Su “New Italian Epic”, saggio di Wu Ming 1

New Italian EpicProvo a fare un breve discorso a partire da “New Italian Epic” (di seguito NIE), bel saggio di Wu Ming 1 scaricabile qui. La chiarezza con cui Wu Ming comprende molti libri usciti in Italia negli ultimi 10-15 anni individuando, nella eterogeneità, alcune caratteristiche atte a definire un “filone” con un denominatore comune, mi consente di lanciare un allarme su un vicolo cieco in cui, sostengo, certa letteratura italiana (proprio la “letteratura” di cui Wu Ming parla) si sta infilando. Il saggio si svolge seguendo argomentazioni precise a cui corrispondono conclusioni che condivido appieno. Senza provare a sintetizzare il senso del suo ragionamento, che invito a leggere per intero, con questo breve post vorrei fare quello che non si dovrebbe mai: esprimere un giudizio di valore. L’universo della NIE è un universo in catene. Quello della NIE è un mondo noioso.

Perché la NIE a me pare una letteratura fondata sullo svuotamento di qualsiasi valore riconoscibile. Noi viviamo su un granello di polvere che si essiccherà e verrà inghiottito dal sole; come specie non abbiamo nulla di sostanziale che ci distingue dalle zanzare ed andiamo incontro ad una estinzione precoce: è dal riconoscimento di questi presupposti che nasce lo “straniamento” su cui la NIE si fonda.“È doloroso pensare che tutto quanto abbiamo costruito nelle nostre vite e – ancor più importante – in secoli di civiltà alla fine ammonterà a niente perché tutto diviene polvere, tutto si dissipa, presto o tardi. E’ accaduto ad altre civiltà, accadrà anche alla nostra. Altre specie umane si sono estinte prima di noi, verrà anche il nostro momento. Funziona così, è parte del tutto, la danza del mondo.” (NIE, pag. 14)

Io mi chiedo: perché dovrebbe appassionarmi questa danza funerea, dove tutto è incatenato alle leggi dell’evoluzione e dei cicli solari? Perché dovrei appassionarmi a questo mondo? Quale sarebbe il senso della vita di noi esseri umani? L’unica risposta di senso a cui Wu Ming aggrappa la letteratura di cui si sente parte è questa: “Lottare per estinguerci con dignità e il più tardi possibile” (NIE, pag. 14). Proprio così: lottare per estinguerci con dignità e il più tardi possibile. Tutto qua.

Wu Ming si è talmente impegnato a svuotare la sua voce di quella che lui chiama “tracotanza”, si è talmente ben armato contro “l’antropocentrismo”, da espellere la dimensione “misteriosa” del sacro dal petto degli uomini e dal volo degli uccelli, e così si ritrova a mani vuote. Si ritrova ad usare una parola “dignità” che suona come una zucca vuota. Perché io non riesco a capire cosa significa la parola “dignità” nel mondo della NIE, e non capisco neppure la parola “libertà”. Io non vedo uomini liberi in questo mondo affogato di materialismo. E quando non si hanno valori con cui riempire la vita, l’unico senso può arrivare dalla dimensione del conflitto: “A conti fatti, l’impulso che sta alla base di tutti i libri di cui ho parlato può leggersi in questa frase: Gli stolti chiamavano pace il semplice allontanarsi del fronte”(NIE, pag. 14).  Ma quale guerra e quale pace può esserci se non si ha la capacità di percepire e trasmettere il valore del bene per cui si lotta o che si rischia di perdere. Quella che Wu Ming chiama “guerra” è un territorio di assoluta indifferenza, dove noi esseri umani dovremmo appassionarci per l’estinzione della specie ritardato di uno o due secondi cosmici. Io propongo una frase di significato equivalente: gli stolti chiamavano guerra il semplice avvicinarsi del fronte.

Una letteratura che si preoccupa delle ere geologiche senza indagare l’immensità dell’attimo, che si preoccupa dei miliardi di uomini senza indagare l’immensità di una persona, è destinata a produrre solo rumore di ferraglia, perchè ha incatenato gli uomini ed il mondo alle ferree leggi della materia.