Astronauta

Last LaunchNel 2012 il fotografo Dan Winters pubblica “Last Launch”, un libro che raccoglie le fotografie dei tre Shuttle rimasti in servizio (il Columbia, il Discovery e l‘Endeavour) in occasione dei rispettivi ultimi lanci. Le immagini ritraggono ambienti, parti disassemblate, oggetti (i guanti di una tuta spaziale, un pacchetto di M&M’s sotto vuoto), strumenti di bordo. E poi ci sono i lanci: con le fiamme e il fumo denso e abbondante a sottolineare il peso mostruoso dei tre giganti, sollevato con altrettanto mostruosa fatica.

Nonostante il fragore della combustione, le fotografie sono intrise di un misterioso silenzio: non a caso – salvo che per un minuscolo, quasi impercettibile dettaglio – dal libro manca completamente la figura umana. Winters si avvicina a questi colossi come a una cattedrale, vi entra come in un luogo sacro, li fotografa con rispetto, cura, attenzione, ma anche con sgomento e malinconia. Sceglie i loro “ultimi inizi”, dichiarando esplicitamente di preferire la partenza con tutto il suo carico di incertezza al più consolatorio momento del ritorno. L’avventura raggiunge lì, in quel frangente, la massima tensione.

L’emozione di Winters attinge – come per molti della sua generazione – all’epoca d’oro della corsa allo spazio, agli anni in cui da bambino assisteva ai lanci delle missioni Apollo. In una presentazione del libro, racconta un episodio avvenuto durante la preparazione dell‘Apollo 15: lo staff, bloccato in una controversia interminabile, aveva deciso di chiudersi in una stanza e di non uscirne finché non si fosse trovato l’accordo sul luogo dell’allunaggio. Una fazione propendeva per il cratere Marius, pianeggiante ma analogo a quelli già visitati; l’altra spingeva invece per le pendici del monte Hadley, negli Appennini lunari: geologicamente molto più interessanti ma anche rocciose e quindi piene di rischi. L’impasse fu risolta dal comandante della missione, David Scott:

Il monte Hadley, con la sua varietà di caratteristiche, è la scelta migliore per avere un’idea di come si sia formata la Luna. Forse un po’ più rischioso, ma gli Appennini hanno una cosa in più: la grandiosità. E credo sia il caso di dire qualcosa sull’esplorazione di bei posti: fa bene allo spirito“.

Quello è il momento in cui – sostiene Winters – la NASA passò da una concezione dell’astronauta come pilota, ingegnere, “button pusher” a una concezione più poetica.

L’astronauta diventa (anche) poeta quando va sulla Luna per il panorama (ironicamente, pochi anni più tardi – la missione è quella dell’Apollo 17 – un affaccendato Jack Schmitt risponde a Eugene Cernan, che lo invita a fermarsi trenta secondi per guardare la Terra: “Ah! Vista una Terra le hai viste tutte”). Ma cosa va a vedere? Torna a questo punto, in altra forma, il dilemma della presenza e dell’assenza dell’Uomo. L’astronauta raggiunge luoghi che, per principio, hanno una sola caratteristica in comune: per quanto belli, sono “solo” luoghi. Sono disabitati. Lì non c’è nessuno. Lì non può esserci nessuno.

L’esplorazione dello spazio non è solo l’“ultima frontiera” (come ci ricorda sin dal 1966 la sigla della serie televisiva “Star Trek”), quella rimasta dopo aver esaurito le frontiere del pianeta che abitiamo; al contrario, essa è una frontiera densa di significati simbolici ulteriori che si svelano forse più facilmente nella letteratura e nella cinematografia fantascientifica. Gli astronauti della fiction, infatti, hanno tutti un tratto diametralmente opposto a quello degli astronauti reali: essi incontrano sempre qualcuno. Marziani, omini verdi, alieni ostili o amichevoli (“Alien”, “Star Trek”, “Starship Troopers”, “Flash Gordon”), nella maggior parte dei casi. Altre creature, in una fantascientifica ma sostanziale quotidianità proiettata in un possibile (“Firefly”), utopico (“Star Trek”) o distopico (“Cowboy Bebop”, “Gundam”) futuro. A volte gli astronauti sono gli alieni stessi che vengono a farci visita, con buone (“Incontri ravvicinati”, “E. T.”) o cattive (“La guerra dei mondi”, “L’invasione degli ultracorpi”, “Visitors”, “UFO”) intenzioni. A volte ci si perde (“Spazio 1999”, “Voyager”), altre volte invece il problema è proprio il ritorno a casa (“Ritorno dall’Universo”).

Talora però la linea si sfuma e l’identità si confonde (“Sentinella” di A. C. Clarke), si compromette (“Under the skin”), fino a danzare un valzer vertiginoso in cui finisce per perdersi in un gioco di specchi (“Il pianeta proibito”, “Moon”, “Interstellar”, “2001 Odissea nello spazio”, “Solaris”). Quando questa frontiera viene attraversata l’altro uomo, l’alieno, la macchina, l’altro se stesso, il clone, il sogno, il ricordo, financo l’allucinazione assumono un potere simbolico talmente intenso da essere analogo a quello degli atti sacrileghi.

Il nostro rapporto con lo spazio si muove forse proprio lungo questa sorta di temenos, fra atti quotidiani (come un pacchetto di M&M’s) e percezione di qualcosa di grandioso, di numinoso.

Come quella di chi sta sulla soglia di una cattedrale.