Il rock e i suoi antenati. A colloquio con Alessandro Portelli

Secondo lo storico Laurence Moore i revival religiosi hanno mostrato agli Stati Uniti “il modo di organizzare un’azione comunitaria efficace” che in qualche modo inglobava la dimensione dello spettacolo. Come si articola, in che cosa consiste questa dimensione spettacolare? “Con il Great Awakening e il Great Revival, – scrive Alessandro Portelli – le ondate di fervore evangelico che spazzano il paese tra la metà e la fine del ‘700, l’improvvisazione prende il sopravvento. L’accento si sposta dal testo alla performance, accompagnata da un uso drammatico del corpo e della voce”. Al centro dell’evento “spettacolare” ci sono dunque “i comportamenti di massa, l’emozione collettiva e la sua espressione corporea e musicale”. Anche l’oratoria politica cercherà poi di imitare “questa arte della parola individuale che riassume la voce collettiva”, di strutturarsi attorno alla performance, all’atto estemporaneo, all’evento rituale. Ma la performance appartiene da sempre all’oralità, alle culture orali, culture che “sentono intensamente di vivere non nella pienezza della presenza ma sull’orlo della scomparsa”. Lo stesso romanzo americano, nella lettura di Portelli, si presenta come “una forma di contaminazione tra voce e scrittura: una scrittura rivolta alla folla, e invasa dalla voce della folla, nell’uso del dialogo e del registro linguistico ordinario, nella mimesi del quotidiano” (Il testo e la voce. Manifestolibri). “Se la letteratura americana ha una sua specificità – scrive Portelli –, essa sta in larga misura nel fatto che i suoi protagonisti – spesso in modo riluttante, antagonistico, contraddittorio, mai in modo pacificato – non hanno cessato di fare i conti con la “musa irriverente” della stampa popolare e del folklore, con questo magma di culture popolari, orali, di massa, volgari, commerciali, spettacolari, e irresistibili”. (Canoni americani, Donzelli). Senza l’arte della performance, senza la grande tradizione orale folk, senza lo spessore spettacolare del sermone, senza la ritualità afroamericana, senza lo scontro-incontro tra il corpo bianco e quello nero, senza l’attitudine della parola americana a farsi suono e ritmo, il rock’n roll probabilmente non sarebbe mai nato. Abbiamo chiesto al professor Portelli – è da pochi giorni in libreria il suo Storie orali. Racconto, immaginazione, dialogo (Donzelli) – di aiutarci a tracciare una sorta di “carta genealogica” del rock’n roll.

Nel suo “Canoni americani”, scrive “dell’onnipotenza della teatralità sulla scena americana”, una teatralità che in qualche modo attraversa tutte l’arte americana. Quanto la cultura rock discende o è figlia di questa “teatralità”?
Nel momento in cui nasce a metà degli anni 50, il rock’n roll si afferma in un contesto televisivo. In un contesto cioè gestuale, di stile, di modo di vestire, di uso del corpo. Dentro quindi una dimensione che non è esclusivamente sonora.

Lei ha definito i Minstrel show lo spettacolo americano “più ambiguo, originale e problematico”. Attori bianchi che si anneriscono la faccia e si abbandonano sulla scena alla parodia, stereotipata e razzista, del nero. Attori neri che a loro volta si dipingono il volto e portano in scena la parodia della parodia. Tra il corpo “bianco” e quello “nero” si attiva in qualche modo una circolazione, che nasconde inconfessate fascinazioni? È la stessa circolazione che in qualche modo torna nel rock?
C’è un libro intitolato Love and Theft: Blackface Minstrelsy and the American Working Class di Eric Lott, un libro da cui Bob Dylan ha preso il titolo di un suo disco, Love and Theft appunto, che affronta questo tema. Nei ministrel show emerge questa relazione ambivalente di fascinazione di appropriazione e, contemporaneamente, di disprezzo di stereotipizzazione del corpo nero. Una relazione che in qualche modo continua anche in epoca rock. C’è una frase del fondatore della Sun records, Sam Phillips che in questo senso è emblematica: “voglio un ragazzo bianco che sappia cantare come un nero”. C’è in qualche modo il desiderio della cultura dominante, della cultura bianca, di impadronirsi di certe modalità, chiamiamole vitali, della cultura afroamericana.

Quanto è stato importante il corpo afroamericano e la sua musica nella nascita del rock?
Senza il rhythm and blues ma anche senza il gospel, il rock non sarebbe mai nato. Il gospel si lega a una modalità, una prassi, di pratica religiosa che affonda le sue radici nell’Africa. C’è una vicinanza forte tra estasi religiosa, danza, e linguaggio corporeo. Già nelle chiese nere questa dimensione di comunicazione corporea, di rituale attraverso il corpo, era ed è molto presente.

Il rock ha “appreso” forme rituali precedenti alla sua nascita. Penso ad esempio agli spiritual, con il reverendo che parla ai fedeli e i fedeli che interagiscono, riprendendo e rispondendo alle sue parole. Una ritualità “performativa” sopravvive in qualche modo nei grandi concerti rock? O è completamente persa nei meccanismi del mercato?
Credo che Il rock corra sempre il rischio dell’assorbimento nel puro discorso di mercato. Tuttavia ha risorse imprevedibili, sempre pronte a riemergere, a saltare fuori.

Il corpo nel rock è nato come un corpo bianco, giovane, esuberante, eccessivo, capace di rompere determinati schemi. Oggi che il rock ha una storia alle spalle, e gran parte delle sue “stelle” hanno una certa età, come si declina questo corpo?

Pensando a tutti i vecchi gruppi che si ripropongono, che si rimettono in circolazione, non saprei! Mi viene in mente la parodia che Neri Marcorè fa di Ligabue e del tentativo di esprimere una “corporeità” da parte di Ligabue. Quando il rock nasce lo ascolta gente giovane, il rock è per un pubblico giovane. I giovani di allora hanno continuato ad ascoltarlo, esiste un pubblico di sessantenni. C’è dunque una forte diversificazione di pubblici. Il rock ormai ha una storia, ha un’età e questo fa sì che non sia più nella fase dell’irruzione clamorosa, quella che rompe il silenzio, che cambia i linguaggi del corpo. Questo il rock l’ha già fatto.

Quella del rock è stata una vera rivoluzione?
Non so, bisogna vedere cosa si intende davvero per rivoluzione. Certamente ha portato cambiamenti radicali nel nostro rapporto con il corpo. Rivoluzione non lo so, ma sicuramente un cambiamento importante.

Quanto della grande storia del Folk americano – penso a nomi come Woody Guthrie o Hank Williams – sopravvive nel rock?

Basti pensare a una figura “diversa”, fuori dai canali convenzionali, ma importantissima come Ani Di Franco. Nella sua produzione l’ispirazione, la memoria del patrimonio della musica popolare sono fortissimi. In figure come questa quella storia è presente.

Lei è impegnato anche in un lavoro di recupero della memoria e della musica popolare italiana. In Italia, a differenza di quanto accade negli Usa, sembra esservi una scollatura profonda tra musica popolare e quella “leggera”.
Noi abbiamo avuto una storia diversa. Dalla genealogia che si può rapidamente tracciare per il rock’n roll (rhythm and blues gospel e quindi Africa da una parte, country bluegrass e quindi Irlanda dall’altra) emerge una continuità forte tra popular music e estrazione popolare. In un certo senso è facile rintracciare direttamente le radici popolari di queste musiche. In Italia abbiamo avuto una spezzatura tra il melodramma e la musica popolare. E per molto tempo la nostra musica leggera ha avuto pochissimi rapporti con le forme espressive popolari. Negli ultimi tempi qualcosa è cambiato, con il recupero di identità locali, con il rap, con gli Almamegretta, con i Sud Sound System. Certo la polivocalità dell’Italia centrale, le immissioni vocali del mondo popolare, sono per il momento inassimilabili dalla musica leggera. Anche se ci sono repertori molto interessanti, come quello di Teresa De Sio, o esperimenti come quello di Ambrogio Sparagna e l’orchestra della Notte della Taranta, un esperimento intelligente, al quale purtroppo è stato posto fine.

Una curiosità per concludere: quali cd ci sono in questo momento nel suo stereo?

Dieci cd di rock e dintorni anni ‘50. Americani. Che ascolto a rotazione. O meglio sono nove cd di “oldies” e l’ultimo di Bruce Springsteen, Magic.

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Lo sto studiando.

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