Esperienza, esperienze, esperimenti

C’è un film, invero non particolarmente memorabile, in cui il protagonista scopre di possedere la facoltà di viaggiare indietro nel tempo per rivivere determinati momenti della sua esistenza. Decide allora di utilizzare questo potere per imprimere un cambiamento netto al corso della propria vita, modificando decisioni ed esperienze pregresse, ma scopre ben presto di dover fronteggiare le conseguenze impreviste generate da questi impercettibili cambiamenti. Il film si intitola Butterfly effect e, come si può intuire dal titolo, fa riferimento al cosiddetto effetto di quella farfalla che, a partire da un battito d’ali, genera terremoti in un altro emisfero.

Di là dalla celeberrima teoria del caos, tuttavia, mi sembra che il film lanci, forse involontariamente, un altro messaggio allo spettatore, ossia che nulla è reversibile. Il protagonista crede di poter tornare indietro nel tempo, modificare a proprio piacimento gli eventi e uscirne indenne, anzi uscirne migliorato. E, invece, più si affanna nel tentativo di mutare il passato, di tornare indietro, credendo appunto che la propria vita possa essere reversibile, e più, al contrario, scopre nel presente di dover fronteggiare una versione peggiorata della propria esistenza. Ecco, vedendo il film, ho pensato che tutto questo abbia molto a che fare con le nostre esistenze e con la comune illusione di poter sempre tornare indietro sulle proprie decisioni, pur in assenza di magici poteri, per intraprendere altre strade, altre malintese “esperienze”. E, allora, mi è tornato alla mente un editoriale scritto da Antonio Spadaro qualche anno fa, dove poneva l’accento proprio sulla differenza tra esperienza (irreversibile) ed esperimento (reversibile).

Ve lo ripropongo quasi per intero:

«Sembra che oggi non si senta alcun bisogno di fare esperienza: non soltanto essa è svalutata come fonte di autorità e saggezza, ma al suo posto sembra subentrare una condizione fantastica (o meglio l’illusione di una condizione fantastica), senza tempo e senza età, in cui possiamo in ogni momento scegliere ciò che ci pare e poi tornare indietro a piacimento. Io non posso tornare indietro da ciò che ho vissuto (…), se veramente ho fatto (…) una “esperienza”.

Ogni cosa per molti oggi è a tempo determinato: dal lavoro agli affetti. Tutto si può (e anzi si deve) cambiare: una condizione in cui tutto ci appare controllabile e sostituibile. Fatta un’esperienza, oggi si crede che si possa tornare indietro sempre e comunque: essa si riduce a semplice “esperimento”. Nulla sembra lasciare tracce: la simulazione batte il reale per la sua più ampia potenzialità e il suo basso livello di rischio. Tuttavia ciò che il soggetto crede di padroneggiare viene neutralizzato, diventa qualcosa di inerte, di spento. (…)

E’ vero, la realtà è insicura: essa non garantisce il riparo dalle ferite e dai sentimenti negativi. E’ come conoscere una persona o, ancor di più, innamorarsene. Ma solamente se accettiamo il fatto che non si può padroneggiare la realtà, riusciamo ad afferrare qualcosa di questa realtà, della vita. E la vera esperienza non è mai quella che progettiamo di affrontare, secondo i nostri modi e i nostri tempi, ma è qualcosa che ci supera e ci sorprende. Qualcosa nella quale ci troviamo immersi, un vero e proprio “ambiente” di vita. L’esperienza però, bisogna aggiungere, non è l’accumulo di sensazioni provate legate all’oggetto o alla situazione o alla persona che abbiamo davanti: esse potrebbero essere finte, cioè indotte da simulazioni.

La vera esperienza invece implica l’intelligenza delle cose, la domanda sul senso di ciò che si vive, il giudizio. Questo vale anche per l’esperienza della letteratura e dell’espressione creativa.

La letteratura e l’espressione di cui si parla in BombaCarta dovrebbe essere qualcosa di irreversibile, capace di modificare realmente il modo in cui una persona vive la propria vita, la propria esperienza umana».

Ecco, per me leggere quest’editoriale è stato alquanto irreversibile.