Le proporzioni mitiche della vita

«In occasione di una delle nostre ultime gite in macchina – mio padre era alla fine della sua vita terrena – ci fermammo nelle vicinanze di un fiume, raggiungemmo a piedi la riva e ci sedemmo all’ombra di una vecchia quercia. Dopo un paio di minuti mio padre si tolse scarpe e calzini, immerse i piedi nell’acqua che scorreva limpida e restò lì a fissarli. Poi chiuse gli occhi e sorrise. Non lo vedevo sorridere così da molto tempo. All’improvviso fece un profondo respiro e disse: “Mi viene in mente…”».

Così comincia Big Fish, il romanzo di Daniel Wallace, edito in Italia dall’editore Marco Tropea, dal quale John August ha tratto la sceneggiatura per l’omonimo film prodotto dalla Dreamworks e diretto da Tim Burton, con un cast di ottimo livello: Ewan McGregor, Jessica Lange, Steve Buscemi, Helena Bonham Carter. Il romanzo, pubblicato negli Stati Uniti nel 1998, è il primo dei tre romanzi di Wallace, che vive a Chapel Hill, nel North Carolina, con sua moglie Laura e il figlio undicenne Henry. Gli altri suoi due romanzi, Ray in Reverse (2000) e The Watermelon King (2003) non sono stati ancora tradotti e speriamo che lo siano presto.

Le storie di un uomo
Big FishCome nei casi migliori, Big Fish film e Big Fish libro non sono opere appiattite l’una sull’altra, ma godono di una salutare autonomia. Semmai il libro è più a puzzle, composto di capitoli che sono micro-storie. Il film ha, rispetto al libro, uno svolgimento progressivo, coerente e propone un equilibrio differente dei due ingredienti fondamentali della storia: la realtà e la fantasia. La dinamica che li muove però è la medesima ed è quella che qui ci interessa. Il protagonista è Edward Bloom, un uomo straordinario, capace di fare di tutto. Egli è amato per la sua intelligenza, la sua bontà e le sua capacità peculiari: «Dicevano che avesse un potere straordinario. Ma mio padre era modesto e diceva che non era vero. Semplicemente lui amava gli altri e gli altri amavano lui». Però il tratto più evidente della sua personalità era quello di saper raccontare le storie. In effetti, quel che si sa di lui e, soprattutto, quel che di lui sa suo figlio William, è frutto di quest’incredibile capacità di inventiva. Edward adesso è giunto alla fine della sua vita e il figlio si rende conto che del padre conosce solo quella manciata di storie e nient’altro: il padre che addomestica un gigante feroce e pericoloso; il padre che restituisce un occhio di vetro dai poteri magici alla sua anziana proprietaria; il padre che compra un’intera città, e così via. Ma qual è stata la vera vita di suo padre? Cosa egli ha fatto veramente? Dove e come è nato? William sembra abbia in eredità solo quelle storie fantastiche e inventate che il padre gli raccontava quando tornava a casa dai suoi viaggi. Così nel libro il figlio ricrea la vita di quel padre enigmatico in una serie di leggende e miti, ispirati a quel poco che sa di lui: raccoglie le storie avventurose fino all’ultima, evidentemente inventata da lui questa volta, quella che riguarda la morte del genitore che consiste nella sua trasformazione in un grosso pesce di fiume. Da qui il titolo del libro.
Il sottotitolo americano, non ripreso nella traduzione nella nostra lingua, è Novel of Mythic Proportions, cioè «romanzo di proporzioni mitiche». Big Fish si legge come una fiaba. La sua scrittura è rapida, essenziale, visiva, molto facile da seguire, gustosamente tenera e ironica. Appare adatta anche a un lettore molto giovane. Lo stile comunica già di per sé l’immagine di un mondo surreale. La narrazione è intervallata da quattro ciak dal titolo: «La morte di mio padre», brevi capitoli nei quali si sviluppa l’unica dimensione «reale» del libro: la morte del padre, appunto. Per il resto la vita di Edward Bloom si tinge di toni e proporzioni mitiche.
Se sappiamo che il nome Edward è uno dei preferiti da Wallace, è molto probabile che il cognome «Bloom» abbia un valore simbolico e sia una spia che rinvia al Leopold Bloom dell’Ulysses di James Joyce. Edward, infatti, è un’ironica immagine dell’Ulisse inteso secondo la tradizione che va da Dante a Tennyson, sempre in viaggio e sempre preso da nuove avventure, fino all’ultima, inventata da William/Telemaco, che lo porta definitivamente al largo, la vera sua «casa»:

«Un papà itinerante (per lui la casa era solo una tappa sulla strada verso un altro posto) che aspirava a una meta sconosciuta. […] Era come se vivesse in uno stato di costante aspirazione: arrivare, dovunque fosse, non era importante. Importante era la battaglia, e poi ancora la battaglia successiva, e la guerra che non finiva mai. […] e tornava a casa alle ore più strane, per esempio alle nove di sera. Si preparava da bere, si riappropriava della sua poltrona e della posizione a cui aveva diritto come capo famiglia. E aveva sempre una storia da raccontare».

Credere nelle storie
Il libro, pur essendo estremamente accessibile per il suo linguaggio e la sua trama divertente, pone varie questioni forti. La prima riguarda il rapporto tra un padre e suo figlio. «Basta con le storielle, d’accordo? Basta con le barzellette stupide», protesta William, «Anche quando parli seriamente non puoi fare a meno di scherzare. È frustrante, papà. Sembra che tu mi tenga a distanza. Come se… tu avessi paura di me o qualcosa del genere». Sembra dunque che tra padre e figlio non ci sia comunicazione, che William riceva solo storielle in modo che la «storia» della vita del padre resti inattingibile e inconoscibile. Il padre si rivela per storie inventate, che a tratti hanno il gusto della parabola. Infatti così rimprovera il figlio: «Non è obbligatorio credere che [la storia narrata] sia vera […]. Basta credere in quello che vuol dire». È sempre il padre a parlare: «se io ti avessi parlato di tutti i miei dubbi… su Dio, sull’amore, sulla vita e sulla morte, adesso ti ritroveresti solo con un bel mucchio di dubbi. Invece così, pensa a quante barzellette divertenti conosci». Sembra una frase leggera, ai limiti della stupidità. E invece, a leggere bene, qui Edward sta dicendo che ciò che un padre e un figlio possono condividere sono storie su Dio, sull’amore, sulla vita e sulla morte, non dei dubbi.
La frase del padre che punta alla necessità di credere nelle storie fa comprendere come alle storie o ci si crede (e allora esse si dispiegano nella loro potenza rappresentativa ed evocativa) o non ci si crede (e allora esse restano mute e dure). Senza «fede» non c’è storia che tenga. Le storie richiedono una fiducia di base che conduce all’immersione in un mondo che non è più il nostro, quello solito che conosciamo già. Non credere nelle storie significherebbe narcotizzare il reale, spegnerlo, renderlo piatto, superficiale, scarno, secco. Una vita senza storie e senza fede nelle storie sarebbe ben povera: più una persona è ricca interiormente, più ha storie da raccontare e più è disponibile ad ascoltare. Alla fine di ogni giorno bisognerebbe chiedersi: ho una bella storia da raccontare questa sera? Ho ascoltato una bella storia quest’oggi? Era questa la preoccupazione del padre nei confronti di William.
Del resto cosa può conoscere il figlio di suo padre meglio delle sue storie? Nonostante le rivendicazioni, il figlio alla fine capirà che quei racconti fantastici sono il senso della vita di suo padre. A tal punto che, nel racconto del figlio, l’ultimo episodio della vita «reale» del padre valica il confine tra realtà e fantasia e diventa anch’essa una storia surreale e, aggiungiamo, commovente: nel libro come nel film. Qui il rapporto tra padre e figlio è assente, privo di episodi di vita vissuta insieme. Il padre sembra sia tornato a casa solo per morire e adesso «è costretto a restare a casa, cosa che ha sempre detestato. Come svegliarsi tutte le mattine nella stessa stanza, vedere le stesse persone, fare le stesse cose. Prima, invece, usava casa nostra come stazione di rifornimento». Ma, nonostante questo, il senso di un rapporto è svelato e custodito dalla narrazione e dalla fantasia, che colma l’assenza, ricostruisce i ponti e tesse le relazioni.
Ovviamente, così congegnato, il romanzo affronta il tema del senso della fantasia, dell’immagine e della narrazione nella vita di una persona. Fatto reale e fiction hanno tra loro un rapporto, un legame?
Ecco una possibile risposta alla luce del romanzo di Wallace: la fiction di valore costruisce un mondo. Essa «mette al mondo» personaggi, storie, vicende, oggetti,… Se la fiction è vera, allora produce esperienza di questo mondo che mi si dispiega davanti. Se non lo è, allora mi sentirò come davanti a un videogioco, a uno schermo, a qualcosa che comunque non mi coinvolge nella carne e nel sangue. Se la fiction è vera allora io faccio esperienza di vita. Ecco allora la virtù paradossale di una «fiction vera»: farmi entrare in un mondo diverso rispetto a quello della mia vita per permettermi un’esperienza più viva del mio mondo e della mia esistenza. Le storie possiedono in se stesse la formula capace di aprire un mondo. Big Fish è una fiaba, ma anche una meta-storia che ci fa comprendere che le storie hanno un altro destino e un altro significato.
Conoscere un uomo può dunque voler dire anche questo: ascoltare le storie che sa raccontare, leggere la sua vita (e cioè anche i suoi desideri e il suo mondo «reale») tra le pieghe degli intrecci che sa tessere.

Le proporzioni mitiche della vita
Allora si apre un’altra finestra: la vita quotidiana può essere letta con categorie e, per usare un termine di Wallace, «proporzioni» mitiche. La dimensione mitica non è estranea all’esistenza ordinaria, ma al contrario ne può far parte integrante. Ogni storia può assumere il valore di un mito se affronta, in figure concrete e palpabili che sono come lo specchio della condizione umana, come le domande sui misteri dell’esistenza e sul valore del mondo e dei rapporti umani. Allora, nel giorno della nascita del padre, il mondo, prima secco e arido per la siccità, cambia: «Il Marito divenne Padre, la Moglie divenne Mamma. Il giorno in cui Edward Bloom nacque, venne la pioggia». E così il padre compirà eventi tanto semplici quanto «miracolosi»: farà fare a una gallina un uovo marrone, farà nevicare, … ma soprattutto salverà il figlio dalla morte come quando William si dondolava su un’altalena la cui base era stata staccata dal cemento fino a essere sbalzato dal seggiolino contro una palizzata bianca:

«All’improvviso sentii mio padre accanto a me, come se anche lui volasse e stessimo cadendo insieme. Le sue braccia mi avvolgevano come un mantello e io finii per terra accanto a lui. Mi aveva colto dal Cielo e mi aveva deposto al sicuro sulla Terra».

Il padre così, sebbene spesso assente, diventa un eroe: «Guardai quel vecchio, il mio vecchio, con i piedi bianchi immersi nella corrente limpida – erano gli ultimi momenti della sua vita – e all’improvviso pensai a lui semplicemente come a un bambino, un ragazzo, un giovane con tutta la vita davanti, proprio come me ora. Non l’avevo mai fatto prima. E queste immagini, il presente e il passato di mio padre, si fusero insieme e lui si trasformò in una creatura misteriosa, indomita, giovane e insieme vecchia, morente e appena nata. Mio padre diventò un mito». E qui si condensa e si rivela il potere mitopoietico del figlio nei confronti del padre, espresso con parole semplici quanto efficaci:

«“[…] se un uomo può dire di essere amato da suo figlio, allora quell’uomo può considerarsi grande.” È questo l’unico potere che ho, conferire a mio padre le insegne della grandezza, qualcosa che lui ha cercato in tutto il mondo e che, a sorpresa, era sempre stata qui, in casa sua».

Con leggerezza Daniel Wallace porta il suo lettore accanto a un figlio che veglia il padre sul suo letto di morte. Oltrepassando ogni genere di patetismo e dolorismo, egli è capace, come è stato scritto sul quotidiano statunitense USA Today, di consegnare un bel romanzo «sui misteri della morte, sui misteri dell’essere genitore e sul potere redentivo del raccontare storie».

Nessun commento a “Le proporzioni mitiche della vita”

  1. giulia ha detto:

    scusate ma io stavo cercando la storia di LEOPOLD BLOOM mi dite dove posso trovarla?????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????? oppure la prof. domani mi uccide!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!

  2. giulia ha detto:

    qualcuno mi risponde??????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????non c’è nessuno su internet, vi prego mi serve entro 5 minuti

  3. A' MEGL (GIULIA) ha detto:

    ALLORA DAI COLLEGATEVI!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!

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