La dodicesima notte

Esce in Italia la prima traduzione mondiale delle poesie di Rowan Williams, primate anglicano. Parole ruvide ed essenziali come le pietre della brughiera gallese

"La dodicesima notte" di Rowan Williams

Copertina del libro

curatore: Antonio SPADARO S.I.

traduttori: Andrew RUTT ed Elena BUIA RUTT

editore: Ancora

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Intitolata La dodicesima notte, esce oggi, per la casa editrice Ancora, la prima traduzione mondiale della raccolta di poesie di Rowan Williams, arcivescovo di Canterbury e primate anglicano. La prefazione di Antonio Spadaro, critico letterario de “La Civiltà Cattolica”, è un saggio articolato e profondo che, fin dal titolo (Come leggere la poesia di Rowan Williams), intende guidare il lettore in quel percorso accidentato e imprevedibile che la fruizione di queste liriche comporta. “Chi si accosta a questi versi per la prima volta – scrive il gesuita – resta sconcertato e deve accettare un intenso e paziente lavoro di scavo per restare fedele alla pagina. Allora vedrà il testo cominciare a schiudersi o, meglio, a “fratturarsi”.

Inaspettato lo stile, spiazzante il contenuto: tradurre la poesia di Williams ha implicato ascolto e assenso profondi a una spiritualità di forti tensioni. Le parole del poeta, infatti, sono ruvide, essenziali, perentorie come le pietre della brughiera gallese, sua terra d’origine. Si tratta di una poesia visiva che accumula nel singolo verso numerosi verbi e aggettivi, per scolpire, intagliare, plasmare un paesaggio fisico, da cui, ad un primo accostamento, il divino sembra escluso. Il lettore si trova catapultato tra ruscelli selvaggi, piogge insistenti, pietre aride, periferie desolate, al cospetto di un’umanità indurita e logorata.

L’asprezza dei versi del primate anglicano riflette la sua personale visione della vita, intesa come resistenza e lotta; un duro confronto, senza facili vie di uscita, da una quotidianità fatta di fatica, dolore, violenza. Eppure, proprio i solchi che la pioggia incide nella brughiera, proprio le crepe delle pietre sfaldate, proprio le rughe dei volti martoriati divengono lo spazio disponibile e la condizione per l’avvento dell’inaspettato. La vita vince solo dove spacca, squassa, sommuove. In Calendario dell’Avvento, una delle più toccanti poesie della raccolta, la tensione salvifica rappresentata dalla venuta di Cristo si incarna nell’immobilità di un paesaggio raggrinzito e marcescente, sul punto di essere ribaltata dall’arrivo del Salvatore come gelo, come pianto, come rottura, come Bambino.

La grazia, quindi, agisce e si manifesta in modo violento e sconcertante, per imporsi su un creato altrimenti incapace di accoglierla. “Dio nei versi di Williams – commenta Antonio Spadaro – non ha mai i tratti dolci e romantici dei pittori preraffaelliti o di molta tradizione britannica. Dio ha qualcosa di ispido, di ruvido o, almeno, così si presenta all’uomo che lo accoglie, come a condividere radicalmente una condizione umana difficile e aspra”. È tramite la ferita inferta da un colpo improvviso, infatti, che la luce penetra il buio e Dio entra nell’uomo. Un incontro che è inizio di un rapporto difficile e contrastato, in cui l’essere umano resiste o mal sopporta una presenza percepita come opprimente e soffocante.

In una poesia in cui non c’è mai cedimento emotivo o affettivo, i versi procedono lucidi e perentori, animati da una chiara visione della vita e della fede. Uno sguardo concreto e mai concettuale si posa su quell’umanità che, alle prese con un’esistenza dura e dolorosa, riceve Dio a fatica, perché faticosa è la presa di coscienza della propria incompiutezza e faticoso è il salto che ogni affidamento richiede. Eppure, alle scarne madri adolescenti della poesia Penrhys, descritte alla fermata dell’autobus in uno squallido quartiere popolare, appartiene un inaspettato scarto vitale, una “maledetta testardaggine di far nascere qualcuno”. Il divino, nella poesia di Williams, frequenta l’umano proprio in quei luoghi apparentemente più lontani dalla grazia: è solo qui che si annida l’attesa di salvezza, è solo qui che la promessa di compimento può essere se non accolta, presagita.

La dodicesima notte è una lunga poesia, che indica il giorno che precede la solennità dell’Epifania: un’umanità dagli occhi offuscati, contemplando la volta stellata, ascolta la voce del Bambino che la pungola, indicandole la faticosa direzione verso la salvezza. “L’Epifania – precisa Spadaro nella prefazione – è visione della storia e del pieno coinvolgimento umano di quel Bambino alle vicende umane. Da qui la scelta di dare alla presente raccolta il titolo di questa poesia. In un certo modo la poesia di Williams si propone, infatti, come la poesia della notte, cioè del buio (già però abitato silenziosamente da Dio) che precede la luce dell’Epifania”. Attraverso l’oscurità, tema ricorrente nella poesia di Rowan Williams, l’uomo, quindi, percepisce la propria inadeguatezza e scorge una luce che mai aveva visto prima. Il buio è la necessaria condizione di smarrimento, umiltà e attesa, affinché l’uomo incontri Dio.
(©L’Osservatore Romano – 16 gennaio 2007)