La presenza del reale

Per uno scrittore ci sono almeno tre possibili modi (che qui estremizzo) di porsi davanti alla realtà.

La prima: egli parte dal reale per per poi arricchirlo talmente di connotazioni che la sua scrittura diventa una trasfigurazione fantastica, onirica, visionaria. In una parola: “surreale”.

La seconda: egli parte dal reale per poi soffermarsi talmente sul suo personale ed intimo rapporto con esso che la sua scrittura diventa psicologica, passionale, interiore. In una parola: “sentimentale”.

La terza: egli parte dal reale per poi provare a comprenderlo, a ingabbiarlo in una forma, a difendersi da esso che la sua scrittura diventa razionale, refertuale, osservativa. In una parola: “tecnica”.

Tutte e tre le possibilità hanno generato grandissima letteratura.
Ma esiste un’altra possibilità.

È possibile che lo scrittore faccia esplodere sulla pagina il significato della realtà stessa, facendola rimanere quella che è, senza che sia necessario una trasformazione in altro, cioè senza evadere verso l’esterno (tecnica) né verso l’interno (sentimentalità) né verso i bordi (surrealtà).

La letteratura a cui alludo è quella della “presenza reale” della realtà stessa nella parola. La letteratura, se vuol essere se stessa, comunque non può divemtare mai mero strumento di controllo (potere) o fuga (alienazione interiore o fantastica, che sono poi la stessa cosa), ma luogo di immersione, di esplorazione, di contemplazione. Perfino dell’Assoluto, che mai si identifica con l’Astratto.