Heramush, mia nonna (Fethiye Çetin)

Quando alcuni anni fa lessi lo splendido La masseria delle allodole di Antonia Arslan, la storia della famiglia di suo nonno Yervant nei giorni in cui il governo turco attuò lo sterminio di oltre un milione di armeni nel 1915 , rimasi colpito soprattutto dalla descrizione della viva semplicità, bellezza e armonia della quotidianità vissuta dagli uomini e dalle donne vittime del genocidio. Il maggior pregio del romanzo dell’Arslan mi era sembrato non solo il contributo alla memoria di un fatto storico che viene tuttora ostinatamente negato dalle autorità turche, ma la possibilità di gustare la mitezza e la vitalità, la fiducia nella vita e la dignità, l’orgoglio e la creatività del popolo armeno. Un libro che denuncia uno dei più grandi crimini contro l’umanità del Novecento senza però lasciarci nello sconforto perché nelle vittime, soprattutto le donne, l’attaccamento alla vita e l’amore per la propria famiglia e per i propri amici sono radicati nel profondo, in una dimensione che pare inattaccabile, anche quando il corpo viene violentato, sgozzato, affamato fino alla morte. Oggi mi sono stupito nel ritrovare questa stessa dimensione di calda e autentica umanità in Heramusch mia nonna di Fethiye Çetin, un’altra storia scaturita dall’inferno patito dalle donne e dai bambini armeni deportati (dopo l’uccisione a sangue freddo di tutti gli uomini) nella cosidetta “marcia della morte” fino ad Aleppo. Fethiye Çetin è nota in tutto il mondo per essere stata l’avvocato di Hrant Dink, il giornalista turco-armeno direttore di Agos, la testata bilingue fondata per favorire il dialogo tra turchi e armeni, assassinato nel 2007 da un giovane nazionalista, ma anche per essere stata tre anni in carcere durante la dittatura del generale Kenan Evren e per essere oggi un’infaticabile portavoce dei diritti delle minoranze in Turchia. La incontro a Roma in occasione della presentazione del libro, lo sguardo forte e una dolcezza nell’espressione del viso che pare il riflesso di un luogo interiore in cui ha preservatato tesori a costo della vita. Un vita che è cambiata radicalmente il giorno in cui sua nonna le ha rivelato il suo vero nome, Heramush, e la sua vera storia, quella di un “avanzo della spada” ovvero di una bambina armena strappata dalle mani della madre durante la “marcia della morte”, convertita a forza all’Islam, costretta a sposare il figlio del suo padrone turco. La nonna meravigliosa che per Fethiye era sempre stata un modello per il suo senso di giustizia e per la sua generosità verso il prossimo, improvvisamente le rivela il suo terribile segreto e il desiderio mai spento di ritrovare i genitori e il fratello fuggiti in America. Una storia sul dolore della separazione, ma soprattutto sulla forza misteriosa degli affetti. Neppure Fethiye Çetin sa spiegarsi infatti come sua nonna abbia potuto tenersi dentro così a lungo le immagini di una violenza tanto efferata continuando a vivere in quegli stessi luoghi e, allo stesso tempo, costruirsi con amore una nuova famiglia e coltivare la speranza di ritrovare un giorno le persone, i sapori, la lingua, la fede della sua infanzia. Come dire che lo sradicamento radicale operato dagli sterminatori turchi a danno delle donne armene scampate alla deportazione non ha vinto perché l’amore che esse portavano dentro era inestinguibile, misterioso e irriducibile come la vita stessa che non solo sopravvive, ma contro ogni evidenza anche dopo gli inverni più cupi torna a germogliare. Fethiye Çetin, dopo la morte della nonna, riuscirà miracolosamente attraverso il necrologio pubblicato su “Agos” a rintracciare negli Stati Uniti un’anziana sorella di Heramush e i suoi nipoti e a compiere quel viaggio di ricongiungimento familiare a cui la nonna aveva sempre anelato senza riuscirci. Ecco il necrologio: Si chiamava Heranush. Nipote di Herabet Gadaryan, era l’unica figlia di Uskuhi e Hovannes Gadaryan. Visse un’infanzia felice fino alla quarta elementare, nel villaggio di Habab presso Palu. All’improvviso arrivarono tempi gravidi di sofferenze, a proposito dei quali diceva: Che passino quei giorni, e che non tornino mai più”. Heranush perse la sua famiglia e non la rivide mai più, ebbe una famiglia nuova, e un nuovo nome. Dimenticò la sua lingua, la sua religione, e imparò una nuova lingua e una nuova religione. Durante tutta la sua vita non si lamentò mai, ma non dimenticò mai il suo nome, il suo villaggio, sua madre, suo padre, suo nonno e tutti i suoi cari. Visse novantacinque anni nella speranza di ricongiungersi con loro e di riabbracciarli. Forse fu grazie a questa speranza che visse così a lungo, cosciente fino agli ultimi giorni. Abbiamo perso mia nonna Heramush la settimana scorsa, ci siamo congedati da lei per il suo viaggio verso l’eternità. Ci auguriamo, attraverso questo annuncio, di ritrovare quei parenti che non siamo riusciti a rintracciare quando era in vita, per condividere il dolore e poter dire tutti insieme: “Che passino quei giorni, e che non tornino mai più”.
Per me la possibilità di parlare con Fethiye, dopo aver letto il suo libro, è stato emozionante perché l’amore quando si incarna in un volto e in una storia autentica è sempre stupefacente. Eppure l’amore di questi tempi, soprattutto quando c’è di mezzo la famiglia, se non è di plastica o scabroso come in certe fiction nostrane, viene snobbato a favore della politica o del “sociale”. E troppi sono i critici che hanno apprezzato questo libro solo perché denuncia il genocidio degli armeni, senza accorgersi che il vero motore della Storia non lo ammazza nessuno, proprio come questo racconto ci dimostra ancora una volta.

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