Partenza da un mattino freddo

seccarecciaRiceviamo da Francesco Scaramuzzi e pubblichiamo una lettura di Partenza da un mattino freddo, Antonio Seccareccia, Perrone editore, 2007.

Sono due i motivi che mi hanno spinto a leggere questo libro, dopo aver assistito a una sua presentazione poco tempo fa nell’Aula Comunale di Frascati.
Il primo è che ho conosciuto Antonio Seccareccia: era un libraio – direi “il libraio” – di Frascati, e colpiva, frequentandolo, la evidente passione per i libri, con i quali viveva quasi in simbiosi.
Il secondo motivo è l’aver scoperto che il libro parlava della sua esperienza iniziale, buona parte della quale si svolgeva durante la seconda guerra mondiale a Bari, la città nella quale sono nato ed ho vissuto gli anni della guerra.
Seccareccia aveva 8 anni più di me, e nei primi anni della guerra era un carabiniere in servizio a Bari, mentre io ero uno studente di ginnasio, ma mi è parso comunque interessante confrontare le due esperienze.
È dunque evidente che si tratta di un romanzo autobiografico, e che presumibilmente – nonostante l’uso di un nome diverso, Marco Marini – i fatti raccontati sono notevolmente simili a quelli vissuti dall’Autore. Seccarecia nasce a Galluccio, un piccolo paese in provincia di Salerno al confine con la Ciociaria, studia fino alla quinta elementare e poi lavora duramente nei campi, con la madre e con la sorella più piccola, col padre emigrato in Canada che si è dimenticato della famiglia (anche se fa una apparizione “epistolare” nel romanzo).
Nel 1938, a diciotto anni, decide di arruolarsi tra i Carabinieri, ci riesce, e comincia un’altra dura esperienza: disciplina, difficoltà concrete, e poi la guerra, l’invio a Rodi nell’Egeo, il ritorno nell’Italia dell’immediato dopoguerra, ancora divisa dalle precedenti esperienze politiche.
L’Autore ci guida con notevole perizia narrativa in questa sua avventura, che lo porta alla fine a una perdita di senso, che si manifesta come un disperato desiderio di ritornare al passato, alla sua terra, al suo duro lavoro da contadino. Un incontro con la madre e la sorella, e il contatto con quella sua terra tanto cambiata (sia fisicamente –Gallucio si è trovato in mezzo alla lunghissima battaglia di Cassino; sia umanamente, constatando il disfacimento del tessuto civile) gli fanno trovare il coraggio di riprendere l’impegno intrapreso come carabiniare, accettando con dolore la lezione. Seccareccia ha avuto una regolare carriera nell’arma dei carabinieri. Una volta in pensione, ha aperto la libreria di Frascati a cui ho accennato all’inizio. Ha avuto esperienza come poeta, è stato apprezzato da poeti famosi, come Caproni e Luzi, ha pubblicato libri di poesie e di racconti.
A questo romanzo ha lavorato fino alla morte, nel 1997, ma esso ha visto la luce solo ora, nella ricorrenza del decennale della morte. Dispersi in esso si trovano i germi della sua futura attività, quell’amore per i libri da cui è stata ispirata tutta la sua vita. Egli descrive la nascita di questo amore, l’incontro con autori molto amati, in particolare Kafka e Rilke, e termina il romanzo con la parola “libro”, messa lì quasi emblematicamente.
Voglio citare un passo che mi ha colpito, a pagina 128:

“Possedevo un bel po’ di libri adesso, tra quelli portati con me dalla Scuola di Rome e altri acquistati a Bari, dove ogni tanto andavo a fare un giro per le librerie. Mi piaceva guardarli nelle vetrine, tutti in fila, coi loro titoli invitanti e le belle copertine a colori, e quando potevo acquistarne uno, me lo stringevo sotto il braccio come un amico e tornavo in caserma contento. In quei momenti mi dicevo che un libro, per quanto non sembri, aiuta un uomo a formarsi, a capire se stesso ed a sopportare le avversità. E persino a ribellarsi alle ingiustizie quando arriva che non ne può più. In tal caso un libro è come una carica esplosiva che può far saltare tutto in aria…”.

Il confronto con la mia esperienza è stato molto interessante: vi ho trovato luoghi, atmosfere, modi di vivere, che mi hanno riportato indietro in quel periodo indimenticabile.
Concludendo, Seccareccia dà in queste pagine un’immagine molto vivida della sua avventura e dell’ambiente in cui essa si compiva, quella Italia degli anni della guerra, ricca di contraddizioni, ma anche di valori umani.