La memoria e i suoi luoghi. Ai tempi di Plauto, di Cicerone.

damn_memoA distanza di un po’ di tempo dall’officina di gennaio sui luoghi della memoria, pubblichiamo il testo dell’intervento di Laura Tanchis, ringraziandola per la condivisione.

La memoria è uno strumento a nostra disposizione, fonte di gioia per i ricordi belli, ma anche di frustrazione quando dimentichiamo ciò che vorremmo ricordare. È una delle cose che più contribuiscono alla nostra identità e la nostra persona, attraverso di essa, assume un aspetto unico e irripetibile: si potrebbe dire che la memoria dia forma alla nostra stessa vita. A proposito della frustrazione di non ricordare ciò che si vorrebbe, c’è un metodo semplice ma efficace per tenere a mente le cose, quello dei loci di Cicerone. Questa tecnica, tuttora utilizzata da politici e uomini pubblici, ha alla base l’associazione di argomenti da ricordare con luoghi ben noti, per esempio la strada per raggiungere il lavoro o la casa di un amico. Sappiamo del resto, anche dalle più recenti acquisizioni della psicologia, che il ricordo è legato all’emozione. A un metodo per ricordare qualcosa se ne contrappone un altro per far dimenticare ogni cosa, la damnatio memoriae. Questo istituto del diritto romano consisteva nella cancellazione della memoria di una persona attraverso la distruzione di tutto quanto potesse tramandare il suo ricordo ai posteri (opere scritte, dipinti, sculture ecc.). L’imperatore Caracalla, ad esempio, dopo aver fatto assassinare il fratello Geta, lo fece eliminare da tutti i luoghi in cui era rappresentato o nominato, come per esempio sull’attico dell’arco di Settimio Severo nel foro romano o sull’arco degli argentarii, vicino alla chiesa di San Giorgio al Velabro.

Nel mondo romano ci sono molti racconti sulla memoria. Il personaggio di una commedia di Plauto, il vecchio Simone, padrone dello schiavo Pseudolo, a un certo punto gli dice di ascoltare le sue parole. La sua espressione letterale è “apri bene l’edificio delle tue orecchie”; poco più avanti lo ripete, ingiungendo allo schiavo di ricordare con precisione quello che ha detto: è ovvio che, per ricordare, le orecchie devono prima essere libere di ascoltare, ma Pseudolo era uno schiavo particolare. A Roma c’erano infatti degli schiavi, detti nomenclatores che accompagnavano per strada i ricchi romani, suggerendo loro il nome delle persone che incontravano, perché potessero salutarle come si conveniva. In particolare si servivano dei nomenclatores i candidati alle elezioni. Questi schiavi si chiamavano anche fartores, salsicciai, cioè gente che “fa il ripieno” perché, come dicono gli antichi commentatori, riempivano le orecchie dei loro padroni con i nomi da ricordare.

C’è dunque un legame tra le orecchie e la memoria, ribadito in una celebre satira di Orazio, la cosiddetta “satira del seccatore”, del garrulus, un individuo che Orazio incontra per strada e che gli attacca un interminabile bottone. Il poeta riesce a liberarsene perché qualcuno ferma il chiacchierone trascinandolo in tribunale, dove dovrà rendere testimonianza. Il commentatore spiega che quando si chiama qualcuno a fare da testimone, gli si tira il lobo dell’orecchio, come se gli si dicesse di ricordarsi di fare una certa cosa, di ricordarsi che in quel tal giorno dovrà andare a testimoniare. Anche in altri autori latini si ritrova questa usanza, quella dell’admonere, del ricordare tirando il lobo dell’orecchio. È la stessa cosa che facciamo noi quando tiriamo le orecchie a chi compie gli anni: è come se gli ricordassimo che ha venti, trenta, quarant’anni! È Plinio che ci dice che il luogo della memoria è il lobo dell’orecchio; per questo, invitando qualcuno a fare da testimone, gli si tocca il lobo: è come invitarlo a prendere un impegno con la sua memoria.

È chiaro che i romani non credevano davvero che la memoria risiedesse nel lobo dell’orecchio. Si tratta di un luogo simbolico, ma non per questo meno significativo. In realtà nessuno sa dove si trovi la memoria, oppure l’ira, dove risiedano tante passioni che tendiamo identificare (e gli antichi ancora di più) con determinati luoghi anatomici. Il cuore è per eccellenza il luogo dell’amore, ma l’amore si trova nel cuore? No. Però dovremmo dire sì e no, perché simbolicamente ci si trova davvero. Esiste un’anatomia simbolica nella quale l’orecchio è il luogo della memoria, ma non solo l’orecchio: c’è un altro luogo ugualmente sorprendente in cui i romani localizzavano il ricordo. Ce lo dice il verbo che usiamo ancora oggi: ricordare, in latino recordor. La parola è formata da un prefisso, re-, e da cor, cordis, cuore, e significa dunque “ristabilire il rapporto con il cuore”. Ma perché ristabilire il rapporto con il proprio cuore può avere il significato di ricordare? Perché, come ci dicono sempre le fonti antiche, il cuore è la sede della memoria.

Il prefisso re-, indica la reciprocità: il verbo respicere, per esempio, significa voltarsi a guardare, ma indica anche che si è stabilito un rapporto attraverso lo sguardo. A Roma esisteva la statua della Fortuna Respiciens, la fortuna che mi guarda, quella con cui posso comunicare, interagire, che non mi ignora. Il prefisso re-, dice “noi due siamo in contatto”, perciò ricordare è stare in contatto con il cuore. Esiste un mito narrato da Ennio (il poeta arcaico di Roma autore degli Annales), nel quale si racconta il sogno di Ilia, la figlia di Enea, dopo la morte del padre. Nella versione che Ennio ci dà di questo mito, Ilia è la madre di Romolo e Remo. La donna sogna di essere in un bosco di salici, di essersi perduta come capita nei sogni, senza sapere più dove sia, chi sia, dove stia andando. A un certo punto sente la voce del padre che le dice di non preoccuparsi, perché dopo tante sofferenze la sua buona sorte rinascerà dal fiume: si tratta ovviamente del Tevere che salverà Romolo e Remo. Ilia dice letteralmente che non riesce più a “trovarsi nel cuore”, dice cioè di aver perso la consapevolezza di sé, la coscienza. È persa in un sogno, non ha più memoria di nulla, non si raccapezza più, come diremmo noi, mentre Ennio usa l’espressione corde capessere, “trovarsi nel cuore”. Lo stesso poeta Ennio racconta di avere tre cuori, perché sa parlare osco, greco e latino; parlare tre lingue significa avere tre identità, tre culture, significa appunto avere tre cuori, tre memorie di sé, sentirsi diverso ogni volta che si parla una lingua diversa.

moneta_memoLa parola memoria, che abbiamo ereditato dai romani, deriva da una radice che si trova anche in altre lingue indoeuropee e che non indica il ricordare, ma il soprassalto dell’animo, il turbamento, l’angoscia, la preoccupazione. Se per i romani la memoria come la intendiamo noi è piuttosto la mens, la mente, legata a una radice che indica il ricordare in tante altre lingue, la loro memoria è il movimento interiore che ti spinge a ricordare. È come se ci fossero due elementi: un serbatoio che contiene le informazioni del passato da un lato e, dall’altro, qualcosa che mette di volta in volta in moto questo serbatoio, un movimento dell’animo che fa tornare in mente quello che si desidera. A volte, però, questo innesco che ti spinge alla memoria non è interno, ma esterno: i romani ne hanno fatto una divinità, la dea Moneta. Monere in latino vuol dire far ricordare, quindi la moneta è colei che mi fa ricordare. È anche un epiteto di Giunone, Iuno Moneta, e la moneta si chiama così perché la zecca dei romani era presso il tempio di Iuno Moneta. È la dea Moneta che all’epoca dell’invasione dei galli di Brenno salvò il Campidoglio: lo starnazzare delle famose oche fu il suo modo di ammonire i romani asserragliati sul Campidoglio e di ricordare loro che i galli erano alle porte.

Noi diciamo che i ricordi si possono cancellare, i romani usano per questo il sostantivo ob-livio, il verbo ob-liviscor, che vuol dire “rendere liscio”. Lo schiavo di una commedia di Plauto, che si è ubriacato e ha fatto un grosso guaio, dice di essersi oblitum memoriam, cioè alla lettera di aver “dimenticato la memoria” per qualche bevuta. La frase può sembrare insensata, come si può dimenticare la memoria? In realtà lo schiavo dice di aver cancellato la memoria, dato che a Roma si cancellavano le parole incise nella cera lisciando la superficie della tavoletta su cui erano scritte. Questo dà l’idea che la memoria possa essere immaginata come qualcosa di scritto. I luoghi della memoria sono dunque metaforicamente per i romani il lobo dell’orecchio, il cuore e la scrittura. Chi dimentica cancella (quello che è scritto), come diciamo anche noi senza ricordarci della metafora antica. Se ne è ricordato però Dante, che nella Vita nova si muove tra i due poli della memoria e del rinnovamento, annunciando l’intenzione di recuperare e reinterpretare la sua esperienza poetica alla luce della metamorfosi prodotta dall’amore. Dice infatti Dante: “In quella parte del libro de la mia memoria dinanzi a la quale poco si potrebbe leggere, si trova una rubrica la quale dice: Incipit vita nova “. La memoria è dunque un libro su cui scrivere o cancellare i ricordi.

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