La fine

La sola parola “fine” incute generalmente un certo disagio e poco importa che, a pensarci bene, la fine che si prospetta possa essere anche di qualcosa di indesiderabile. Non connotato, il termine disturba sempre un po’.
Una parola che ci piace molto – spesso anzi troppo – è invece “perfezione”. Eppure perfectus proprio quello vuol dire: finito, concluso, compiuto. È perfetto ciò che non deve (né può) più cambiare, cui non si deve (né può) aggiungere o togliere nulla.
La tensione tra il bisogno di e la resistenza a finire, in questo caso un’opera, è splendidamente rappresentata da Stanley Tucci in “Final portrait” (2017), ove Alberto Giacometti (interpretato da Geoffrey Rush) crea e disfa in continuazione il ritratto dell’amico James Lord (Armie Hammer).
Oppure nella stesura del secondo romanzo di Grady Tripp (Michael Douglas in “Wonder Boys” di Curtis Hanson, 2000): dopo un’opera prima che gli ha regalato il grande successo, Tripp avverte che il successivo parto della sua mente non sarà mai all’altezza delle aspettative e lo prolunga, lo arricchisce, lo riempie di dettagli, ramificazioni, sottotrame nella speranza frustrata di raggiungere un compimento che si sposta invece sempre più avanti.

Entrambi troveranno una soluzione al loro problema – o, per meglio dire, verranno trovati. Ma non svelo il finale, che non a caso è sempre il segreto più protetto di un’opera.
Certo, se la fine di cui parliamo è la nostra la questione si fa più seria. Nei tarocchi (che possiamo considerare una interessante carrellata di archetipi) la carta che rappresenta la rovina è la Torre: non la Morte – come ci aspetteremmo – che indica invece il passaggio e la trasformazione. Perché la situazione cambi, qualcosa della situazione precedente deve finire e lasciare spazio al nuovo.
Poco ci consola però questo simbolismo se pensiamo alla morte reale: anche chi ha fede non ha infatti alcuna garanzia che questo “tra-passo” porti ad altro che non sia il mero esaurimento dell’esperienza terrena. La fede del resto è tale proprio se non è accompagnata da garanzia (sarebbe, altrimenti, conoscenza). Eppure questa caducità, questo tempo circoscritto, questa consapevolezza di non essere eterni influenzano in modo determinante come viviamo il tempo che ci è dato (principio raccolto nell’heideggeriano essere-per-la-morte).
Che sia la nostra o l’altrui, che sia di un’opera sublime o di un atto triviale, rimane il fatto che della fine non sappiamo nulla finché non giunga. Questo ci espone a una condizione peculiare, forse di curiosità, forse di angoscia, sicuramente di attesa. Dice così Bruto a Cassio, con dolente rassegnazione, prima della battaglia (W. Shakespeare, “Giulio Cesare”, Atto V, Scena I):
O that a man might know
The end of this dayes businesse, ere it come:
But it sufficeth, that the day will end,
And then the end is knowne.Oh, se fosse dato all’uomo di conoscere la fine di questo giorno che incombe!
Ma basta solo che il giorno trascorra e la sua fine è nota.