaggi e trovo qualche dialogo troppo informativo, finalizzato più a chiarire dettagli al lettore che non a favorire un naturale interazione tra i protagonisti. Per il resto, non riscontro particolari pecche. Basta questo a definire “un nuovo standard qualitativo per il Fumetto commerciale in Italia”? Abbiamo standard così bassi?
Al di là di alcune efficaci ambientazioni in una Napoli futuristica, in Orfani non si trova traccia di idee originali. Si tratta di una storia già vista e letta – quella di una terra sull’orlo del collasso dominata da una dittatura che gestisce l’ordine pubblico usando la paura e la speranza di una fuga di pochi eletti su navicelle di salvataggio – raccontata in modo lineare. Anche i personaggi sono “tipici”: un guerriero ritiratosi a vita privata che non vuole partecipare alla ribellione, finché non è trascinato ancora una volta in battaglia; il dittatore cinico (dittatrice, in questo caso); il ragazzino della testa calda, ecc.

Come ennesimo scrupolo, consulto il mio amico Luca Benedetti, che si occupa di fumetti per mangialibri.com ed è un lettore onnivoro di serie di ogni genere, Orfani incluso. Lui mi dice che ha letto tutto quello che Recchioni ha scritto per Bonelli e che il suo merito principale è quello della struttura: ha creato un universo nel quale si muovono in modo coerente diversi personaggi. Senza legarsi ad un solo nome, ha lavorato sulla continuità tra le diverse storie ambientate nel suo universo, in un modo che strizza l’occhio al mercato americano. Mi confessa di leggere Orfani senza fare troppe analisi o badare al centimetro, cercando lo svago è la velocità, contento, magari, di sorprendersi ogni tanto.

Provo far quadrare i conti di tutti gli elementi accumulati.

Roberto Recchioni è un professionista affidabile, capace di produrre mensilmente sceneggiature di discreto livello. Cura l’architettura delle storie, la coerenza dell’universo narrativo di cui è responsabile. Usa il fumetto come il fratello minore del cinema, non gli interessano le potenzialità proprie di questo linguaggio, non adopera un approccio “artistico”. L’uomo che gli ha cambiato la vita e che ha determinato la sua vocazione per la scrittura è lo sceneggiatore di film d’azione Shane Black . Scrive per un pubblico poco attento, in cerca di un momento di svago. In questa lezione fatta alla scuola Holden, confessa candidamente che, quando scrive per Bonelli, ha in mente un lettore distratto, bisognoso di sentirsi ripetere lo stesso concetto almeno tre volte. È un discorso onesto, che sa di resa. Probabilmente chi legge Recchioni si aspetta di trovare un ambiente “comodo” quando compra i suoi fumetti. Se andate alla caccia di storie seriali più ambiziose, però, non vi resta che cercarle altrove.