[Report] Officina di maggio 2019

Cristiano

Dopo una brevissima introduzione con alcuni riferimenti all’editoriale, Cristiano anima una discussione col pubblico sul significato della parola “fede”. La discussione si polarizza subito fra la declinazione del dogma e della certezza “cieca” e quella del dubbio e dell’incompletezza.

Tiziana

Dopo la discussione iniziale sulle parole chiave del tema dell’Officina, Tiziana avvia il proprio intervento ricollegandosi all’editoriale e alla storiella ebraica che vede protagonisti un padre ed un figlio: si proverà a parlare di fede a partire dal rapporto di fiducia-fede fra Gesù e Dio Padre.

Dunque fede come relazione, domanda e risposta: si inizia con un brano del meraviglioso testo composto da Mario Luzi come riflessione sulla Passione in occasione della Via Crucis della Pasqua 1999:

[…] Padre mio, mi sono affezionato alla terra quanto non avrei creduto.
È bella e terribile la terra,
io ci sono nato quasi di nascosto,
ci sono cresciuto e fatto adulto
in un suo angolo quieto
tra gente povera, amabile e esecrabile.
Mi sono affezionato alle sue strade,
mi sono diventati cari i poggi e gli uliveti,
le vigne, perfino i deserti.
Padre, non giudicarlo
questo mio parlarti umano quasi delirante,
accoglilo come un desiderio d’amore,
non guardare alla sua insensatezza.
Sono venuto sulla terra per fare la tua volontà
eppure talvolta l’ho discussa.
Sii indulgente con la mia debolezza, te ne prego.
Mi afferrano, mi alzano alla croce piantata sulla collina,
ahi Padre, mi inchiodano le mani e i piedi.
Qui termina veramente il mio cammino.
Il debito dell’iniquità è pagato all’iniquità.
Ma Tu sai questo mistero. Questo solo. […]

Racconta in proposito il poeta: «Ho scritto la passione di Cristo, (…) con lui unico protagonista, lui che parla, un monologo rivolto al Padre, in cui si dibattono la natura umana e il divino compresenti nella sua tribolazione (…) Ho voluto vedere l’incarnazione dall’altra parte. Ho voluto vedere ciò che Dio chiede all’uomo, ma anche quale sacrificio l’uomo è capace di fare per essere all’altezza di quella domanda».

Che, in fondo, è una splendida definizione della fede: un reciproco appello, una richiesta che presuppone una risposta, una risposta che conduce alla pienezza della vita attraverso la morte: questa triste esperienza di cui anche Cristo per essere vicino all’uomo sperimenta il peso, viene da lui redenta, poiché proprio da quella suprema sofferenza di morte esplode la vita. Non solo. L’eterno dolore dell’esistenza umana, l’eterno limite dell’essenza e della conoscenza umana sono vissute in modo nuovo, illuminato dalla luce della speranza. Ma soprattutto dalla resa incondizionata all’umanità più profonda che rende questa parte del monologo un inno alla bellezza del mondo e dell’essere uomo. Un completo affidarsi.

La seconda poesia che viene offerta alla condivisione è The Convert, di G. K. Chesterton.

Dopo un momento che, piegato il capo,
crollato il mondo, poi ritornò dritto,
uscii fuori: la strada biancheggiava,
giravo ed ascoltavo quella gente,
selve di lingue, foglie ormai ingiallite,
sgradite no, però sommesse e strane;
lievi vecchi misteri e nuovi credi
come a commemorare, senza scorno.

I saggi ti daranno cento mappe
guide ramificate dei lor cosmi,
sezionan la ragione coi setacci
che lascian l’oro per raccoglier sabbia;
ma questo è men che polvere per me:
perché mi chiamo Lazzaro e son vivo.

In originale:

After one moment when I bowed my head
And the whole world turned over and came upright,
And I came out where the old road shone white,
I walked the ways and heard what all men said,
Forests of tongues, like autumn leaves unshed,
Being not unlovable but strange and light;
Old riddles and new creeds, not in despite
But softly, as men smile about the dead.

The sages have a hundred maps to give
That trace their crawling cosmos like a tree,
They rattle reason out through many a sieve
That stores the sand and lets the gold go free:
And all these things are less than dust to me
Because my name is Lazarus and I live.

Fede come sguardo nuovo. La figura di Lazzaro si staglia qui nitida e solitaria, in modo molto diverso da come viene presentata la scena nel vangelo di Giovanni, l’unico dei quattro evangelisti a raccontare l’episodio.

Il ritorno alla vita rappresenta per Lazzaro un cambiamento inaspettato e profondo nel modo di guardare al mondo: vecchi misteri e nuovi credi lo circondano. C’è qualcosa di nuovo, di non notato prima. Un sorta di sorpresa.

Ma è nella seconda strofa che la fede di Lazzaro trionfa lasciando dietro di sé la razionalità, il buon senso: la “spiegazione” della fede non gli interessa, la considera polvere. È il convertito: è passato ad un’altra fede, una fede più grande, una fede che grida la vita e non cerca interpretazioni o soluzioni. Mi chiamo Lazzaro, ovvero Eleazaro, colui che è assistito da Dio: Lazzaro ha ricevuto un aiuto insperato, una possibilità nuova di “essere vivo”. La risurrezione di Lazzaro assume, al di là del fatto storico, il valore di simbolo e di profezia, come prefigurazione della risurrezione di Cristo.

Giovanni (11, 1-44) è l’unico evangelista che narra del risveglio dal sepolcro di Lazzaro. L’intero brano è percorso dalla tematica del credere e dell’avere fede: tutti i protagonisti dell’episodio sono legati dal filo della fiducia nell’ascolto superiore. Gesù chiede una prova di fede anche a Marta e Maria.

L’ultimo contributo è una poesia di Eugenio Montale, Ho tanta fede in te, che apre un’interessante discussione sul soggetto a cui è rivolta la lirica e contribuisce ad ampliare il senso del tema della fede.

Ho tanta fede in te che durerà
(è la sciocchezza che ti dissi un giorno)
finché un lampo d’oltremondo distrugga
quell’immenso cascame in cui viviamo.
Ci troveremo allora in non so che punto
se ha un senso dire punto dove non è spazio
a discutere qualche verso controverso
del divino poema.

So che oltre il visibile e il tangibile
non è vita possibile ma l’oltrevita
è forse l’altra faccia della morte
che portammo rinchiusa in noi per anni e anni.

Ho tanta fede in me
e l’hai riaccesa tu senza volerlo
senza saperlo perché in ogni rottame
della vita di qui è un trabocchetto
di cui nulla sappiamo ed era forse
in attesa di noi spersi e incapaci
di dargli un senso.

Ho tanta fede che mi brucia; certo
chi mi vedrà dirà è un uomo di cenere
senz’accorgersi ch’era una rinascita.

Qui il tono è completamente diverso; pur nel ribaltamento della prospettiva e nel tangibile senso di scetticismo colpisce il fatto che la poesia termini con la parola rinascita, quasi un link con il Lazzaro di poco prima e con la speranza aperta dalla passione di Cristo in Luzi.

Sembra che il poeta si racconti nei segni della fiducia che ha per l’altro, per il divino e per se stesso. Anche se il “te” della lirica rimane volutamente indefinito (Dio? una donna? la donna amata? l’altro uomo che ci cammina accanto?).

Grazie, forse, al pessimismo novecentesco che attraversa pesantemente tutte le strofe, la poesia può offrire uno spunto di lettura del cambio di prospettiva con cui il Lazzaro chestertoniano si ricolloca nella vita.

La discussione insensata del verso controverso del divino poema appare tanto un’inutile fatica razionale che conduce ad un risultato nullo e vacuo, quanto un modo con cui allontanare, nonostante tutto, l’estrema e sterile razionalità della fede non solo nell’altro – con cui c’è una relazione – ma anche nel divino. Il divino poema sovrasta ed è inspiegabile: l’uomo è incapace di dargli un senso, non ha strumenti, è sperso, solo in un universo fatto di rovine.

L’accenno all’altra faccia della morte è quasi l’anticipo di quella rinascita che chiude i versi.

Ma ciò che ha colpito tutti molto è stato il verso che recita Ho tanta fede in me. Con l’immagine di qualcuno fuori di noi (che senza volerlo… la fede sorprende, chiama quando meno ce lo aspettiamo…) ha acceso una luce: bella l’immagine della fede che si accende come un lume, una candela, un faro e consente di vedere. Quasi a dire che se c’è fede, affidamento c’è possibilità di vedere, di non inciampare, di evitare i trabocchetti, di accettare la vita anche se incapaci di darle un senso.

La fede brucia (luce e calore sono strettamente connessi pur in una poesia “incolore”, ma ci sembra di sentirli, di vederli): ma chi non “vede” ha davanti la cenere; chi “vede” può rinascere.

Greta

L’intervento di Greta parte dalla storia raccontata nell’editoriale sul padre ebreo che convince suo figlio ad affidiarsi a lui fino a quando arriva il momento di saltare dal gradino più alto: proprio lì tradisce la sua fiducia e lo lascia cadere. Quando avviene un tradimento, per quanto lo si possa concepire nell’instaurare un rapporto di fiducia, è sempre un duro colpo. Si rimane spiazzati, e forse anche un po’ spezzati, come (probabilmente) qualche osso del bambino ebreo.

Ma ancora più spiazza un tradimento dato per certo, che invece non avviene: è quello che ci racconta la canzone di De Andrè “Il pescatore”, in cui un assassino, colui che più di tutti dovrebbe diffidare di chiunque, incontra un vecchio pescatore a cui chiede da mangiare e da bere e dal quale riceve molto più di questo. Tra i due personaggi si crea un legame di breve durata, ma forte abbastanza da potersi dire basato sulla fiducia l’uno nell’altro: fiducia nel fatto che l’assassino non ucciderà il vecchio, e che il vecchio non denuncerà l’assassino. Per quanto ne sappiamo, questa fiducia insensata, alla fine dei conti, sembra ben riposta, e di certo dà speranza.

Valerio

Il concetto di fede rischia purtroppo di prestarsi a molteplici fraintendimenti. Su tutti emerge spesso la concezione di una fede ‘cieca’, completamente acritica, che viva della sua stessa certezza. E tuttavia la fede si presenta come un fenomeno diametralmente opposto a quello della certezza. Dove vi è certezza, infatti, non c’è spazio per l’atto del ‘credere’, ma solo per quello del ‘sapere’. Chi sa non ha bisogno di credere: chi ha visto il Colosseo non deve ‘credere che esista il Colosseo’, perché ‘sa che esiste il Colosseo’. Allo stesso modo, Tommaso Apostolo guardando il costato di Dio ‘vede e crede’, ma dovremmo piuttosto dire che ‘vede e sa’. Nel momento in cui vede, infatti, egli non ha più bisogno di credere.

Or Tommaso, detto Didimo, uno dei dodici, non era con loro quando venne Gesù. Gli altri discepoli dunque gli dissero: «Abbiamo visto il Signore». Ma egli disse loro: «Se io non vedo nelle sue mani il segno dei chiodi, e se non metto il mio dito nel segno dei chiodi e la mia mano nel suo costato, io non crederò». Otto giorni dopo, i discepoli erano di nuovo in casa, e Tommaso era con loro. Gesù venne a porte serrate, si presentò in mezzo a loro e disse: «Pace a voi!». Poi disse a Tommaso: «Metti qua il dito e guarda le mie mani; stendi anche la mano e mettila nel mio costato; e non essere incredulo, ma credente». Allora Tommaso rispose e gli disse: «Signor mio e Dio mio!». Gesù gli disse: «Perché mi hai visto, Tommaso, tu hai creduto; beati quelli che non hanno visto e hanno creduto».

Nel gioco di rimandi, torna alla mente quella scena di Hook – Capitano Uncino in cui un adulto Peter Pan-Robin Williams torna nell’Isola-che-non-c’è  senza essere inizialmente riconosciuto dai Bimbi Sperduti. Ritorna quando ormai era dato per disperso, invecchiato nonostante la promessa di non crescere mai, ingrassato, incapace di volare e di esultare. Ritorna, insomma, come un uomo qualunque nel quale nessuno riuscirebbe a scorgere le sembianze di Peter Pan, tranne Pockets – il più piccolo tra i Bimbi Sperduti – che, come Tommaso, guarda da vicino quello sconosciuto così familiare. Ma, diversamente da Tommaso, non vede quel che vede; il suo sguardo si spinge oltre la fuorviante e grassoccia apparenza dell’uomo di fronte a lui, andando a cogliere la promessa di un Dio capace di volare. Lo riconosce senza vederlo, e dunque crede.

Pockets osserva lo stesso soggetto visibile a tutti i suoi compagni. Eppure lo fa in modo diverso, quasi come se potesse coglierne un senso recondito e inaccessibile a una prima occhiata superficiale. In una simile direzione, torna alla mente un passo del celebre discorso tenuto da David Foster Wallace ai laureandi del Kenyon College, successivamente trascritto e intitolato Questa è l’acqua:

Ci sono due tizi che siedono insieme al bar in un posto sperduto e selvaggio in Alaska. Uno dei due tizi è credente, l’altro è ateo, e stanno discutendo sull’esistenza di Dio, con quell’intensità particolare che si stabilisce più o meno dopo la quarta birra. E l’ateo dice: “Guarda, non è che non abbia ragioni per non credere. Ho avuto anche io a che fare con quella roba di Dio e della preghiera. Proprio un mese fa mi sono trovato lontano dal campo in una terribile tormenta, e mi ero completamente perso e non riuscivo a vedere nulla, e facevano 45 gradi sotto zero, e così ho provato: mi sono buttato in ginocchio nella neve e ho urlato ‘Oh Dio, se c’è un Dio, mi sono perso nella tormenta, e morirò tra poco se tu non mi aiuterai’.” E a questo punto, nel bar, il credente guarda l’ateo con aria perplessa “Bene, allora adesso dovrai credere” dice, “sei o non sei ancora vivo?” E l’ateo, alzando gli occhi al cielo “Ma no, è successo invece che una coppia di eschimesi, che passava di lì per caso, mi ha indicato la strada per tornare al campo.”
(…)
Ma molte altre volte, se sarete abbastanza coscienti da darvi la possibilità di scegliere, voi potrete scegliere di guardare in un altro modo a questa grassa signora super-truccata e con gli occhi spenti che ha appena sgridato il suo bambino nella coda alla cassa. Forse non è sempre così. Forse è stata sveglia per tre notti di seguito tenendo la mano del marito che sta morendo di un cancro alle ossa. O forse questa signora è l’impiegata meno pagata della motorizzazione, che proprio ieri ha aiutato vostra moglie a risolvere un orribile e snervante problema burocratico con alcuni piccoli atti di gentilezza amministrativa.
Va bene, nessuno di questi casi è molto probabile, ma non è nemmeno completamente impossibile. Dipende da cosa volete considerare. Se siete automaticamente sicuri di sapere cos’è la realtà, e state operando sulla base della vostra configurazione di base, allora voi, come me, probabilmente non avrete voglia di considerare possibilità che non siano fastidiose e deprimenti. Ma se imparate realmente a concentrarvi, allora saprete che ci sono altre opzioni possibili. Avrete il potere di vivere una lenta, calda, affollata esperienza da inferno del consumatore, e renderla non soltanto significativa, ma anche sacra, ispirata dalle stesse forze che formano le stelle: amore, amicizia, la mistica unità di tutte le cose fuse insieme. Non che la roba mistica sia necessariamente vera. La sola cosa che è Vera con la V maiuscola è che sta a voi decidere di vederlo o meno.
(…) Voi potrete decidere con coscienza che cosa ha significato e che cosa non lo ha. Potrete scegliere in cosa volete credere. Ed ecco un’altra cosa che può sembrare strana, ma che è vera: nella trincea quotidiana in cui si svolge l’esistenza degli adulti non c’è posto per una cosa come l’ateismo. Non è possibile non adorare qualche cosa. Tutti credono. La sola scelta che abbiamo è su che cosa adorare. E forse la più convincente ragione per scegliere qualche sorta di dio o una cosa di tipo spirituale da adorare – sia essa Gesù Cristo o Allah, sia che abbiate fede in Geova o nella Santa Madre Wicca, o nelle Quattro Nobili Verità, o in qualche inviolabile insieme di principi etici – è che praticamente qualsiasi altra cosa in cui crederete finirà per mangiarvi vivo. Se adorerete il denaro o le cose, se a queste cose affiderete il vero significato della vita, allora vi sembrerà di non averne mai abbastanza. È questa la verità. Adorate il vostro corpo e la bellezza e l’attrazione sessuale e vi sentirete sempre brutti. E quando i segni del tempo e dell’età si cominceranno a mostrare, voi morirete un milione di volte prima che abbiano ragione di voi. Ad un certo livello tutti sanno queste cose. Sono state codificate in miti, proverbi, luoghi comuni, epigrammi, parabole, sono la struttura di ogni grande racconto. Il trucco sta tutto nel tenere ben presente questa verità nella coscienza quotidiana. Adorate il potere, e finirete per sentirvi deboli e impauriti, e avrete bisogno di avere sempre più potere sugli altri per rendervi insensibili alle vostre proprie paure. Adorate il vostro intelletto, cercate di essere considerati intelligenti, e finirete per sentirvi stupidi, degli impostori, sempre sul punto di essere scoperti. Ma la cosa insidiosa di queste forme di adorazione non è che siano cattive o peccaminose, è che sono inconsce. Sono la configurazione di base.
Sono forme di adorazione in cui scivolate lentamente, giorno dopo giorno, diventando sempre più selettivi su quello che volete vedere e su come lo valutate, senza essere mai pienamente consci di quello che state facendo.

Luca

Luca mostra due clip. Nella prima, da Quel fantastico peggior anno della mia vita, Greg, su insistenza della madre, stringe amicizia con Rachel, malata di leucemia. Se apparentemente Greg, dal carattere chiuso e poco interessato agli altri, si apre con Rachel, è proprio lei a mostrare più forza e buon senso di lui nonostante la sua condizione e se, quindi, il loro rapporto nasceva in senso univoco, rivela invece una interazione ben maggiore.

Nella seconda, da Quasi amici, Philippe è tetraplegico e Driss è il suo factotum senza né arte e né parte. In realtà Philippe non cerca un aiuto vero e proprio, sceglie di avvelersi di Driss per la sua mancanza di pietà, ossia proprio per quello che Driss non può dargli e nonostante questo riesce a fare del bene a Philippe al contrario di tanti altri.

In entrambi i casi vediamo due rapporti in cui c’è una sorta di apperente dipendenza di un personaggio (malato) da un altro, ma che nel profondo rivelano un ben altre dinamiche… nella prima clip vediamo come sia il debole a mostrarsi più forte dei due, nella seconda clip il più debole non cerca nell’altra persona un sostegno, ma l’esatto opposto, non vuole alcuna pietà.

Infine, da Aspettando Godot: una attesa incerta e senza sicurezze, eppure continua, accettata incondizionatamente che può assumere ben più di un significato. Vladimiro ed Estragone si sono affidati al misterioso Godot senza neppure conoscerlo in un tragicomico (ed immobile) viaggio da un ignoto (dove non si hanno più speranze) verso un altro ignoto (dove non si ha nessuna certezza).

Veronica

Nel suo intervento, Veronica ha cercato di mettere in luce il conflitto di Tarwater, il protagonista de Il cielo è dei violenti di Flannery O’Connor, scisso tra la via della fede in Dio (rappresentata dal profeta) e la via della fede nella ragione (rappresentata dal maestro). La figura del profeta e del maestro sono le uniche due presenti nella sua vita e nella sua storia, ed è inevitabilmente a loro che guarda per cercare di capire quale sia la sua chiamata.

Due sono gli aspetti che colpiscono nel testo della O’Connor. Il primo è che entrambe le fedi (che sia in Dio, che sia nella ragione) si presentano nello stesso modo, perché sia il maestro che il profeta non vedono nient’altro al di fuori di ciò in cui credono. È come se ne fossero accecati. Il secondo è la domanda se Tarwater, cresciuto dal nonno, il profeta, per diventare a sua volta tale, abbia effettivamente gli strumenti per operare una reale scelta nella sua vita.

“Il vecchio era il prozio di Tarwater, o almeno così diceva e, a quanto ricordava il ragazzo, erano sempre vissuti assieme. Lo zio gli aveva insegnato a leggere, a scrivere, a far di conto, e gli aveva insegnato anche la storia, cominciando da Adamo scacciato dall’Eden fino a tutti i presidenti compreso Herbert Hoover e, più in là, nelle congetture, fino al Secondo Avvento e al Giorno del Giudizio. Oltre a dargli una buona istruzione l’aveva salvato dall’unico altro parente, il nipote del vecchio Tarwater, un maestro che, allora, non aveva figli e voleva quello della sorella morta per crescerlo secondo le sue idee. Il vecchio sapeva per esperienza quali fossero quelle idee. Era vissuto per tre mesi in casa del nipote, di carità, o così aveva creduto in principio, ma poi aveva scoperto, diceva, che non era carità né niente di simile. Per tutto il tempo che aveva abitato in casa sua, il nipote aveva compiuto uno studio su di lui. Il nipote, che l’aveva accolto in nome della carità, si era intrufolato nella sua anima per la porta di servizio, facendogli domande che significavano più d’una cosa, disponendo trappole intorno alla casa e guardandolo cadervi dentro e, infine, aveva tirato fuori uno studio scritto su di lui, per una rivista scolastica. Il fetore del suo contegno era giunto fino al cielo e il Signore in persona aveva portato il vecchio a salvamento. Gli aveva mandato una visione profetica e gli aveva detto di fuggire con l’orfanello nella zona più lontana e incolta dei boschi e di allevarlo a testimonianza della sua redenzione. (…) Il vecchio, che diceva di essere un profeta, aveva cresciuto il ragazzo insegnandogli ad aspettare a sua volta la chiamata del Signore, e a tenersi pronto per il giorno in cui l’avrebbe udita. L’aveva istruito sui mali che toccano ad un profeta, quelli che vengono dal mondo, e sono trascurabili, e quelli che vengono dal Signore e lo purificano ardendolo, perché lui stesso era stato purificato ardendo più e più volte. Lui, aveva imparato attraverso il fuoco.”

“Tarwater strinse i pugni. Era come un condannato in attesa del luogo del supplizio. Poi giunse la rivelazione, silenziosa, implacabile, diretta come un proiettile. Il ragazzo non guardò negli occhi di una fiera e nemmeno vide un rovo ardente. Seppe soltanto, con una certezza sommersa nella disperazione, di essere impegnato a battezzare quel bambino, e a iniziare la vita per la quale il prozio l’aveva preparato. Seppe di essere chiamato a diventare un profeta e che gli eventi della sua carriera profetica non sarebbero stati degni di nota. Le sue pupille nere, vitree e immobili, riflettevano in profondità la sua immagine ferita che si trascinava a distanza dietro l’ombra sanguinante e fetida di Gesù, finché da ultimo riceveva il suo compenso, un pesce spezzato e un pane moltiplicato. Il Signore l’aveva creato dalla polvere, l’aveva fatto di sangue, di nervi e di mente, l’aveva fatto per sanguinare e piangere e pensare, e l’aveva posto in un mondo di sconfitta e di fuoco solo per battezzare un bambino idiota che avrebbe potuto fare a meno di creare, e per gridare un vangelo altrettanto insensato. Tarwater cercò di urlare: – No! – ma fu come quando si cerca di urlare nel sonno. Il suono fu saturato dal silenzio e andò perduto.
Lo zio gli posò una mano sulla spalla e lo scosse lievemente, per aprirsi un varco nella sua disattenzione: – Ascolta figliolo – disse, – liberarsi dal giogo del vecchio è come uscire dall’oscurità alla luce. Tu avrai un’occasione favorevole, per la prima volta in vita tua. L’occasione di diventare un uomo utile, l’occasione di mettere a frutto le tue doti, di fare quello che vuoi tu e non quello che voleva lui, di qualsiasi idiozia si trattasse.”

La risposta sembra venir suggerita dalla stessa O’Connor nel secondo testo che ha scelto, in cui l’autrice descrive la paura di Tarwater di “entrare in intimità con il creato”. La paura che lo fa fuggire dall’esperienza, che non gli permette di contemplare le cose per ciò che sono, spinto com’è dal doverle necessariamente comprendere. Emerge di nuovo l’eccedenza del reale, che non può essere razionalmente compreso, ma va abbracciato, lasciandosi contaminare da esso.

“(Tarwater) quando era possibile, tentava di sfuggire a questi pensieri, di guardare le cose normalmente, di non vedere più di quanto gli stava davanti e di non oltrepassarne, con gli occhi, la superficie. Aveva l’aria di temere che se avesse permesso al suo sguardo di soffermarsi un attimo più di quanto occorreva per riconoscere una cosa- una vanga, una zappa, i quarti posteriori del mulo attaccato all’aratro, il solco rosso ai suoi piedi- quella cosa si sarebbe levata improvvisamente davanti a lui, estranea e spaventosa, e lui sarebbe stato giudicato dal nome che le avrebbe dato. Tarwater faceva il possibile per evitare il rischio di questa intimità con il creato. Quando fosse giunto il richiamo del Signore, avrebbe voluto che fosse una voce da un cielo limpido e nudo.”

Andrea

Ogni relazione di fiducia e di affidamento comprende in se stessa la possibilità del tradimento e della delusione. La fiducia messa alla prova può crollare o rinascere più forte dall’esperienza di “morte” che tradimento e delusione rappresentano.

Il film di George Lucas American Graffiti parla in fondo di questo. Tre ragazzi al termine della scuola, vivono l’ultima notte nel loro paesino prima di partire per l’università. Due sono pieni di entusiasmo per il futuro che li attende e vivono quell’ultima notte cercando più che altro di “divertirsi”, e poi c’è Curt (l’attore Richard Dreyfuss), spirito inquieto, che invece riflette sul passato, ritorna in quei luoghi in cui ha vissuto e che sta per abbandonare, riluttante a partire. Il suo sarà un viaggio “demitizzante”, in cui tutte le certezze passate crolleranno. Alla fine della notte i primi due non avranno il coraggio di partire e sarà invece Curt l’unico ad avere la forza per affrontare il futuro. Una forza che è passata dalla “morte” di tutti quei legami di affidamento.

C’è una sequenza di 3 minuti che mostra in modo efficace questa dinamica: l’incontro con il professore più brillante della scuola, che lo aveva formato e per Curt era stato un mentore. L’incontro ne mostra tutte le fragilità, anche morali, e i limiti. La delusione, il crollo del mito, favorisce dolorosamente l’emergere della vita reale, concreta, la crescita e la maturazione del giovane Curt.